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BEATO ANGELICO, PALAZZO STROZZI e MUSEO DI SAN MARCO

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Beato Angelico

Firenze, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco,

26 settembre 2025 - 25 gennaio 2026

 

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Lorenzo Monaco (Piero di Giovanni, Don Lorenzo, Siena 1370 circa - Firenze 1424) e Beato Angelico (Guido di Piero: Fra Giovanni da Fiesole; Vicchio di Mugello, 1395 circa - Roma 1455) Pala Strozzi 1421-1424 circa; 1430-1432 circa, tempera e oro su tavola cm 277 x 283 (totale) Firenze, Museo di San Marco inv. 1890, n. 8509 

su concessione del Ministero della cultura - Direzione regionale Musei nazionali Toscana - Museo di San Marco 

La mostra Beato Angelico promossa da Palazzo Strozzi e Museo di San Marco a Firenze, è un evento decisamente straordinario non solo per l’importanza dell’artista in questione, ma anche perché riunisce oltre 140 opere tra dipinti, disegni, miniature e sculture provenienti da prestigiosi musei quali il Louvre di Parigi, la Gemäldegalerie di Berlino, il Metropolitan Museum of Artdi New York, la National Gallery di Washington, i Musei Vaticani, la Alte Pinakothek di Monaco, il Rijksmuseum di Amsterdam, oltre a biblioteche e collezioni italiane e internazionali, chiese e istituzioni territoriali.

L’esposizione affronta la produzione, lo sviluppo e l’influenza dell’arte di Beato Angelico e i suoi rapporti con pittori come Lorenzo Monaco, Masaccio, Filippo Lippi, ma anche scultori quali Lorenzo Ghiberti, Michelozzo e Luca della Robbia.

A cura di Carl Brandon Strehlke, Curatore emerito del Philadelphia Museum of Art, con Stefano Casciu,Direttore regionale Musei nazionali Toscana e Angelo Tartuferi, già Direttore del Museo di San Marco.

Eccezionale la ricostruzione della Pala di San Marco, commissionata da Cosimo de' Medici per l'altare maggiore della chiesa. La mostra rappresenta un'occasione unica in quanto per la prima volta dopo oltre trecento anni vengono riunite 17 delle 18 parti conosciute della Pala, accuratamente ricercate in occasione di questa manifestazione e provenienti da importanti musei di tutto il mondo: il Louvre, la National Gallery di Washington, l'Alte Pinakothek di Monaco e la Nationale Gallery of Ireland di Dublino. 

IL PERCORSO IN MOSTRA

La mostra Beato Angelico si sviluppa attraverso le due sedi di Palazzo Strozzi e del Museo di San Marco.

A Palazzo Strozzi il percorso si snoda attraverso otto sezioni, cronologiche ma anche tematiche, che ripercorrono la produzione dell’artista. Al Museo di San Marco il percorso si sviluppa nella grande sala al pianterreno che porta il nome dell’artista, dove sono presentati i suoi esordi, e nella Biblioteca, con due sezioni dedicate ad Angelico miniatore e ai codici umanistici un tempo qui custoditi. Un dialogo diretto si intreccia naturalmente con gli affreschi che improntano gli spazi del convento.

PERCORSO A PALAZZO STROZZI

Sala 1: Santa Trinita

Nel primo Quattrocento la chiesa vallombrosana di Santa Trinita divenne un centro di riferimento per il

mecenatismo privato a Firenze. Famiglie come i Bartolini Salimbeni, gli Strozzi e gli Ardinghelli

promossero un ampio rinnovamento architettonico e decorativo che coinvolse il complesso, rendendolo

un laboratorio per la sperimentazione artistica.

Intorno al 1420 la cappella Bartolini Salimbeni fu trasformata in un ciclo unitario dedicato alla Vergine.

Lorenzo Monaco vi eseguì gli unici affreschi noti della sua produzione e la pala d’altare raffigurante

l’Annunciazione, capolavoro della maturità.

Poco dopo, Palla Strozzi avviò un programma decorativo che trasformò la sagrestia in cappella funeraria

della famiglia con due altari. Commissionò l’Adorazione dei Magi a Gentile da Fabriano e affidò ad

Angelico la pala con la Deposizione iniziata da Lorenzo Monaco.

Nel contesto del rinnovamento della chiesa si inserisce anche l’esecuzione del polittico della cappella

Ardinghelli di Giovanni Toscani al tempo di un matrimonio con gli Strozzi.

Santa Trinita rappresenta un raro esempio di committenza articolata, in cui culto, memoria dinastica e

linguaggi artistici si intrecciano.

Le opere esposte testimoniano la convivenza tra il gusto narrativo del gotico internazionale e le prime

aperture alla nuova arte rinascimentale.

Sala 2:

Il nuovo linguaggio

Il linguaggio figurativo si rinnova profondamente nella Firenze del primo Quattrocento. Una nuova

sensibilità tra devozione e rappresentazione prende forma e significato nei luoghi legati alla vita religiosa e assistenziale della città.

In questo quadro si inseriscono le commissioni del convento domenicano di Santa Maria Novella, del

monastero camaldolese di Santa Maria degli Angeli, della confraternita di San Francesco presso Santa

Croce e dell’ospedale di Santa Maria Nuova. Questi contesti generano opere che coniugano tradizione

e innovazione, rivolgendosi a una comunità composta da frati, monaci, suore, confratelli e laici.

Angelico è una figura chiave di questa stagione. Nei suoi dipinti, insieme a quelli dei collaboratori, l’eredità della tradizione si unisce alle novità rinascimentali: l’oro e i colori brillanti si fondono con una nuova attenzione allo spazio, ispirata all’esperienza di Masaccio ma declinata in modo più misurato. Ne deriva un linguaggio limpido e costruito con cura.

Le opere esposte mostrano come questo linguaggio si sia sviluppato nei diversi ambiti cittadini,

contribuendo a ridefinire le forme della pittura religiosa nel primo Rinascimento fiorentino.

Sala 3: San Marco

La sala è dedicata al rinnovamento del convento di San Marco a Firenze, voluto da Cosimo de’ Medici,

che ne aveva promosso l’affidamento ai domenicani osservanti di Fiesole e ne sostenne la trasformazione in uno dei principali centri spirituali e culturali della città. Il complesso divenne il fulcro

dell’attività artistica di Angelico.

La pala, eseguita tra il 1438 e il 1442 commissionata da Cosimo e suo fratello Lorenzo per l’altare

maggiore della chiesa, rimossa e smembrata già nel 1678-1679, è qui eccezionalmente ricomposta con

17 delle 18 parti oggi note: il pannello centrale, le scene della predella con episodi della leggenda dei

santi protettori medicei Cosma e Damiano e i pilastri laterali con figure di santi. L’assetto originario è

illustrato nel pannello con la ricostruzione, basato sull’analisi dei supporti lignei e su recenti indagini

radiografiche. Qui Angelico realizza la prima vera pala rinascimentale, che univa la monumentalità del nuovo formato quadrato alla chiarezza narrativa della predella. Le figure si dispongono in uno spazio concepito come una vera architettura, pensato in relazione alla funzione liturgica dell’opera.

Nella sala è inoltre esposta la Pala di Annalena, eseguita su committenza medicea, anche se ancora si

discute sulla collocazione originaria.

Sala 4:

La Crocifissione Sagomata

Fra Tre e Quattrocento le croci e le Crocifissioni sagomate dipinte ebbero un ruolo significativo nella

devozione dell’Italia centrale. Destinate a chiese, monasteri e confraternite, univano pittura e scultura in

un’immagine sagomata e plastica che simulava una presenza reale sull’altare, amplificando l’impatto

visivo e favorendo la partecipazione del fedele.

Capostipite del gruppo di opere qui esposte è la Crocifissione di Lorenzo Monaco, oggi in San Giovannino dei Cavalieri, in cui la raffinatezza cromatica e la cura formale si fondono a un’intensa umanità, ponendo un modello destinato a influenzare a lungo. La tipologia, con figure aggiunte ai lati di Cristo trovò particolare fortuna nelle confraternite di fanciulli, come San Niccolò “del Ceppo” e Sant’Antonio di Padova, che univano formazione religiosa, pratiche devozionali e attività educative.

La Crocifissione del Ceppo traduce la lezione di Angelico in un’immagine di forte valenza spirituale,

divenuta punto di riferimento per opere successive.

La Crocifissione di Pesellino rielabora il modello accentuandone l’intensità espressiva, segno della capacità di questo linguaggio di rinnovarsi e mantenere intatta la propria forza nel tempo.

Sala 5:

Volti santi

Nelle tavole realizzate per corporazioni, ospedali, spazi conventuali e ambienti domestici, Angelico e i

suoi seguaci svilupparono due filoni iconografici distinti ma complementari: la Madonna dell’Umiltà e

l’immagine isolata di Cristo.

Nelle prime, la Vergine è raffigurata seduta in terra, in contrasto con i troni maestosi delle pale d’altare.

Diffusa già nel Trecento, questa iconografia traduceva in immagini accessibili il tema dell’umiltà mariana, caro all’ordine domenicano. Elementi come l’hortus conclusus, il giardino recintato simbolo della purezza della Madonna, gli angeli reggicortina, drappi preziosi e iscrizioni bibliche fondono il linguaggio teologico con motivi di splendore cortese, esaltando insieme umiltà e regalità.

Angelico introdusse la visione di Cristo sofferente come Re dell’Apocalisse, ispirata a icone di culto

romane e a modelli fiamminghi. Il volto frontale, coronato di spine e reso con minuzia naturalistica, ha un impatto diretto, amplificato dalle iscrizioni tratte dai Vangeli e dall’Apocalisse. Repliche e adattamenti

eseguiti da collaboratori come Benozzo Gozzoli e Benedetto Bonfigli diffusero queste immagini in formati ridotti, adatti alla contemplazione privata o collocati in tabernacoli domestici e celle conventuali.

L’immediatezza di queste immagini rendeva queste opere strumenti di meditazione e preghiera, capaci

di suscitare una partecipazione intensa e personale.

Sala 6:

Le grandi committenze

Il prestigio delle famiglie si afferma nel Quattrocento anche attraverso la commissione di pale d’altare, in cui devozione e rappresentanza si intrecciano. L’Annunciazione è uno dei temi più celebri di

Angelico, declinato in tavole, come quella oggi a San Giovanni Valdarno esposta in questa sala, oltre che negli affreschi di San Marco e, spesso, nelle sezioni superiori dei polittici.

Nella sala sono presenti anche opere di Giovanni di Paolo, Bernardo Rossellino e Filippo Lippi, che testimoniano alcune delle molteplici interpretazioni date nel Rinascimento al soggetto dell’Annunciazione.

A Cortona, il mercante Giovanni di Tommaso di ser Cecco, tra i promotori della nuova chiesa di San

Domenico, ottiene nel 1432 il patronato su una cappella e affida ad Angelico un trittico con la Vergine col Bambino e i santi protettori della famiglia. Il formato, di tradizione tardogotica, è studiato per armonizzarsi con il trittico del pittore senese Sassetta sull’altare opposto. Lo stesso formato ricorre nella pala (1437- 1443), dipinta da Angelico per Elisabetta Guidalotti e destinata alla cappella di famiglia in San Domenico a Perugia, simile a quello della Pala di Fiesole

(prima della trasformazione di Lorenzo di Credi del 1501, presentata a San Marco) e al Trittico francescano (esposto qui a Strozzi nella Sala 3).

Sala 7: Roma

Tra il 1445 e il 1455 Angelico alternò lunghi soggiorni a Roma a periodi a Firenze, vivendo tra gli anni più fruttuosi della sua carriera.

Chiamato da Eugenio IV, che aveva ammirato a Firenze gli affreschi di San

Marco, nel 1446 decorò la cappella del Sacramento in Vaticano, oggi perduta ma nota forse grazie a disegni su pergamena purpurea e a opere ispirate a quel ciclo, come il trittico del

Giudizio universale, entrambi esposti in questa sala.

Dopo un intervallo come priore a Fiesole (1450-1452), Angelico tornò a Roma, dove per Niccolò V

affrescò la cappella Niccolina (1448), dedicata ai protomartiri Stefano e Lorenzo: un manifesto

dell’umanesimo cristiano, in cui architetture ispirate all’antica Roma e alla “nuova Roma” fiorentina

incorniciano episodi di carità e martirio.

In quegli anni Angelico lavorò anche per il cardinale Juan de Torquemada, insigne teologo domenicano, autore di un vasto programma iconografico a Santa Maria sopra Minerva, per il quale Angelico dipinse due tavole con la Crocifissione, qui esposte, oltre a

una pala di cui sono presentate nella sala due predelle con storie di Cristo.

Alla morte, il 18 febbraio 1455, Angelico fu sepolto alla Minerva, celebrato come “secondo Apelle” e

“gloria dei pittori”, appellativi che ne sancirono la fama eterna.

Sala 8:

I Medici

Per Cosimo de’ Medici Angelico realizzò opere fondamentali per la sfera privata e pubblica della famiglia.

Alla morte del committente, il legame con l’artista fu raccolto dal figlio Piero “il Gottoso”, che intorno al

1450 gli affidò la decorazione dell’Armadio degli Argenti alla Santissima Annunziata: trentacinque tavole con scene della vita di Cristo, destinate a custodire preziosi ex voto, in cui la minuzia narrativa si unisce alla monumentalità delle prove romane, arricchita da riferimenti fiamminghi e classici cari al gusto di Piero.

Alla stessa fase appartiene la Pala di Bosco ai Frati, per il convento francescano in Mugello, terra

d’origine della dinastia, in cui i santi Cosma e Damiano alludono ai patroni medicei; la presenza di san

Bernardino nella predella la colloca dopo il 1450, anno della sua canonizzazione. Le opere qui riunite

documentano il ruolo della committenza medicea negli ultimi anni di attività di Angelico. Completano il

percorso i ritratti marmorei di Piero e del padre, emblema della celebrazione dinastica promossa da

lla famiglia.

PERCORSO AL MUSEO DI SAN MARCO

Gli esordi

La sala, che abitualmente accoglie alcune delle opere attualmente esposte a Palazzo Strozzi, è dedicata agli esordi di Angelico e al contesto artistico in cui si formò. Si apre con la Pala di Fiesole, dipinta in forma di trittico intorno al 1420-1423, al suo ingresso come frate domenicano nel convento

di San Domenico. L’opera testimonia l’eccezionale livello raggiunto dal pittore poco più che

venticinquenne. Un pannello illustra un proposta di ricostruzione del complesso, trasformato in pala

quadra rinascimentale da Lorenzo di Credi nel 1501, con i dipinti dei pilastri e della predella oggi dispersi in vari musei.

Sulla parete lunga di fronte all’ingresso è esposta una selezione di opere attribuite agli inizi di Angelico,

ordinate cronologicamente: dalla Tebaide, databile al 1415-1420, alla tavola di predella con l’Imposizione del nome al Battista, eseguita intorno al 1428

-1430. La sequenza mostra l’evoluzione dell’artista, che da massimo esponente del tardogotico fiorentino giunge ad affiancare Masaccio nel ruolo di fondatore della pittura rinascimentale, come evidenzia il confronto in fondo alla sala tra la Pala di San Pietro Martire e il Trittico di San Giovenale

di Masaccio.

Sull’altra parete lunga è esposta una serie di opere di artisti che dialogarono con Angelico: da Starnina

al Maestro della Madonna Straus, da Lorenzo Ghiberti a Lorenzo Monaco e Masolino da Panicale.

In fondo alla sala si erge l’imponente Tabernacolo dei Linaioli, eseguito da Lorenzo Ghiberti e Angelico

tra il 1432 e il 1436.

Tabernacolo dei Linaioli

Negli anni Venti del Quattrocento Angelico diede una svolta decisiva alla propria evoluzione culturale e

stilistica, prendendo come principale riferimento l’arte di Lorenzo Ghiberti e, al tempo stesso,confrontandosi in modo originale e di altissimo livello con il rinnovamento della pittura promosso da Masaccio. Nel 1433 ricevette la commissione per il Tabernacolo dei Linaioli (per l’Arte dei mercanti di lino), la cui cornice marmorea era stata disegnata da Ghiberti.

Chiostro di Sant’Antonino

Nel chiostro l’affresco

San Domenico in adorazione del Crocifisso capolavoro di Beato Angelico, raffigura l’abbraccio del santo alla croce, il dolore del volto e l’abbandono tristemente estatico degli occhi

simboleggiano l’amore e il dialogo continuo con Gesù che san Domenico professava come motivo

conduttore della vita domenicana.

Il luogo dove si trova l’affresco fu donato nel 1628 dal priore di San Marco, Fra Girolamo Soderini, alla

famiglia Fabbroni che vi stabilì il proprio sepolcreto. In questa occasione furono aggiunte

l’incorniciatura marmorea attualmente visibile, intervento che ridusse purtroppo la superficie originaria

dell’affresco di Angelico, e una lapide a suggello del monumento funebre della famiglia. Il pittore Cecco Bravo completò la decorazione realizzando ai lati le figure di Maria e san Giovanni dolenti e alcuni angeli reggifestone.

Sala del Capitolo

L’affresco della sala con la Crocifissione con i santi è il più grandioso, sia per dimensioni che per

concezione, che Angelico ha lasciato a San Marco.

Nella scena, oltre ai consueti astanti, è inserita una moltitudine di personaggi: i santi patroni della famiglia Medici, della città e del convento; il fondatore dell’Ordine domenicano, i Padri della Chiesa e i fondatori degli altri principali Ordini monastici. La raffigurazione è dominata dai tre crocifissi con Gesù alcentro e i due ladroni ai lati. In origine le figure si stagliavano contro un cielo blu con uno straordinario

effetto di profondità che oggi, caduta quasi completamente l’azzurrite originale, possiamo solo immaginare. Sotto la Crocifissione, in una serie di medaglioni, sono effigiati i rappresentanti illustri della famiglia domenicana, come frutti di un tralcio di vite retto al centro da san Domenico.

Il Dormitorio e le celle

Il primo piano accoglie il dormitorio, con 44 celle dislocate lungo tre corridoi: erano le stanze dei frati,

destinate al riposo e alla preghiera individuale. Fu edificato da Michelozzo di Bartolomeo tra il 1437 e il

1443 mentre Angelico, coadiuvato da collaboratori, realizzò gli affreschi delle celle e delle pareti esterne, ovvero l’Annunciazione, San Domenico in adorazione del Crocifisso e la Madonna delle ombre

. Le celle del Corridoio est (o ˝Corridoio dei chierici˝), riservato ai frati più anziani, furono affrescate con

Storie di Cristo, immagini dal profondo significato spirituale e simbolico. Segue il Corridoio sud (o ˝Corridoio dei novizi˝) riservato ai frati giovani: nelle celle gli affreschi presentano

variazioni sul tema, caro ai domenicani, del Crocifisso con san Domenico in preghiera.

Tornando verso l’ingresso, si apre sulla sinistra il Corridoio nord (o ˝Corridoio

dei laici˝). Le celle sono decorate con storie tratte dai Vangeli ma dalla vena più narrativa. La prima cella fu forse quella di sant’Antonino Pierozzi (1389-1459) al tempo del suo priorato.

Proseguendo oltre la Biblioteca, si arriva alla doppia cella di Cosimo de’ Medici (1389-1464), promotore

della ristrutturazione del convento, che qui risiedeva nei suoi momenti di ritiro spirituale. In essa soggiornò anche papa Eugenio IV, quando presiedette nel 1443 alla consacrazione della chiesa di San

Marco.

La Biblioteca

Tra il 1441 e il 1444, al termine dei lavori per il nuovo convento di San Marco e grazie ancora alla

munificenza di Cosimo de’ Medici, Michelozzo di Bartolomeo (Firenze 1396-1472) realizzò quella che

può essere considerata la prima biblioteca pubblica moderna.

Nel 1808, con l’occupazione francese, il patrimonio librario iniziò a disperdersi; nel 1867, con le

soppressioni del Regno d’Italia, i volumi rimasti furono divisi tra la Biblioteca Medicea Laurenziana e la

Biblioteca Nazionale.

In occasione della mostra Beato Angelico, la biblioteca ospita due sezioni: una dedicata ad Angelico

miniatore, l’altra ad Angelico e la biblioteca di San Marco, con numerosi codici nuovamente esposti nella loro sede originaria.

Cuore della biblioteca di San Marco era la raccolta di Niccolò Niccoli, umanista fiorentino che lasciò i suoi manoscritti a Cosimo de’ Medici e a un gruppo di amici perché fossero accessibili a studiosi scelti.

Comprendeva testi sacri e profani in latino e greco, ma anche opere in ebraico e arabo, spaziando dagli

autori classici a trattati teologici e patristici. Molti volumi ebbero un ruolo centrale nei dibattiti culturali e

religiosi del tempo, come i testi greci usati al Concilio di Ferrara-Firenze per sostenere l’e delle

Chiese o la Legenda aurea che ispirò episodi dipinti da Angelico. Altri, come la

Naturalis historia di Plinio, univano sapere enciclopedico e splendida miniatura.

Questi codici, oggi nuovamente esposti a San Marco, testimoniano l’ampiezza degli interessi di Niccoli e l’impatto della sua biblioteca sulla cultura umanistica e sull’immaginario artistico di Angelico.

Angelico miniatore

Parallelamente alla pittura, Angelico si dedicò alla miniatura con esiti di straordinaria importanza. La sua arte si fonda su illustri precedenti: la tradizione camaldolese fiorentina di Santa Maria degli Angeli, portata a vertici di fastosità da Lorenzo Monaco, e da altre botteghe cittadine, come quella di Mariotto di Nardo, dai quali Angelico trasse motivi ornamentali, impianto della pagina e sobrietà compositiva,

reinterpretandoli in chiave personale.

Il più antico codice miniato noto di Angelico è il Graduale 558 di San Domenico a Fiesole, eseguito nei

primi anni Venti del Quattrocento, che segnò una svolta nella miniatura fiorentina, introducendo una

nuova naturalezza narrativa, intensita espressiva e spazialita luminosa. Vi si intrecciano la delicatezza di Masolino e l'eleganza di Ghiberti.

Altre opere straordinarie comprendono il Messale 533, i Salteri di San Marco e l'Antifonario 43.

Innovatore, Angelico sperimentò costantemente forma, colore e luce, ideando e supervisionando

personalmente i programmi illustrativi, pur avvalendosi di collaboratori secondo l'uso dell’epoca. Questa attività in costante scambio con la pittura, contribuì a formare allievi e miniatori come Benozzo Gozzoli, Domenico di Michelino e Zanobi Strozzi, segnando a lungo la miniatura fiorentina.

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