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Maria Jatosti, "Per amore e per odio"

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Maria Jatosti, Per Amore E Per Odio, Manni Editore, 2011.

Il libro è stato presentato nella serata di Giovedì 23 Giugno nella storica sede del caffè “Giubbe Rosse”, alla presenza dell’autrice e con gli interventi di un folto gruppo di studiosi.

Un’opera autobiografica, una scrittura intima, ma «intrecciata a cinquant’anni di storia pubblica». È stato in primo luogo tentando di definirne il genere, che Stefania Stefanelli (Scuola Normale di Pisa) ha impostato la propria analisi di questo «grande affresco», nel quale «il passato compare spesso confuso con il presente», «il dialogo si mescola al ricordo», in un gioco di intersezioni multiple (che non si perdono però mai in un’indistinta “confusione”) che porta anche il dolore e la felicità, la finzione e la realtà, a unirsi e mescolarsi vicendevolmente. L’esperienza che il libro della Jatosti offre al lettore, è quella di una «simultaneità degli stati d’animo» (trasposizione letteraria di quella «sincronia della visione» tentata dalla pittura futurista). La ricchezza di strati, la moltiplicazione delle potenzialità significanti, si accompagna poi a una straordinaria ricchezza linguistica. I principali dialetti italiani, la lingua francese, inglese e spagnola, si trovano tutti fusi in una commistione unica, che potenzia ulteriormente l’espressività del testo, ma che ancor più realizza l’esempio di linguaggio intimo e senza confini: una lingua che fugge alle coercizioni, facendosi al contempo personalissimo idioletto.

E le suggestioni del testo si moltiplicano attraverso i lettori. È così che Antonella De Nicola (Università per stranieri di Perugia) ha parlato del disorientamento da lei provato durante questa lettura, seguendo quell’«io nomadico» che attraversa il testo, un «io narrante che si espropria della narrazione» affidandosi continuamente alle voci di altri (con continui passaggi dalla prima alla terza persona) e realizzando una «fluttuazione continua dell’espressione». Un’espressività che emerge con forza dalla lettura dei singoli brani, dove l’uso dei dialetti è chiaro indice dell’impostazione «performativa» della scrittura: grazie alla quale il tono, la voce stessa, emergono con forza dalle pagine scritte.

Il fervore e la passione dell’intervento di Leandro Piantini (scrittore e critico letterario), hanno poi messo in forte evidenza tutto il sostrato di convinzioni, passioni e brucianti delusioni che sostiene il libro. Perché questa storia di un «io combattente» (che spesso compare – non solo per ragioni formali – «come distinto dal sé») attraversa un cinquantennio vivendone i momenti critici, sperimentandone le ideologie – spesso sconfitte, tradite, o miseramente denaturate. Ma la delusione, che emerge nel confronto diretto con l’esperienza del ’68 (o con ideali “alla moda” come l’ecologismo), non è indice di un nero pessimismo. Come ha voluto sottolineare la stessa autrice, il suo è più che altro un “pessimismo attivo” (riprendendo l’espressione di Don Andrea Gallo), che non comporta alcuna forma di rassegnazione o nostalgia. La sua posizione si rispecchia perfettamente nelle brevi parole con cui Massimo Mori ha chiuso l’incontro: perché pur nella delusione, «perdere una battaglia, non sarà mai la sconfitta».

Ad arricchire ulteriormente questa già ricca proposta di riflessioni e suggestioni sul libro della Jatosti, è stato l’intervento di Arnaldo Bruni (Università di Firenze), che ha riconosciuto in questo «libro polifonico e multicentrico», una straordinaria originalità stilistica, che nulla ha dei «vezzi del postmoderno». La tecnica scrittoria di Maria Jatosti si richiama al grande romanzo degli anni ’60, e si ibrida con le forme artistiche più disparate: la sua costruzione per flash, per quadri sovrapposti, ha molto del cinema francese «alla Godard o Truffaut»; l’addensarsi delle parole, come schizzi disomogenei di colore che solo una visione d’insieme riesce a dotare di senso, ha molto della tecnica impressionistica. Ma questo «romanzo-mondo» dimostra in primo luogo il profondo valore che il “letterario” ricopre nella vita di questa autrice. Perché se Pirandello poneva la disgiunzione: «O si vive, o si scrive»; Per amore e per odio dimostra invece che «non c’è vita, se non è scritta».

Per DEApress, Simone Rebora

 

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