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5 Gennaio: Peppino Impastato e Giuseppe Fava

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Il 5 gennaio è una data significativa per la lotta alla mafia.
In questo giorni infatti, nel 1948 nasceva Giuseppe "Peppino" Impastato e nel 1984 veniva assassinato Giuseppe Fava, i primi due intellettuali uccisi in Italia dalla mafia.
 
Peppino Impastato 1977Il 5 gennaio del 1948, nella città di Cinisi in Sicilia, nasceva Giuseppe Impastato.
Nella sua breve vita "Peppino" si è dedicato alla politica in alcuni gruppi comunisti, ha fondato un giornale e ha partecipato alle lotte degli edili, dei disoccupati e dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo. L'attività che però lo ha reso celebre e che probabilmente gli è costata la vita è stata la fondazione della radio libera Radio Aut, nel 1976, con cui denunciava i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti (spesso chiamato «Tano Seduto» da Peppino). Il programma più seguito era Onda pazza, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.
Dopo essersi candidato alle elezioni comunali, Peppino è stato assassinato durante la campagna elettorale nella notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978. Inizialmente la stampa, le forze dell'ordine e la magistratura tentarono di far credere che Peppino Impastato fosse morto mentre compiva un atto terrorista sistemando una bomba sui binari della linea ferrata. L'inchiesta è stata riaperta solo grazie all'impegno del fratello Giovanni, della madre Felicia Bartolotta, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione. 6 anni dopo l'omicidio è stata riconosciuta la matrice mafiosa del delitto ma per arrivare alle condanne dei colpevoli si è dovuto attendere più di 20 anni (2001-2002).
 
Giuseppe Fava, detto Pippo, è nato in provincia di Siracusa nel 1925. E' stato uno scrittore, giornalista, drammaturgo, saggista e sceneggiatore italiano.
Dopo essersi laureato a Catania, diventà giornalista, lavorando per varie testate e scrivendo un po' di tutto. Giuseppe Fava era uno strenuo sostenitore della verità. L'articolo Lo spirito di un giornale fu il suo manifesto programmatico, in cui sottolineò l'importanza di denunciare attraverso la stampa per sminuire il potere della criminalità e per «realizzare giustizia e difendere la libertà». Il giornalista si dedicò soprattutto alla denuncia della mafia, il male che attanagliava la sua terra, e delle sue collusioni con la politica.
Giuseppe FavaSul finire degli anni '70 si trasferì a Roma dove condusse Voi e io, una trasmissione radiofonica su Radiorai. Continuò a scrivere collaborando con Il Tempo e il Corriere della sera e, soprattutto, scrivendo la sceneggiatura di Palermo or Wolfsburg, film di Werner Schroeter tratto dal suo romanzo Passione di Michele. Nel 1980 il film vince l'Orso d'Oro. Continuò anche l'attività teatrale, iniziata anni prima e culminata con alcune rappresentazioni delle sue opere.
Dopo essere stato allontanato dal Giornale del Sud di cui era direttore per le sue prese di posizione contro l'installazione di una base missilistica a Comiso e per il suo impegno nel denunciare le attività di Cosa nostra, nel 1983 ha fondato I Siciliani, secondo giornale antimafia in Sicilia che si occupava prevalentemente di tematiche di contrasto a cosa nostra, con toni molto decisi ed esponendosi a notevoli rischi. Le inchieste della rivista diventarono un caso politico e giornalistico: gli attacchi alla presenza delle basi missilistiche in Sicilia, la denuncia continua della presenza della mafia, le piccole storie di ordinaria criminalità.
Il 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava viene giustiziato con 5 proiettili alla nuca. Inizialmente, l'omicidio fu etichettato come delitto passionale, sia dalla stampa sia dalla polizia. Si disse che la pistola utilizzata non fosse tra quelle solitamente impiegate in delitti a stampo mafioso. Si iniziò anche a cercare tra le carte de I Siciliani, in cerca di prove: un'altra ipotesi era il movente economico, per le difficoltà in cui versava la rivista. L'onorevole Nino Drago chiese una chiusura rapida delle indagini perché «altrimenti i cavalieri potrebbero decidere di trasferire le loro fabbriche al nord». Il sindaco ribadì che la mafia a Catania non esisteva. Successivamente, l'evidenza delle accuse lanciate da Fava sulle collusioni tra Cosa nostra e i cavalieri del lavoro catanesi venne rivalutata dalla magistratura, che avviò vari procedimenti giudiziari. Subitò ci furono delle difficoltà e il processo riprese a pieno ritmo solo nel 1994 e si è concluso nel 2003 con la condanna di due esponenti del clan mafioso Santapaola. Un pentito spiegò che Santapaola organizzò l'omicidio per conto di alcuni «imprenditori catanesi» e di Luciano Liggio: nessuno di questi però è stato condannato come mandante.
 
« Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. » (Pippo Fava. Lo spirito di un giornale. 11 ottobre 1981)
 
 

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 05 Gennaio 2016 18:32 )  

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