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Pratolini e Firenze - Atti del Convegno - Firenze, ottobre 1996

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Centro D.E.A.

Atti del Convegno

Pratolini e Firenze

Firenze, ottobre 1996

Comune di Firenze

Consiglio di Quartiere 1

Centro Storico

Sommario degli interventi

Lettere a Vasco (A. Parronchi)

Tanto per cominciare a riparlarne, di Pratolini (R. Tommasi)

Natascia e Metello (E. Frollano)

Il Quartiere tra memoria e cronaca (G. Pattarino)

Pratolini e Firenze (F. P. Memmo)

Vasco Pratolini a Firenze (S. Grippi)

Firenze "palcoscenico" di un dramma collettivo (P. Baldelli)

Pratolini e tanto cinema oggi (A. Pizzuto)

Vasco Pratolini e il cinema (F. Mariani)

La "dolcezza" di Vasco Pratolini (L. Piantini)

Pratolini e Firenze (C. Giolli)

 

 

Alessandro Parronchi

LETTERE A VASCO 

Presentazione al Vieusseux del 13/1/97 dei due volumi del carteggio (Polistampa 1992 e 1996)

 

Se mi chiedo che effetto può fare questo ricercare il passato, rileggendo, trascrivendo, ordinando lettere, questo ricostruire carteggi con amici che non sono più, temo non possa non insinuarsi il sospetto di una vanità eccessiva, il desiderio di apparire testimone di età passate; oltre che costruttore della propria immagine, custode di un tempo che da prossimo sta diventando a poco a poco remoto. Rifare un cammino che, per quanto non si voglia, finirà per portarci esattamente al punto in cui ci troviamo oggi, né un passo di più  né un passo di meno, in fondo non è un lavoro inutile?

Questo potevano fare i letterati che appartenevano al periodo aureo della nostra letteratura, ma noi?

E poi, non è questo un lavoro che converrebbe affidare ad altri, che dopo di noi avranno il distacco necessario e il criterio esatto per separare ciò che può essere utile, ricordare da ciò che è inutile, e da ciò che sarebbe meglio dimenticare?

Io ho voluto pubblicare le lettere ricevute da altri, e quando ho potuto ritrovarle, le mie. E ho preferito non darne una scelta, pubblicarle integralmente. La nostra natura, e così la nostra vita, è fatta anche di materia. Così ho voluto non distinguere tra ciò che può essere reso pubblico e ciò che una convenzione civile vorrebbe che rimanesse privato. E' una distinzione che non sussiste nel mio ricordo, e non sussiste in quello che in me del passato è rimasto fino ad oggi e dura tuttavia. Quando queste lettere venivano scritte non si pensava nemmeno lontanamente che esse potessero essere pubblicate;  per questo palavamo di tutto. Allora perché distinguere tra pubblico e privato? Non noi - io, gli amici - ma l'epoca che abbiamo vissuto mi è parso che richiedesse questo obbligo di obiettività e di completezza. Dopo i fasti del Romanticismo e dell'Ottocento, ci è parso che un nostro dovere di letterati  bandisse ogni aspirazione alla "grandezza" per ciascuno di noi e per tutti in generale. E tuttavia in tutti noi è il senso di aver appartenuto a un'epoca non comune. Anche e forse soprattutto per quello che essa ha veduto cancellarsi, sparire in giri di tempo brevissimi, e per quello che ha distrutto. Il mondo di oggi si presenta - a chi almeno, come me, ha varcato gli ottanta anni - come un cumulo di rovine. Ma in questo sfacelo, che insieme al tramonto di tante illusioni ha visto la distruzione e la fine di tanta umanità e di tanta bellezza, il senso e la vastità stessa della rovina ci hanno convinti che sia pure da considerarsi un privilegio l'aver appartenuto a un'epoca che con la fine di tante cose, non poteva non considerarsi la premessa di un nuovo principio.

L'addio ad una serie secolare e il saluto di una nuova serie, non può ripetersi per noi con la sicurezza del verso virgiliano, ma sì con la coscienza, logorata di dubbio, che ci aspetta un tempo nuovo, dal volto indecifrabile, un tempo in cui quello che abbiamo sperato di salvare delle cose amate non avrà forse più alcun valore, un tempo in cui la nostra cecità cerca invano di leggere e di riconoscersi.

L'unico sentimento che ci sostiene è ripetere fino all'ultimo, sia pure indebolito ma non estinto, questo atto di amore, questa solidarietà che tra noi singolarmente insufficienti raggiunga la pienezza e la coscienza del vivere. Così si impone il combattere contro una morte, che Leopardi salutava "sola nel mondo eterna", questo ripercorrere il nostro intersecato e incerto cammino, con tutte le titubanze, le svolte, gli errori, i vizi, le particolarità che lo anno caratterizzato e reso dissimile da tutti i precedenti.

Non ho una storia personale da salvare. La mia vera storia è quella che ho avuto in comune con gli amici che, vivendo lontani, sono divenuti i miei corrispondenti. Vasco Pratolini, Mario Marcucci, Mario Tutino, Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Morandi, e, tra altri morti, Oreste Macrì e Umberto Bellintani, felicemente viventi. Corrispondendo con ciascuno di questi ho chiarito una parte di me stesso. E mi sono anche sfogato. Sono uomini che mi hanno dato fiducia nell'epoca che tutti abbiamo vissuto e dalla quale siamo stati sommersi. Vittime, fortunosamente scampati o inconsapevolmente travolti, dalla grande alluvione del nostro tempo, eccoci qui. Io sono grato ad alcuni miei contemporanei d'aver vissuto nella stessa epoca, e lieto di non aver partecipato alla festa a cui altri miei contemporanei hanno creduto di partecipare. Ho peccato sì, nel formulare giudizi avventati, ma non ho voluto toglierli da queste lettere. Molte cose, forse, non ho capito. In compenso vorrei che di me si potesse dire quel che il Vasari dice di un artista a me particolarmente caro: "Amò, sebbene era persona stratta, le virtù degli artèfici suoi". E' un giudizio che mi aveva colpito, e che ho stentato a capire. Pensavo prima che invece di "artèfici" fosse da leggere "artefici". Ma no: qui non si trattava di amore dei propri artifici, ma della "virtù" degli altri che erano intorno a lui. Cioè, questo vuol dire: "l'arte di quelli che gli furono amici". Così non ho da rimproverarmi di non aver amato l'opera di quanti al mio tempo operavano. Anzi, d'averne accresciuto l'argomento stesso delle mie ricerche.

Mi fermo qui, per non correre il rischio che questa, che era partita per essere una "palinodia" possa trasformarsi in una "apologia". Da intendersi se mai nel significato inglese di "scusa".

Rodolfo Tommasi

TANTO PER COMINCIARE A RIPARLARNE, DI PRATOLINI

prolusione al convegno

 

"Il presente vince sempre".  E' la frase che apre Allegoria e Derisione, l'ultimo romanzo di Pratolini, il penultimo pannello di Una storia italiana, poiché, al di là di ogni opinione contraria, e certamente degna di essere discussa, è il pressoché sconosciuto Mannello di Natascia a concludere il ciclo storico – narrativo – poetico – lirico – auto inquisitorio previsto dallo scrittore. (E ho usato i termini "poetico" e "lirico" perché oltre al Mannello di Natascia che alterna versi e prosa, molto spesso nei romanzi di Pratolini si incontrano ariosi stilemi affabulatori che fanno pensare a già risolti e personalissimi impeti, o furori, di carattere preromantico. Non voglio appesantire il discorso, ma potrebbe essere interessante più tardi, o in altra sede, chiamare in causa gli esempi. Come dire: Pratolini è anche un poeta, un poeta autentico.  E infatti il Mannello l'ha dimostrato. Chiudo la parentesi e proseguo).

Dopo l'enunciato iniziale di Allegoria e derisione (poche righe dopo), leggiamo ancora: «Come dire che il tempo e spazio e la storia è luce. Che la storia è dinamica, cangiante, alternativa e il tempo è statico, inalterabile».  Credo che queste frasi contengano una chiave di lettura abilitata ad aprire tutte le porte delle inquietudini, dei dubbi, delle fobie, delle nevrosi, delle autoinquisizioni, dei maceranti perché che affollano una tra le più straordinarie ed emblematiche scritture della nostra epoca: una scrittura che ha pagato cara, e continua a pagare cara, la scelta di non essersi mai piegata a compromessi letterari o storici, una scrittura che ha detto no a correnti di mode tematiche, che ha creduto nel comunismo quando per i dirigenti comunisti era difficile essere davvero comunisti, che ha rifiutato di usare un'ideologia politica per fornire alimento e commercio facile all'industria editoriale.

Negli anni '60, tra i meravigliosi solipsismi rimuginati sui percorsi della memoria nel giardino dei Finzi Contini e le violente (ma algide, ben calcolate) denunce politiche e sociali di Moravia, per Pratolini è stato incuneato un posto di autore nello spazio della tolleranza e talvolta del sospetto. Lo ha dimostrato dal pulpito cattedratico Cesare Cases con il suo saggio su Metello. Di fronte ai meccanismi partitici della cultura, troppo scomodi diventano romanzi come Lo scialo e Allegoria e derisione dove si trova scritto: «abbasso la libertà, te la regalo. La tua libertà di opprimermi non è la mia di subire. Che diritto ha la tua forza economica di punire con pane e lenticchie la mia nullatenenza? O il tuo ingegno di umiliare la mia scarsità intellettuale?»; la libertà «consente (...) di darti del ladro quando non ho i mezzi per impedirti di rubare».

In quegli anni '60, mentre Bruno, nella Costanza della ragione, favoleggia sulla mitica Gali (le officine Galileo), editoria e cultura nella maggioranza dei casi significano "sinistra" se "sinistra" significa propaganda; uno scrittore che va più a fondo, che ci crede di più, che non si allinea e si dichiara apertamente deluso tacendo in occasioni ufficiali e scrivendo, appunto, Allegoria e derisione, non può entrare nel gioco delle strategie culturali.

Ma resta grande. Ha capito i meccanismi. Sceglie una sua solitudine; una solitudine sismica, però. E accetta, infine, la "censura di Stato". «Coraggio, diamogli il premio Viareggio e togliamolo di torno il Mannello di Natascia» - questi, più o meno, il formale tributo e il discorso che l'Italia letteraria ha riservato all'ultimo capolavoro di Pratolini, dove finalmente l'autore senza laurea e lauro sbotta e parla della «assassinata che il mondo vorrebbe assassina».

E Firenze? Firenze, come sempre, in certi casi, tace, non difende, non rivendica l'internazionalità di un suo autore: non l'ha fatto per Dino Campana; non l'ha ffatto per Vasco Prtolini. Se non fosse stato per Alessandro Parronchi, non avremmo neanche una lapide in via de' Magazzini. 

Eppure Firenze, tante volte grande madre al momento del parto e poi acida matrigna verso i suoi figli, non è mai stata solo "luogo" sulle pagine di Pratolini. Lo scrittore l'ha elevata a concetto, storia, entità culturale, personaggio: ha fatto della sua città quello che Dostoevskij ha fatto di Pietroburgo e Joyce di Dublino. L'ha amata e detestata con l'amore e il fiele dell'esule: «Questa è la mia città / dove sceso il sole / ai santi ai guerrieri ritti / sulle nicchie d'Orsammichele / fanno la guardia le mondane. / (...) / Nè metropoli nè paese. / (...) / Bisognerebbe dargli fuoco / A questa mummia dal nome fiorito. / Mettersi sottobraccio qualche / statua qualche quadro, salvare / le rotative dei giornali / e pei viali i lungarni sotto / le torri bugnati cospargere / dei sacri fiotti di benzina.» Ma altrove parla della «greschezza che sprizza/ dalla serpentina di San Niccolò», ricordando «le mura il cielo delle città lontana / dove fu bella giovinezza / col suo miele di fanciulle e di fame»; così come ai lampi gli escono dalla penna "le mura degli Antellesi", «la suprema geometria della / Cappella Pazzi», «via San Leonardo lastricata di baci»; per ricordare, infine, con Natascia, un "tutto" della città - memoria: «andiamo Natascia, vola! Corri ai Bosconi, troviamoci sopra le Rampe, sull'argine del Mugnone, lassù a Montesenario, laggiù alle Cascine, sotto il Prato dello Strozzino, in Boboli, alle Due Strade, - nei pressi del Giramontino».

Scorci scenici di romanzi e poesia. «Firenze è l'assordante silenzio di via delle Casine».

Ma è anche, sempre per Pratolini, il luogo degli eventi, il suo "castello dei destini incrociati", per mutuare l’espressione da Calvino. Fino all'ultima visione di Firenze: tragica ed elegiaca: la Firenze del tramonto, quando un estremo raggio di sole illumina «San Miniato musiva», pesando la rabbia e dolore su quell'«assassinata che il mondo vorrebbe assassina».

Edy Frollano

NATASCIA E METELLO

 

Il Mannello di Natascia vuole indicare un fascicolo, un "fascio" di poesie, che un'antica amante fiorentina dell'io-lirico rispedisce all'autore quando entrambi sono ormai vecchi. L'antica amante fiorentina è, appunto, Natascia e usa come "postina" la nipote, ventiduenne, letterata, di estrema sinistra, politicamente impegnatissima.

Gli anni della riconsegna sono i "terribili" anni Settanta e il riferimento storico principale a cui l'io-lirico ricorre è il '78 del rapimento e, poi, dell’omicidio di Moro.

Nella mia lettura ho indicato il Mannello di Natascia, ultimo libro di Vasco Pratolini, come ulteriore e ultimo segmento di quella Storia italiana che l'autore aveva voluto raccontare con la trilogia Metello, Lo scialo e Allegoria e derisione, proprio per il coraggio di trattare un tema storico, politico e sociale così ostico ancora oggi.

Una tetralogia dunque, con gli anni Settanta come epilogo.

Anche il nome di battaglia che nonna Natascia dà alla giovane nipote, Viola, mi ha suggerito un riferimento al primo protagonista in senso storico della trilogia: Metello (la sua prima amante, la fata buona che aiuta Ersilia quando lui è in carcere, la futura figlia, se figlia e non figlio sarà, che il romanzo non ci fa conoscere ...).

Ma ho fatto delle ricerche, e la giovane Viola ha acquisito presto il nome anagrafico di una ragazza davvero esistita e uccisa, come l'io-lirico racconta, dalla polizia a ventidue anni: Anna Maria Mantini.

Il testo che segue è un tentativo di sintesi (in corsivo le citazioni, in tondo la mia scrittura): una immaginaria Natascia ispirata dall'ultimo libro di Pratolini, racconta a Metello la morte di questa Viola "vera", di Anna Maria: perchè di lei Vasco Pratolini annuncia (e purtroppo non realizza) una futura biografia.

Chiamiamola d'ora in avanti col suo nome di battaglia: Viola.

"Per una bambina, sempre che a te non dispiacesse, potrebbe essere Viola"

"Perchè mi dovrebbe dispiacere? Anzi, ci ho già fatto l'orecchio (...) Eppoi, non  era il nome di quella maestrina che conoscesti tanti anni fa, quando avevi ancora da fare ill soldato?"

Di quella e dell'altra Viola ti devo parlare, della quasi madre o della forse figlia.
Devo darti il dolore che ti fingi di ignorare: non esiste più.

Ci sarà in futuro qualcosa che non le somiglia e non ti somiglia e che sarà comunque il tuo sangue. Talmente ignaro di essere schiavo da non soffrirne, così cieco da morire vecchie e con due pesanti eredità da dimenticare: un nonno anarchico e una zia terrorista. E neppure un dubbio che possa mai più suggerire la minima chiave verso una casta così radicalmente estinta, così orribilmente senza memoria, come «i Betto Mettefuoco, i Caccia di Siena, i Balducci d'Arezzo», …i tanti Salani Metello di cui non si narra.

           Ma cosa n'è, sono io adesso
            che ti chiedo, di Betto Mettefuoco di Caccia
            da Siena di Balduccio d'Arezzo e di Maestro 
            Francesco Mastro Torrigiani Bartolini Palmieri
            come noi fiorentini, di Pacino di Terino, d'Incontrino 
            dei minori come dire del popolo minuto dei ciompi
            dei capo tecnici dei metallurgici neanche specializzati?
            prova a pensarci cosa s'intravede per loro di cambiato
            e che dovrà pur cambiare? devo dirlo
            io giovane a te vecchio?

La sua morte è stata taciuta più di altre, perché se ne è voluto annientare l'orrore di chi ne è inorridito. Si è pacificamente ucciso chi pacificamente ne è inorridito. Come aver spento il ricordo del sorriso dopo aver per sempre chiuso la bocca che l'ha prodotto. E come possono i morti parlare dei morti se ogni ricordo, anche solo dovuto all'amore, diviene lapide implacabile al primo accenno. Sono la maggioranza, i morti: questa la loro debolezza. Non resta in vita un'anima a raccontarli.

              Io sento ogni istante che mi concedo di riflettere
              sulla mia pelle la mia gota il viso l'abbraccio
              il fiato l'odore di Maria Grazia, il giorno che sbaciucchiandoci
              un carro ci dicemmo ce l'abbiamo fatta con questi coglioni
              di professori medi, ora ci toccan quelli del liceo, forza,
              dove vai quest'estate, al mare, con tuo fratello Berto?
              con i tuoi? ... Anch'io ho i miei morti, noi tanti ne abbiamo
              da impalarvi vivi ...

È forse giusto: dei morti si può avere solo pietà, e non le si addice. Nonne ha voluta, non ne ha concessa. Ne ha concessa più che ricevuta. Ma è un conto che non torna mai: l'orrore di uccidere ha colpito più lei dei suoi nemici, tanto che la morta sconfitta è lei. Lacrime e pietà per le sue non vittime. Non una lacrima esce, delle mille che ci turbano ogni notte, per la sua morte e dei suoi, per il fuoco sepolto che nutre le pareti dei senza speranza. Non è forse il crimine più grande salvarsi, se i più non possono farlo? E salvarsi da che?

           ... avevo quindici anni dietro quel funerale, lei mi
               ringraziò con uno sguardo di pietra. Non l'ho più vista, 
               non la rivedrò più ormai. "La Nazione" col titolo a tutta 

               pagina quando fulminarono anche lei costì a Roma, 
              L'avrei mangiata!

Il suo funerale è stato proprio senza pietà. Come lei avrebbe voluto. Circondata da un esercito armato e in diritto di sparare su qualunque portatore di pietà, ha trascorso un pomeriggio e una notte, prima di essere calata, senza una lacrima nella fossa. Un funerale da guerriera in terra nemica. Sono rimasta tutto il pomeriggio e tutta la notte davanti al cimitero. Davanti a quei fucili minacciosi ha cercato i termini di una ribellione antica. Non mi fate paura, pensavo, e mi venivano agli occhi la gonfia Moquette che mostra il deretano ai soldati, i ragni di Pin, il tuo petto di gallo indignato. Tutto meno che lacrime pensavo, e niente se non lacrime gridavo. E sconterò l'aver regalato ai fucili che mi fermavano il passo l'unico vero senso della sua vita: basta pianti, basta pietà; sulle stragi, sui poveri perduti. Basta umiliazioni alla dignità dell'intelligenza. Ma l'avevo vista nascere, mi leggeva i suoi temi e mi chiedeva di te, bambina gioiosa e intelligente da non credere: ridente e curiosa da aprirti il cuore, come seria e severa dove non si può scherzare. Credo l'abbia indignata più la tua scappatella con la vicina borghese che la crocifissione di Cristo. Mi ci divertivo io a dargli di bigotta mentre lei faceva gli occhi scuri e, senza avere capito l'offesa, sapeva di averla ricevuta. Fino ad un punto ... Ma il resto lo so ora. In quello stretto d'inferno, accanto a fiori e marmi ancora non morti, davanti alla Santa Barbara che barricava il cimitero di Palazzeschi, lei era ancora solo la mia cocchina ventenne, che tante armi facevano sola anche da morta. Anche se ornai non era più che morte.

Le sue e le nostre speranze, e utopie, noi immobili fantasticando Europa, tragica danza macabra agli esgtremi giorni ballando, loro. Ma un comune astrarre nel suo farsi dalla storia. Negarla coi gesti avidi di futuro, persuasi che da macigno sboccerà la rosa. Dall'urlo l'armonia. Ci amava e ci giudicava, come noi ci facciamo suoi giudici adesso, con tenerezza e orrore. Questo il diverso e il simile.

Lei l'assassinata che il mondo vorrebbe assassina, Non farmi temere che tu le creda.

Così tutta Settignano, dove sono nata, diventata donna sposa madre e nonna in due case ma sempre nella medesima piazza e dove non sono più riuscita a vivere. Svezzata da quel piombo, ho ripercorso in ogni centimetro l'asfalto di Firenze, e nuovo piombo incontro in quella piazza Alberti, (l'Affrico di D'Annunzio in gran parte interrato, vedi il nuovo cavalcavia?...), ti spiegherebbe lei, anche se di un'altra morte e nuovo sangue, del mio e del suo, ti parlerebbe. Di un'altro nipote «assassinato da assassino» a poco più di vent'anni. Atroce ch'io possa rivedere, in questa città che conserva ogni pietra, ancora il segno del proiettile che lo mancò, quasi a memoria di quello che lo colpì in piena testa. Marchio di pena e punizione. E io, nonna infame d'infami, lo avevo scansato per mesi, per cosgringermi a non vedere in quel muro offeso il viso del mio ragazzo trafitto dal disprezzo. Lui e non altri mi condusse in Santa Croce. Il quartiere dei Maciste e dei ragionieri, dei poveri amanti e dei dannati; di via del Corno e delle Murate. Ora dei meticci, i primi non adottivi, ma adottanti, che vivono in Santa Croce senza aver mai visitato il cenotafio di Dante , che per bisogno ci sono, e per questo sono disposti a morirci lavorando. Al quartiere dei Sepolcri regalano la vita, colori e pietanze esotiche al prezzo di pizza. Nascono, giocano, cantano e lavorano. E poi lavorando muoiono, e di loro ci si ricorda solo il privilegio di avere ottenuto un lavoro.

"Scusami; parlo ma sto pensando a quei disgraziati. Del resto, loro sono morti e alle famiglie non glieli ripagate di certo facendo i generosi. Neppure se gli metteste in mano mille lire. E' per l'avvenire che vi dovete preoccupare. Tassatevi in modo da dargli un tanto alla settimana, almeno per qualche mese.

Badolati cos'ha detto?"

"Offrirà le solite cinquanta lire, te ne sei scordata? E perchè è il meno boia. I padroni non hanno alcun obbligo d'iscriversi alle Assicurazzini. Ce ne vorranno di scioperi, e di bare, prima di conquistare un diritto come questo"

"Io ti ho sempre dato ragione. Ma tu non mi devi mettere paura."

"E' stato un incidente. Non è il primo e non sarà l'unico. Lippi e Renzoni nipote sono morti come morì tuo padre. Sono cose che capitano a chi lavora in aria. Lo sciopero non c'entra. Ma col Tedesco ... il Tedesco l'ha ammazzato l'agente col tubino"

"Che si  debba pagar tutto così caro?"

"Dovevano essere stanchi, come tutti, al vecchio gli è di sicuro già preso un capogiro e si è trascinato dietro il ragazzo. (...) Ci vanno sempre di mezzo gli innocenti. Lippi, lui cos'era la vita lo sapeva, coi figli grandi e sposati come aveva non aveva più doveri- Ma il Tedesco, che lascia al mondo due creature, la bambina affidata alla mamma che si sa esprimere anche meno di lei ... E Renzoni piccolo! Tu l'hai conosciuto, ti rammenti che occhi aveva? Celesti, nuovi, chi se li potrà più scordare?"

Nuovo, proprio nuovo era il suo celeste. Spesso di passato, come di chi viva ogni presente avendolo già disperatamente risolto.

La mia pallina (...) la bambolina, codesta figlia'ntrocchia che tradotto significa di buona donna, furbettina, "quella che mi pisciò sull'uscio". Ma saggia quando vuole, piena d'ingegno, scapata ma dritta sull'asse d'equilibrio, col tempo ne parlerà il mondo della bambolina ... I suoi ventidue anni che compirà in ottobre il suo turchese ....

A guardarci, vecchi, giocare e fingere fosse tutto vero, che la democrazie aveva vinto e che nessuno più era povero e che tutti i criminali erano nelle mani della giustizia e che tutti i condannati erano colpevoli e che l'Italia avrebbe vinto la coppa del mondo e che gli scettici erano provocatori. In questa Italia di splendidi e segreti era ovvia provocazione la più banale verità. Le stragi erano provocazioni e provocazioni le rivolte contro le stragi, provocatorio era morire in piazza o chiedere una casa, provocatorio dichiararsi innocente e morire in carcere, provocatori il dubbio e la certezza. E delle migliaia di "provocatori" solo agli stragisti è stato condonato il debito.

Dillo infine, si sta facendo mattina, a qualcuno di coloro / se ne conosci che vanno in cerca di pubblico e di poesia / i debiti soltanto / con la morte si pagano (...). Leggerai su elleci la poesia di un certo Renato ex Mamiani, non so / chi sia, so che ha scritto, sotto inqualificabile / forma, qualcosa ch'io stessa mi sento dettar dentro / con amore. Codesto Renato insomma ha elevato, per la morte / d'un compagno un'ode che ti saluto Pindemonte, ti saluto / neruda un canto assatanato in lodo d'uno di noi nominato Danilo, un inno un'invettiva un no grosso / come la cupola, un pollice verso grande quanto santamariadelfiore a voi tutti, uno per uno (...) e non mi frega nulla se la lirica è altro, io lo so cos'è / qui mi interessa l'urlo il contenuto, l'intravedere / la poesia civile, anche, che sarà domani, e tutti voi narratori / e poeti insieme ai riformisti ai piccisti / ai padroni, tutti  voi morti / che seppelliremo in vera gloria (...) / questo Renato esclamava: scoveremo anche noi la morte: / per darle il vostro domicilio (...) / io so che i Renati hanno ragione non gente come te come voi, / è a momenti scusami cerca di capire un odio ma un odio / e forse non l'ho detto tuttavia lo suppongo, / un rifiuto forse anche generazionale / - siete sei sono dei morti che parlate.

Chiedo scusa a entrambi, alla mia bambina e al suo Metello. Il non aver capito, ora lo so, è stato il crimine. Aver "giovato ai buoni" anziché ai "grandi", perché giocare ai grandi era troppo impegnativo, questa la vergogna.L'essere ancor viva a novant'anni e unica a poter parlare di lei, che ne aveva venti, vecchia della mia vita e della sua morte.Cosciente che dovrà essere sepolta nel silenzio ogni traccia della sua vita e dei suoi, perché nonne e nipoti possano riprendere a parlarsi di merletti e scappatelle, di bugie e di profumi, di Mozart e Jovanotti, di arte, gelati e nostalgie.

           Ora che s'è fatto silenzio,
           a denti stretti ciao - ma ciao dove
           se non su questo pianeta che tu bella
           infioravi? Luce e succo esalati come
           scoppia la melograna al troppo sole.
           Tu clandestina.

           E come un tempo su giovinezza amore
           in ogni suo eloquio ogni sua censura,
           sul passo d'Arno che sa del tuo bel viso,
           Natascia e Buonalana si sono incontrati.
           Di te cheti parlando della tua corta vita.
           Lo scontro a fuoco.

           Noi della nostra creatura non possiamo che assaporarne la memoria.

           Egli ha detto: "Aiutami, insieme daremo
           voce e lume alla tua storia. Ci spenderò,
           io, nel trascriverla, il resto della vita
.

Del mio resto è rimasto poco; del suo niente. E della pallina rimane il segno nelle celle, sui muri graffiati dai tanti Salani Metello rimasti in carcere senza storia, senza voce e senza redenzione. Ricordi con Ersilia: «Esco di qui e la sposo». Le stesse frasi, a volte solo il nome, a volte un accenno che riconduce una data al grumo di crimine e giustizia, che ha pervaso la sua vita. Sai che per anni non sono riuscita a portare un fiore né a lei né a suo padre mio figlio. Non era prudente, mi avevano avvertito, e io, vecchia vigliacca piena di vita, ho ammorbato per anni il mio amore di paura. Finchè a vinto la rabbia dell'amore, l'ansia di rivederla, e so che non mi è concesso se non ripercorrendo il suo vivere e ricostruire, nello spazio del mio passato, il suo.

           La mia e la sua immagine sovrapposte, il suo
           agile veliero su cui sventola alto il pavese del futuro,
           il mio tre alberi ben calatafato, la prua ad oriente
           lungo una rotta ormai ben prestabilita ..

Nel “mio sgamato solstizio” la “sua aurora”. Ma i mille "no" e le "bugie buone " con cui accoglie una vecchia stolida pensando sia pietoso ingannarla o inutile informarla mi fermeranno. La mia lunga vita di nonna finirà senza aver conosciuto la sua breve adolescenza di nipote.

Nella medesima ora, come avevano arrestato Metello, avevano arrestato Giannotto, e Corsiero, e l'anarchico Friani, tutti i componenti i gruppi del ventuno. Mancavano  il decano e Renzoni piccolo, già im pace con Dio e con la questura. Li imputavano di "attentato e ribellione alla forza pubblica, istigazione alla sommoissa e associazione a delinquere". Un'assurdità, e infatti li avrebbero assolti in istruttoria, ma dopo sei mesi di carcere. Centosettantacinque giorni, uno di seguito all'altro passati alle Murate.

All'epoca, tua e sua, erano tutti "idonei al regime carcerario". I "non violenti" non ci capivano davvero. E c'era una Viola allodola - maestrina - molecola impazzita - fata buona - stolta vestale della felicità, che ora non c'è più. Davvero

Ora che s'è fatto silenzio
ai denti stretti ciao - ma ciao dove? ...

"Ma d'ora in avanti" "d'ora in avanti cosa?"

Questo testo è stato letto dall'attrice Anna Montinari, che ringraziamo per la sua partecipazione al convegno.

 

Gloria Giudizi Pattarino

IL QUARTIERE TRA MEMORIA E CRONACA

 

Parlando di "Pratolini e Firenze" non si può non  parlare del rapporto tra l'autore e Santa Croce. Se quest'ultima in chiave letteraria è il tempio foscoliano che conserva "l'urne dei forti", tale non è però per Pratolini: per lui Santa Croce è ll Quartiere per antonomasia, dove vivono «fiorentini di antica razza»[1], definizione orgogliosa di un popolo di cui lo scrittore condivide la storia e la vita. Cresciuto nei vicoli dietro piazza della Signoria, a ridosso del quartiere, appunto, di Sznta Croce, da sempre Vasco ne respira l'aria e ne serba memoria viva di odori e colori che tornano nei primi racconti e nel romanzo.

Nella critica nasce immediato il dibattito sula dicotomia pratoliniana tra Memoria e Cronaca ma in realtà occorre superare la scissione: la memoria familiare diviene "cronaca familiare" e su questa si innesta poi la "memoria civica", urbana, prima (Il Quartiere), "storica" poi (Una storia italiana).

La memoria dunque è, sì, autobiografica, ma anche cronaca di casi propri e di altri. Nasce il romanzo Il Quartiere.

L'incipit, «Noi eravamo contenti del nostro Quartiere», ci mostra un giudizio soggettivo a cui fa immediatamente seguito la definizione oggettiva di rione. L'autore non è un intellettuale distaccato ma parte integrante di Santa Croce, territorio delineato geograficamente («al limite del centro della città, il Quartiere si estendeva fino alle prime case della periferia, là dove cominciava la via Aretina, coi suoi orti e la strada ferrata, le prime case borghesi, e i villini»[2]); socialmente («povertà patita con orgoglio, affetti difesi coi denti»[3]); bettole e botteghe affumicate; interni di squallide abitazioni; operai, calzolai e maniscalchi che lo popolano storicamente («Fiorentini di antica razza»).

E nel Quartiere i sentimenti sono essenziali: si vive per «malinconia, abitudine o amore»; tra «privati rancori […] e private dedizioni», «pugni e abbracci».

«Eravamo un'isola nel fiume che comunque andava»[4], dice Pratolini, a sottolineare un luogo sicuro, protetto e protettivo. L'ottica è quella originaria presente nel racconto "Una giornata memorabile": il Quartiere è visto come Eden e gli abitanti ultimi picari felici.

Pratolini lascia però questa visione quando passa all'inferno dello Scialo ed interroga la storia del fascismo sulle sue colpe: l'autore sembra avere davanti a se l'immagine della Cacciata dal paradiso terrestre di Masaccio. Uscire dal Quartiere significa infatti cadere nel vizio dello Scialo e che il romanzo citato chiuda l'idillio di quartiere dei primi anni ce lo dimostra la frase conclusiva: «anche l'aria e il sole sono cose da conquistare dietro le barricate».

Il recupero della memoria rappresenta dunque la prima tappa di un progetto di scavo della realtà: dalla memoria nasce la cronaca e quanto stretta sia la simbiosi tra memoria e realtà ce lo dice lo stesso Pratolini in Allegoria e Derisione, nella sezione Roma, 10 giugno 1940, parte prima, 4: la realtà va interpretata attraverso la memoria e viceversa la memoria va ricollegata alla realtà. In Dicembre 1945 a Milano, parte seconda, 3, l'autore allarga però il discorso e dubita del binomio in questione ritenendo che la realtà vada identificata non con la memoria ma con la storia. Ciò non significa togliere valore alla memoria come mezzo di indagine conoscitiva del concreto ma, come specifica nell'intervista concessa a C.Bo[5], approfondire motivi che sempre gli sono stati congeniali. Pratolini scopre la tecnica espositiva della cronaca proprio nel Quartiere e la cronaca come mezzo di racconto è ripresa non solo da naratori ma anche da cineasti che vogliono rappresentare in modo immediato fatti minimi di miseria e dolore, dimenticati dalla retorica fascista, sublimati dagli ermetici, resi bozzetto dal gruppo Strapaese.

Nel Quartiere su un substrato di idealismo autobiografico e per alcuni critici su un'ottica populista realistica, si innesta una concreta attenzione realistica: Pratolini crea quadri di vita quotidiana, più o meno frequenti in tutta la sua produzione a cominciare dal citato racconto Una giornata memorabile, con le «partite furiose, frammezzate da litigi e calci negli stinchi» con una vera tecnica filmica che, come dice Alberto Bevilacqua[6], inventa il "piano sequenza".

Sono cronaca la guerra d'Africa, il risanamento del quartiere, che rientrava nella politica mussoliniana di sventrare le zone "malsane" dei rioni medioevali in città storiche quali Firenze (la città all'epoca aveva molti problemi urbanistici visto che il suo aspetto era ancora quello dei Lorena); reale è il dissenso dei proletari "sovversivi" (Giorgio e il padre) che raramente venivano alla luce ed in tal caso erano mandati al confino politico (Giorgio).

Ma quando Pratolini sia sentimentalmente legato al romanzo ll Quartiere lo dice lui stesso in una poesia[7] che gli ha dedicato:

Ecco questo è il libro
nel quale vi prego
se io cadrò voi che rimarrete
di scorgere la mia figura stellare
una presenza amorosa un calmo addio

L'uso della Q maiuscola ad indicare il quartiere di Santa Croce fa di questo uno spazio ideale, microcosmo compatto, protagonista del romanzo come il popolo di cui l'autore fa parte.

La funzione simbolica del territorio appare chiara nella conclusione: dopo il Risanamento gli abitanti restano attaccati con ogni sforzo alle case superstiti e il Quartiere diventa disperata resistenza al male storico. Pratolini però sente da subito questa sua adesione alla materia trattata come un difetto, «il difetto maggiore», che denuncia all'amico S. Parronchi nella lettera del 14 marzo 1945: «una maledetta commozione che mi piglia quando porto avanti un personaggio a cui voglio bene, nel senso che sto per lui. Bisogna proprio che mi difenda dal mio idilllismo»[8]

Che l'autore "stia" per i personaggi del romanzo è peraltro ovvio dal momento cche lui stesso ne fa parte fin dall'inizio, in quel noi narrante col nome di Valerio (residuo autobiografico della prima fase dell'attività pratoliniana).

Come dicevo ciò non toglie che Pratolini analizzi concretamente la realtà sociale di S. Croce: ne dà precisa collocazione topografica, «dall'arco di San Piero a Porta alla Croce», ne dà strade e piazze nomi antichi, affascinanti e metaforici (via del Fico, dell'Oriolo, dei Conciatori, borgo Pinti, Canto delle Rondini). “L'isola" è tra via dei Malcontenti, via dell'Agnolo e Borgo Allegri, chiusa dunque in una manichea oscillazione tra male e bene che si conclude con gli abitanti comunque felici.

«La nostra vita erano le strade e le piazze del Quartiere»[9] tra le più vive ed animate - dai fiaccherai, il cenciaiolo, le donne sedute «sulle sedie nane», l'immondizia gettata in strada, a sera, dalla finestra - ci sono via dei Pepi e via dell'Ulivo, al cui incrocio abita Valerio.

Il Quartiere cambia volto al cambiare delle stagioni: in primavera le mimose, i gerani ai balconi fanno dimenticare la povertà degli interni; d'inverno «i rivoli d'acqua grigia» fra i lastroni sconnessi delle strade, piazza del mercato deserta, battuta dal vento, accentuano la miseria del rione.

Le case sono buie, fredde, squallide, tristi, tutte uguali: camera matrimoniale, cucina, salotto-dormitorio per i figli. Lo squallore degli ambienti può essere però anche ricettacolo di vizio e perdizione come lo è la stanza della vecchia prostituta da cui sale Gino giovanetto o il casamento dove abita la madre di Carlo che si prostituisce. Comunque gli interni sono visti in un'ottica diversa a seconda di chi vi abita: positivi se sfondo di un personaggio morale (Olga, Giorgio), negativi se si vive nel vizio (la casa di Olga, quando vi abita la madre). Nell'alternarsi di interni ed esterni, nelle descrizioni paesistiche che indicano il passare delle stagioni ritorna la tecnica filmica di Pratolini, il suo gusto visivo che trova conferma nella sua attività di sceneggiatore o collaboratore a soggetti cinematografici.

Nel romanzo non esiste un personaggio protagonista ma un clan di giovani (Valerio, Vasco-narratore, Arrigo, Carlo, Gino, Giorgio, Maria, Marisa, Olga, Luciana) interdipendenti e solidali, le cui storie sono sottolineate dai commenti moraleggianti delle donne «per le scale sulle soglie, nelle botteghe». Riappare l'autobiografismo dell'autore che, dopo la morte della madre, è vissuto per le strade del quartiere, legato ai ragazzi che la frequentavano. Uscire dal gruppo vuol dire perdersi ed infatti Gino “si perde".

«Eravamo povera gente», «difesa dell'inerzia»[10], «popolo minuto sempre, fatto ignaro ormai, ciompi da se stessi traditi»[11]. Gli abitanti del quartiere sostano ancora sotto la Volta di San Piero dove fu ucciso Corso Donati nel 1308, però non hanno più l'impegno politico.

È sparito l'orgoglio della definizione storica iniziale ma non in maniera definitiva.

PRATOLINI NELLA DIDATTICA

Essendo insegnante di scuola media superiore concluderei riportando la mia esperienza didattica riguardo a come l'autore è recepito dai giovani oggi.

I docenti, sia di biennio che di triennio, propongono spesso i romanzi di Pratolini per una lettura libera nel biennio, mirata ad una analisi critica nel triennio. Gli studenti si avvicinano volentieri allo scrittore prima di tutto perché "fiorentino", poi perché sentono proprio il problema di una maturazione sui due binari presenti in molti testi pratoliniani: quello dell'eros e quello dell'impegno socio-politico.

Comunque sono portati più per le opere di gusto neorealistico (Il Quartiere; le Cronache Familiari e di Poveri Amanti; Le ragazze di S. Frediano; Metello) che per le opere complesse e impegnate, rivalorizzate dagli studi critici recenti (Lo scialo; La costanza della ragione; Allegoria e Derisione).

Il loro interesse è maggiore dove trovano tematiche che sentono vicine quali il mondo aurorale dei protagonisti di tante opere; l'importanza dell'amicizia, della solidarietà; le sofferenze della maturazione che necessita di affetto, amore; l'ottica con cui Pratolini oppone la gioventù (positiva, attiva, capace di contrastare l'inerzia dei padri) alla vecchiaia (inerte, passiva, negativa: la Signora, il carbonaio Nesi di Cronache di Poveri Amanti); la ricerca di sincerità; la rivalutazione del sentimento-istinto; il rapporto stretto col proprio territorio-Quartiere; l'ambiente cittadino, come dicevo, che gli studenti conoscono o che tornano volentieri a scoprire con occhi più attenti per ricercare luoghi letti nei romanzi.

A questo proposito ho avuto un'esperienza didattica con un lavoro di gruppo in una classe di biennio: si trattava di studiare gli "spazi" di Firenze narrati in alcuni romanzi da Pratolini e confrontare le descrizioni dell'autore con gli stessi luoghi fotografati dagli alunni. Il coinvolgimento dei ragazzi è stato alto e ne è nato un libretto didatticamente interessante, documento di un modo per concretizzare una lettura attualizzandola.

Seguendo poi le recenti indicazioni del Ministro della Pubblica Istruzione favorevole al rapporto scuola-teatro, sempre nel biennio (per una maggiore possibilità di autogestione del programma e non per altro) è stimolante anche impostare con la classe una riduzione e drammatizzazione dei romanzi dalla struttura più idonea quali, per esempio, Le Ragazze di San Frediano o Il Quartiere. Si lavora così all'adattamento del testo (potenziamento delle abilità espressive scritte), alla scenografia (studio dell'ambiente), alla recitazione (studio della psicologia dei personaggi; potenziamento delle abilità espressive orali).

Diversi invece gli interventi sulle opere dell'autore nelle classi del triennio. Per quanto mi riguarda agisco in tre modi: faccio con gli alunni un'analisi strutturale dei romanzi secondo il metodo di Grosser; analizzo il rapporto tra Pratolini ed il cinema: le versioni cinematografiche "dei" romanzi (soprattutto Cronaca familiare di Zurlini, Cronache di Poveri Amanti di Lizzani, Metello di Bolognini) ed il linguaggio filmico, le tecniche filmiche presenti "nei" romanzi ("campo lungo" di paesaggi e ambienti quali, nel Quartiere, Firenze vista dal Piazzale Michelangelo, l'Arno lucente, il verde delle Cascine[12]; "primi piani" mezzo di analisi critica come, nell'episodio della grotta, il volto di Carlo con «le lingue di luce che gli battevano alle spalle»[13]; "dissolvenze" che lasciano in sospeso situazioni, per esempio i soldati che sfilano partendo per la guerra d'Abissinia[14] o la carrozza che si porta via Olga nella notte[15]; oppure inserisco un'opera dell'autore in "percorsi tematici" da presentare all'esame di maturità, approfondimento dello studio della letteratura italiana (es. “La letteratura come denuncia sociale”; analisi comparativa di Cronache di Poveri Amanti; Cristo si è fermato ad Eboli di C.Levi; Le terre del Sacramento di Jovine; oppure “Il mondo aurorale nella letteratura del '900”: confronto critico tra Le ragazze di San Frediano ed Il Quartiere; Il garofano rosso di Vittorini; L'isola di Arturo della Morante).

A mio parere Pratolini esce vincente dal rapporto con altri autori contemporanei per la grande "simpatia", nel senso etimologico del termine, che i giovani hanno per lui.

Francesco Paolo Memmo

PRATOLINI E FIRENZE

Che Pratolini sia stato poeta del suo quartiere, cantore della sua città, è una formula vecchia, che risale a una recensione di Pancrazi e che è presto diventata un luogo comune. Come tutti i luoghi comuni ha un suo fondo di evidente, ovvia verità, ma come tutti i luoghi comuni in sostanza non significa niente. Non dice, ad esempio, del rapporto mutevole nel tempo che Pratolini, voglio dire l'opera di Pratolini, ha avuto con Firenze.

 

Firenze è nel Tappeto verde e in Via de' Magazzini il luogo della conoscenza: è l'aperto dei rapporti umani che si contrappone al chiuso, alla prigione della propria casa, al ricatto degli affetti familiari. E' una conoscenza dapprima guidata (la mano della nonna che lo tiene e lo accompagna lungo le strade della città), poi sempre più libera e consapevole.

 

Nelle Amiche Firenze è il luogo dell'idillio, dell'educazione sentimentale che  è educazione alla vita, all'amicizia, alla solidarietà, con la consapevolezza - sentita come una colpa - che non c'è mai abbastanza amore e amicizia e solidarietà e che comunque, l'amore, l'amicizia, la solidarietà non bastano a sconfiggere i mostri della storia (ricordate la giovane ebrea, che nell'anno delle leggi razziali, suicida in Arno).

 

Nel Quartiere e nelle Cronache di poveri amanti Firenze è il luogo della coscienza che si fa adulta, nel momento in cui l'educazione sentimentale si coniuga all'educazione politica, e si fa tutt'uno con essa (come poi in tutti i romanzi successivi); è il luogo della formazione umana, morale e politica di giovani che sono alle prese con una storia tanto più grande di loro, ma non rinunciano alla speranza nonostante tutto: l'aria e il sole da conquistare dentro le barricate.

 

In Metello Firenze è il luogo della lotta, il luogo in cui l'individuo diventa cittadino, membro di una collettività in cui s impara a dividersi non solo il pane ma anche il sudore e le lacrime e il sangue. Firenze è la città di Metello non perché Metello vi è nato ma perché se l'è ogni volta riconquistata, e poi quando viene chiamato alle armi, e poi ancora quando viene mandato al confino) ma a cui ripetutamente torna ogni volta arricchito nella volontà e nella capacità di lottare.

 

Nello Scialo, passati trent'anni da quell'epoca in cui sembrava prossimo il sorgere del sol dell'avvenire (ed è invece subentrata la notte più cupa e più fonda), Firenze è lo specchio della corruzione e dle male e del marcio della storia: non più la San Frediano di Ersilia, la sua sanità morale, ma quella di piccoli e grandi truffatori; non l'idillio amoroso ma gli squallidi amplessi senza amore; non più la fierezza di Metello che risponde a Badolati che nessuno potrà fargli cambiare pelo; ma la mediocrità, la grettezza di Giovanni che non solo cambia il proprio pelo proletario, ma vuole cambiare addirittura pelle e identità. Nello Scialo Firenze è, per dirla con parole di Marino Biondi, un "lupanare a cielo aperto".

 

E dunque: altro che Firenze immutabile, come qualcuno ha rimproverato a Pratolini. Come se Pratolini avesse scritto solo Le ragazze di San Frediano. Le quali Ragazze, se un valore hanno, ce l'hanno proprio perché sono calco e parodia di tanta letteratura che si è fatta su Firenze.

 

E tuttavia è vero: esiste una Firenze di Pratolini. Se ne potrebbe persino ricostruire la mappa topografica, anche se poi, a camminarci per le strade, adesso, si rischierebbe di non riconoscerla. Esiste come luogo del cuore da cui non si può evadere, almeno nella scrittura; esiste come un debito da onorare e pagare sino all'ultima lira, come un amore che ci può deludere e tradire ma che noi abbiano il dovere di non deludere, di non tradire; un rapporto da riallacciare ogni volta a partire da ciò che più ad essa ci lega: la lingua, che è la lingua della madre, la lingua imparata sul tappeto verde di via dei Magazzini, sulle lapidi incastonate nei palazzi, da portare appresso come un'eredità anche a Napoli o a Roma o altrove.

 

Esiste una Firenze di Pratolini, infatti, mentre non esiste, nonostante Il mio cuore a Ponte Milvio, nonostante vi abbia passato mezzo secolo della propria esistenza, una Roma di Pratolini. Roma compare nell'ultima parte di Allegoria e Derisione, ma come metafora del disorientamento e del caos, come luogo dello sradicamento dell'intellettuale che, nella prima parte del libro, era andato proprio alla ricerca delle radici, rimanendone irretito e sconfitto. In Allegoria e Derisione Firenze è appunto il luogo dell'investigazione e della ricerca, necessaria al lucido esame di coscienza che il protagonista si propone, il luogo in cui confluiscono passato e presente, in cui si è vissuto e peccato e espiato ogni vera o presunta colpa, il luogo in cui la memoria si fa realtà e la realtà è pronta a farsi una nuova e mai pacificata memoria, il luogo in cui non si capisce più, proprio mentre più si vuol capire, la differenza tra la letteratura e la vita, la vita e la letteratura, e si prende atto che la letteratura non basta ne a creare né a ricercare  la vita (così come in Cronaca familiare, la letteratura non basta né a far rivivere il fratello né a placare i propri sensi di colpa: vale più il barattolo di marmellata d'arancia finalmente trovato nell'ultima pagina del libro).

 

Firenze è dunque, nell'ultimo romanzo della trilogia, il luogo della sofferenza e della solitudine, laddove in Metello e nello Scialo, nel bene e nel male, era stato il luogo della convivenza e della solidarietà. Ma Allegoria e Derisione va oltre Firenze e oltre Roma per scoprire che ovunque, nell'Azerbaijan o nella Terra del Fuoco, l'importante è cercare di capire e capirsi - e non ci si riesce mai, va oltre per poi tornare di nuovo al punto di partenza, a quello che Bruno nella Costanza della ragione chiama l'orto di casa e che qui Valerio, con molta più vita e molte più amarezze alle spalle, chiama la fossa biologica: sicché sempre lì si torna, perché solo da lì si può sperare di ricominciare da capo.

 

È per questo che Pratolini non ha mai abbandonato, nella pratica letteraria, Firenze. Lo ha fatto una sola volta, in Un eroe del nostro tempo, ma si è dovuto inventare una città senza nome e senza volto. E ci ha provato altri volte, ma per accorgersi che non gli era possibile farlo, per cui negli anni Cinquanta fallisce il progetto del romanzo napoletano (su cui ha acutamente investigato Alessandro Parronchi) e alla fine - alla fine di tutto:  alla fine della scrittura, alla fine della vita - fallisce il progetto del romanzo che avrebbe dovuto dilatare a tetralogia la trilogia di Una storia italiana: quella Malattia infantile che nelle intenzioni di Vasco si sarebbe dovuta svolgere per tre quarti tra Roma e New York, dopo un prologo in Spagna, in piena guerra di Spagna. Ma Malattia infantile è anche il romanzo che avrebbe dovuto portare la storia agli anni Settanta, alle Brigate Rosse all'assassinio di Moro, coincidendo finalmente il tempo della narrazione con quello della scrittura (la grande illusione di Pratolini!), e a quel romanzo che Vasco non ha rinunciato. Lo ha scritto ne Il mannello di Natascia, su cui ha speso tutte le sue ultime energie.

 

Perché Il mannello di Natascia, pur non essendo un romanzo, va letto come un romanzo ed è, nella lingua, il romanzo più "fiorentino" che Pratolini abbia scritto a ulteriore testimonianza di un vincolo che non è mai venuto meno. E può sembrare un paradosso, ma non lo è: il fatto, dico, che Pratolini si sia immerso nella lingue di Firenze più che in qualsiasi altra opera sua proprio nel libro che, viceversa, è il più lontano, nel suo esito finale, dalla "cronaca" della città. Ma è appunto questo che è importante sottolineare: questa doppia spinta, centripeta e centrifuga, che sempre - e sempre più nel tempo - caratterizza l'opera di Pratolini e il suo rapporto con Firenze. Se così non fosse, se così non fosse stato, Pratolini sarebbe rimasto il memorialista della propria infanzia, dei propri affetti familiari, il cantore della realtà semplice, generosa, spontanea del popolo fiorentino e dei suoi quartieri, lo scrittore delle amiche e dei poveri amanti. Invece Pratolini è stato molto più di questo perché non si è mai limitato a guardare dentro il quartiere ma sempre, da dentro il quartiere, ha guardato fuori; dal quartiere è partito per una navigazione ardua e rischiosa attraverso il mare mosso della storia, esplorandone le cause e gli effetti, le pulsioni e le contraddizioni, le verità e le menzogne: perché la storia non sempre si svolge con noi e per noi ma qualche volta, spesso, o sempre, anche senza di noi e contro di noi.

 

E' stata una grande scommessa che Pratolini ha vinto giocando tutte le sue carte sino all'ultima, senza mai barare. Se aveva un debito con Firenze, la città che gli ha insegnato a leggere e a scrivere, lo ha pienamente saldato. Non solo Firenze, adesso, ma l'Italia, che i suoi artisti migliori li dimentica da vivi, figuriamoci da morti, ha adesso un debito con lui. Giornate come queste servono come parziale risarcimento, siccome aiutano a non dimenticarne l'opera.

Silvana Grippi

VASCO PRATOLINI A FIRENZE

Prolusione all’ultima giornata di convegno

Colgo l'occasione per ringraziare Maria Laura Perotti, Presidente del Consiglio di Quartiere I - Centro storico di Firenze e Roberto Budini Gattai, Presidente della Commissione Cultura che hanno organizzato questo convegno e che hanno dato l'opportunità di poter approfondire la ricerca su Vasco Pratolini. Come egli dice nella sua introduzione: «il suo lavoro e la sua vita, seppure vivacemente impregnati di fiorentinità sono testimonianza tracirata di valori e di conflitti culturali del nostro tempo».

Dopo la prima giornata di lavoro sullo scrittore, in questa seconda giornata proponiamo un film che abbiamo ottenuto grazie alla grande disponibilità sia della Rai che degli Enti Pubblici e della Mediateca Toscana.

Hanno contribuito alla ricerca del percorso filmico pratoliniano su consiglio di vari esperti  (tra cui ringraziamo  Baldelli e Vannini) il suo grande amico Prìarronchi, Cristina Giolli, che ha curato l'organizzazione e la Rai, l'Ufficio Pubbliche Relazioni di Roma, che ci ha dato la piena disponibilità nel fornire prontamente lo sceneggiato originale Lo Scialo.

Interessante questa scelta di proiettare Lo Scialo in versione integrale, (il 20 Ottobre presso il Salone Brunelleschi di Palagio di Parte Guelfa: sei ore suddivise in tre la mattina e tre il pomeriggio). Il film descrive gli aspetti di due decenni, dal 1910 al 1929 e dal 1929 al 1930, anni difficili per la vita e la storia italiana; l'autore ci mostra quella piccola e media borghesia che improntò il processo di sviluppo sia psicologico che sociale dove dominarono la forza di volontà di personaggi che affrontano i loro destini sia con accettazione che gesti forti hanno "fatto" la nostra storia recente.

Le due cronache, Cronache di poveri amanti e Cronaca familiare (in programma rispettivamente il 16 e il 18 Ottobre alle 21,30) hanno aperto il ciclo di proiezioni di film tratti dai romanzi di Vasco Pratolini offrendo uno squarcio delle situazioni sociali e non solo delle famiglie di "quartiere" alla ricerca di un nuovo status economico e sociale che possa permettere di uscire dalla povertà. Naturalmente queste vicende hanno molto in comune, con la vita stessa dell'autore, e diversi tratti vengono definiti autobiografici.

Ora vi presento la filmografia completa e la scheda del film alla quale segue la visione dello sceneggiato televisivo "Lo Scialo".

FILMOGRAFIA

Come autore del soggetto tratto da un suo romanzo o sceneggiatura originale:

-       Mara (episodio del film Tempi Nostri) regia di Alessandro Blasetti, 1953, tratto da Mestiere di Vagabondo (ora in Diario sentimentale), 1947;

-       Cronache di poveri amanti, regia di Carlo Lizzani, 1953, tratto dall’omonimo romanzo del 1947;

-       Vanda (episodio del film Roma 1938), regia di Sergio Capogni, 1954, tratto da Mestiere di Vagabondo (ora in Diario sentimentale), 1947;

-       Le ragazze di San Frediano, regia di Valerio Zurlini, 1954, tratto dall’omonimo romanzo del 1949;

-       Il momento più bello, regia di Luciano Emmer, 1957, sceneggiatura originale;

-       Un eroe del nostro tempo, regia di Sergio Capogna, 1961, tratto dall’omonimo romanzo del 1949;

-       Cronaca familiare, regia di Valerio Zurlini, 1962, tratto dall’omonimo romanzo del 1945;

-       Le quattro giornate di Napoli, regia di Nanni Loy, 1962, sceneggiatura originale;

-       La costanza della ragione, regia di Pasquale Festa Campanile, 1964, tratto dall’omonimo romanzo del 1963;

-       Metello, regia di Mauro Bolognini, 1966, tratto dall’omonimo romanzo del 1955;

-       Diario di un italiano, regia di Sergio Capogna, 1972, tratto dal racconto Vanda del 1947;

-       Lo scialo, regia di Franco Rossi, 1986, tratto dall’omonimo romanzo del 1960;

-       Ellis, regia di Daniele D’Anza, 1962, sceneggiato originale RAI;

-       Un eroe del nostro tempo, regia di Pietro Scivazappa, 1982, sceneggiato RAI tratto dall’omonimo romanzo del 1949.

Come sceneggiatore di opere altrui:

-       Paisa, regia di Roberto Rossellini, 1946;

-       Cronaca di un delitto, regia di Mario Sequi, 1951;

-       La domenica della buona gente, regia di Giulio Majano, 1953;

-       Terza Liceo, regia di Luciano Emmer, 1953;

-       Gli sbandati, regia di Francesco Maselli, 1955;

-       Rocco e i suoi fratelli, regia di Luchino Visconti, 1960;

-       La viaccia, regia di Mauro Bolognini, 1961;

-       Andremo in città, regia di Nelo Risi, 1966;

-       La colonna infame, regia di Nelo Risi, 1972;

-       La Firenze di Pratolini, regia di Nelo Risi, 1957, documentario sullo scrittore e sulla città

SCHEDA LO SCIALO

Ninì, Giovanni, Adamo, Folco, la gente del Pignone, Fru, Erminio, Fernando, sono i personaggi di quello che non a caso è considerato il romanzo centrale di Pratolini, ambientato fra il 1910 e il 1930 a Firenze. Gioco di amicizie e affetti, inimicizie e odii, sinistra e destra, il tutto rimescolato con cura da un unico contenitore (Firenze e dintorni): ambienti piccolo borghesi che si scontrano con il popolo arrabbiato e controllato a vista da una polizia sempre vigile. Luoghi come il bar Gilli e il Club dei commercianti ancora oggi vivi e vegeti fanno da sfondo a una Firenze sempre uguale: becera e bottegaia. Molti problemi psicologici dei personaggi che alla fine si riscattano attraverso la sofferenza: galera e morte. Restano gli scorci molto belli di una città che vista superficialmente è da sogno: indimenticabile. 

-       Regia di Franco Rossi

-       Aiuto-regia: Nella Vanin, Bronislav Savic

-       Elaborazione cinematografica: Valerio Zurini, Ugo Liberatore

-       Interpeti: Massimo Ranieri, Eleonora Giorgi, Stephane Ferrara, Marisa Berenson, Remo Girone, Ralph Schicha, Fiorenze Marcheggiani

-       Produttore: Turi Vasile

-       Produzione: Rai Rete Due Tv – Titanus Prod – Roma / Avala Film (Belgrato), Progevi (Parigi), Beta Film (Monaco), 1986

-       Durata: 4 puntate da 90 minuti circa l’una

Mattina:

-       1° parte – Nella (dalla primavera del 1913 all’inverno del 1922)

-       2° parte – Ninì (dalla primavera del 1915 all’estate del 1922)

Pomeriggio:

-       3° parte – Le famiglie Corsini e Maestri (dal 1924 al 1926)

-       4° parte – Nella e Ninì (1926)


Pio Baldelli

FIRENZE "PALCOSCENICO" DI UN DRAMMA COLLETTIVO

Da questo convegno si traggono molti spunti di discussione, come abbiamo appena visto nel film Lo Scialo Pratolini descrive e narra, da un lato, le vicende della Firenze popolare, dall'altro il romanzo, apparentemente limitato ad uno spazio preciso, circoscritto, lungi dal scivolare nel "campanilismo", si dilata fino a configurarsi come specchio del mondo, in chiave sociale, politica, morale.

Per l'autore, i quartieri si trasformano in palcoscenico dove ogni attore – sia protagonisti che comparse – rappresenta il dramma collettivo di un momento convulso e drammatico di un periodo storico particolare.

Vivo da molti anni in uno dei rioni cari a Pratolini, Santa Croce a Firenze, e mi capita di osservare la gente che vi abita, vi lavora o lo frequenta: gente ormai mescolata ad altre etnie: magrebini, senegalesi, cinesi, ex-slavi, roma, con i loro problemi da immigrati o da profughi (casa, lavoro, documenti, episodi di microcriminalità, o di razzismo ecc.). Per non parlare degli emarginati: tossicodipendenti, barboni, accattoni, e quanto altro oggi protagonisti di un periodo ben diverso da quello descritto dallo scrittore/regista nelle sue scene di vita ma che comunque hanno in comune la vitalità dei luoghi abitativi di un centro urbano ... ora distrutto non da uomini ma da macchine che producono gas nocivi.

Avverto il rimpianto di non avere Pratolini - che ho conosciuto - tra noi, in questi anni novanta a cui avrei voluto chiedere come avrebbe "descritto" e "comunicato" queste nuove situazioni.

Come nel romanzo di Pratolini, il "quartiere" funge ancora oggi – forse più che mai – da crocevia di destini collettivi ed individuali: uno specchio del nostro mondo in transizione, alle soglie del Duemila.

Angelo Pizzuto

PRATOLINI E TANTO CINEMA OGGI

Il titolo sarebbe di per se stesso, di disarmante ovvietà: Pratolini, uno scrittore prestato al cinema. Eppure, senza essere raffinati esegeti, l'argomento diventa – per così dire – centrale incuneato, motivo di riflessione e di memoria (un patrimonio da non dimenticare, un contributo da rivendicare nei suoi dettagli di apporto intuitivo, nella sia ridefinizione di dialoghi e di racconti narrativi); l'argomento, dicevo, diventa inusitato e pungolante se si pensa che il caso Pratolini, a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, non è isolato. Ed ancora: quanti e quali sinergie coinvolsero in una emulsione di ruoli e di apporti creativi, spesso variabili, polivalenti, intercambiabili, registi di cinema il cui "amore primigenio", la cui educazione sentimentale precedeva gli studi presso il Centro Sperimentale: attraverso incontri, dialettiche inalterabili, affinità elettive, maturatesi già negli anni liceali (famoso a Roma quel bozzolo di intellettuali, futuri antifascisti, che fu il "Visconti").

Chiedo scusa: mi accordo che divagando sul filo della memoria e della improvvisazione, rischio di andare, come si diceva un tempo, fuori tema (concetto che dopo l'avvento di scrittori come Musil, Joyce, Tommaso Landolfi dovrebbe essere messo al bando) e che stento a condensare in buona sintesi giornalistica, la sostanza delle mie considerazioni.

Torno sui miei passi e mi chiedo perché considerare, quello di Pratolini, il suo struggente amore per il "Quartiere" (felicemente tradotto in immagini filmiche) un episodio – limite, un caso isolato e immaterialmente dimenticato.

Io, che provengo (almeno per i primi vent'anni di vita) da una terra folta di autori più o meno seducenti, "giallistica" pure nell'agone letterario e poetico, non posso non pensare ad almeno due casi analoghi a quelli di Pratolini: diversi per ispirazione e respiro narrativo, ma sostanzialmente simili in quanto ad oblio o trascuratezza. Faccio solo due nomi, quello di Vitaliano Brancati e di Ercole Patti, scrittori omologhi ma di diversa sensibilità ed inquietudine che non starò qui ad analizzare. Chi di noi, senza consultare enciclopedie o appunti personali, sarebbe in grado di dire, all'istante, il contributo che Patti e Brancati seppero dare al cinema del loro tempo in qualità di sceneggiatori e dialoghisti? Non entro nel merito di opere quali Il vecchio con gli stivali, Giovannino, La cugina, Paolo il caldo, Strana avventura di Francesco Maria (sottovalutato film di Enzo Muzii, tra i migliori di quelli citati), Il bell'Antonio (realizzato da Bolognini dopo la morte di Brancati); ma non posso fare a meno di chiedermi perché, cattiva abitudine del nostro cinema, il contributo dello scrittore-professionista all'opera cinematografica, tratta o meno da un suo romanzo, debba restare nel ghetto, al massimo considerato, come benevolenza, un modo come un altro per trarre quattrini da un'industria più fiorente di quella editoriale.

Voglio venir fuor dal labirinto-Sicilia, perché altrimenti mi imporrebbe almeno altre due citazioni di più recente verifica (Sciascia, Bufalino) e rincaso con la memoria agli anni della mia infanzia e della mia adolescenza: ritrovo, sul filo del ricordo sceneggiatori - scrittori oggi del tutto dimenticati (tranne il caro Flaiano, forse per via dei dissidi con Fellini), eppure infaticabili coautori di film che erano l'emanazione di loro idee, aneddoti talvolta boutades o paradossi ai tavoli del "Babbuino", delle bislacche visionarietà di Tonino Guerra alla ruspante, disperata allegria di un Tallarico, dalla versatilità Amidei alla felpata disponibilità di Marinucci, dalla estrosità felliniana di Zappono, alla irascibile colloquialità di Zavattini.

Non voglio, con questo breve mio intervento, mettere tutti sullo stesso piano, ignorare una graduatoria (che certo esiste) di valori e di meriti, bensì sollevare un nesso di rivelazioni tra letteratura e cinema che, passando sul versante dei registi professionisti, non ci consentirebbe oggi di sottovalutare (pur nell'ambito di un registro espressivo ispirato al neorealismo) le qualità letterarie di autori come Massimo Mida, Gianni Puccini, Carlo Lizzani, Pasquale Festa Campanile, Giuseppe de Santis (che ebbe in Roma ore 11 un altro sceneggiatore di grande qualità letteraria, Corrado Alvaro).

Parlo, ne sono consapevole, senza essere uno specialista: vale a dire un profondo conoscitore di ciò che i miei "amici" di cinema (se mi è permesso definirli così) abbiano, in dettaglio, maturato sul piano letterario. Escludendo forse l'esempio poliedrico (per certi  versi simile a quello di Pasolini) di Mario Soldati e, più di recente, di Alberto Bevilacqua, che ho l'impressione ami sottrarsi, forse dimenticare (ciascuno a suo modo) la sua vita di regista.

Ritorno a Pratolini, dopo aver ribadito questa mia necessità (forse prolissa) di fotografare il suo interesse per il cinema, nell'ambito di un milieu storico, che lo ritrova (per sua e nostra fortuna) in buona compagnia: ad iniziare dalla salda amicizia nei riguardi di Valerio Zurlini e di Carlo Lizzani, ai quali si devono le trasposizioni cinematografiche dei film più emblematici, più intimamente pratoliniani, di una filmografia non eccessiva ma a nostro avviso neppure esigua: penso a Cronache di poveri amanti, a Le ragazze di San Frediano, a Cronaca familiare, ai suggerimenti (non ufficiali, ma determinanti) che Pratolini ebbe a fornire anni prima che i film si avverassero, ad opere quali La prima notte di quiete e Il deserto dei Tartari (da Buzzati), entrambi di Zurlini: titoli probabilmente avulsi alla poetica apparentemente semplice ed idilliaca dello scrittore di via Del Corno, tuttavia irte di quella malinconia, di quella quieta disperazione di quel senso di vana attesa che spesso riaffiora, come una volta m'insegnò Ruggero Jacobbi, ad una seconda lettura del Nostro.

Come ho detto altre volte, odio procedere per ordine cronologico, regola alla quale già faccio fatica ad obbedire nelle mie conflittuali laceranti nevrotizzanti esperienze giornalistiche (a penzoloni, come l'impiccato di Villani, fra critica teatrale e cinematografica). Una volta tanto mi permetterò di andare avanti a tentoni, cercando di dare un metodo alla mia svagatezza. Ed allora approfittare di questo incontro fiorentino non tanto per ricordare, a chi già lo sa, che Vasco Pratolini fu collaboratore di Visconti per Rocco e i suoi fratelli quanto raccomandare, a chi ne avesse la possibilità di rintracciarlo, quel meraviglioso film di Nelo Risi, Andremo in città (di spirito religiosamente semitico, una delle prime denuncie dell'Olocausto in chiave intimistica diciamo l'opposto di Kapò) di cui Pratolini scrisse integralmente dialoghi e progressione di scene. Dimenticare  in tutta franchezza il "calligrafismo operaio" di Metello ma ritrovare (sempre di Mauro Bolognini) un capolavoro dimenticato di calligrafismo quale La Viaccia ovvero un film corposo, scabro, modernamente epico come le Quattro giornate di Napoli di Nanni Loy.

Ingiusto sarebbe infine non citare almeno il film esordio di Pratolini sceneggiatore, che fu Terza liceo di Luciano Emmer; il suggestivo cortometraggio Mara (1954) desunto dal film ad episodi Tempi nostri più volte trasmesso in televisione. Forse si è parlato poco del rapporto fra Pratolini e Firenze (che nel cinema è forse meno frequente rispetto al corpus letterario) così come poco o nulla c'è dato sapere dei rapporti difficili o meno (lo chiederò a Lizzani) che intercorrevano fra Pratolini e gli altri coautori dei vari film.

Ciò che mi preme sottolineare, forse dissacrare, è qui il principio (diremo oggi bonistico) di un Vasco Pratolini in armonia sia pure pugnace, con il mondo dei suoi sogni, della sua adolescenza, della sua maturità a Roma. Un Pratolini dal volto (e dall'anima) civile dal contrapporre (schematicamente nell'ambito della letteratura italiana del novecento) all'impetuosità di un Bernari, alle fosche vicende familiari di Federico Tozzi, alle astute morbosità di Moravia, alle incantevoli parabole della Ortese. Trovo che, nei confronti di Pratolini (uomo inquieto, irascibile, ma non isterico, passionale, idealista di un universo operaio che non rifiuta, quale giusta scelta strategica, l'inasprirsi della lotta di classe) il tentativo dell'appiattimento, della restrizione elegiaca, del sostanziale inaridimento borghese, siano stati, il vero rischio di un avvertito ma temuto "misfatto" critico.

Franco Mariani

VASCO PRATOLINI E IL CINEMA

Vasco Pratolini amava affermare che ciascuno di noi, leggendo un romanzo, lo integra visivamente con immagini tratte dal proprio bagaglio mnemonico e immaginativo.

«Il romanzo - scriveva Pratolini nel suo sggio suii rapporti tra letteratura e cinema - accumula fatti e circostanze servendosi delle parole; ha quindi bisogno, per esistere, che il lettore gli presti la complicità della propria immaginazione; il suo movimento è subordinato all'intelligenza, allo stato d'animo, alla salute del lettore. Dalla descrizione [...] dall'aspetto, dalla fisionomia di un personaggio, ciascun lettore ne deduce (o reinventa) una immagine propria a seconda della propria capacità fantastica, delle proprie abitudini, della propria natura [...]. Esistono tanti volti di Renzo e Lucia quanti sono coloro che ne hanno imparato la storia; e si sa come un volto realizzato attraverso la memoria determini successivamente le infinite sfumature con cui il lettore ricetta i fatti e persino l'assolutezza delle riflessioni. Al contrario il film presenta bello e fatto il risultato di questa meditazione [...] Lucia è questa, ed è così che cammina, si siede e ragiona; la pioggia è questa pioggia, in questo preciso momento Renzo ne resta inzuppato; "posò il bicchiere" questo bicchiere e in questo esatto modo lo posò. Il film ha operato la sintesi fra realtà e immaginazione; la sua verità è esplicita [...] Là dove il romanzo sollecita un contributo volontario e avventuroso della memoria per liberare le proprie immagini, il film capovolge l'operazione intellettuale, storicizza il movimento, parte da quello che per le altre arti è il punto di arrivo: ripercorre il cammino dell'uomo, lo riconduce in concreto alla propria origine».

Nel caso dell'opera di Vasco Pratolini molti critici e studiosi sono concordi nell'affermare che la lettura testuale può coincidere con un'ipotetica lettura cinematografica, o, come dice giustamente Giorgio Luti «con una ideale lettura ottenibile per immagini e sequenze derivando da una sceneggiatura che si ha, o si impone, come struttura alternativa nei confronti dell'autonoma configurazione del testo narrativo».

Il rapporto di Pratolini con il mondo del cinema ha inizio quando, nell'epoca del "muto", il giovane Vasco frequentava da spettatore i vari cinematografi fiorentini, o mentre faceva servizio di bar all'interno delle sale cittadine.

Il Cinema diviene così per Pratolini parte della sua quotidianità: la sala è un luogo d'incontro, così come lo sono i caffè e le osterie; lo schermo è uno specchio della vita su cui identificarsi o fantasticare, così come si fa' al bar con gli amici quanto, vedendo passare una bella ragazza si pensa, scommettendo di poterla conquistare con facilità.

Diverso è il discorso sui film tratti dalle opere del grande scrittore fiorentino. Ha sempre avuto occasione di conoscere tutti i registi che hanno diretto i film tratti dalle sue opere, e sicuramente li ha tutti invitati a leggere il saggio che ho citato all'inizio di questo mio articolo. Da buon critico cinematografico ha sempre fatto le sue osservazioni sui lavori dei vari registi, molti dei quali hanno più volte diretto film tratti dai romanzi di Pratolini, come ad esempio Sergio Capogna, Vaalerio Zurlini, Carlo Lizzani. In alcune occasioni collaborò o lavorò direttamente, come ad esempio nello Scialo, alla sceneggiatura, mentre per alcuni film seguì le fasi della lavorazione o della preparazione, allontanandosi, o non venendo più ricontattato al momento dell'inizio delle riprese.

Per la maggioranza dei film tratti dalle sue opere, Pratolini ha sempre apprezzato l'interpretazione degli attori scelti (Massimo Ranieri, Eleonora Giorgi, solo per citarne alcuni); in particolare apprezzò soprattutto quelle di Marcello Mastroianni e di Yyes Montand, che sullo schermo interpretarono, rispettivamente in Cronaca Familiare e in Mara dei Tempi Nostri, il "ruolo" di Pratolini.


Leando Piantini

LA "DOLCEZZA" DI VASCO PRATOLINI

Lo scrittore sudamericano Eduardo Galeano ha dichiarato di recente che senza l'esempio di Cronaca familiare di Pratolini non avrebbe cominciato a scrivere, e ha aggiunto di non capire perché lo scrittore sia in Italia un dimenticato. Infatti è così, nel fatale succedersi della fama, quella di Pratolini si è andata man mano oscurando. Nessuno forse lo legge più. Oggi, con molta più rapidità di un tempo, bastano pochi anni per cancellare uno scrittore. O forse io sono troppo pessimista, anzi lo sono di sicuro; e i libri di Vasco ritorneranno a far parlare di sé. Ma in che cosa consiste la grandezza di questo narratore, fiorentino doc, vissuto tra il 1913 e il 1991, ora sepolto a Porte Sante, il bellissimo cimitero dei fiorentini grandi che si affaccia nel verde di San Miniato a Monte?

Pratolini ha avuto un percorso di scrittore esemplare, nella sua lunga fortunata carriera. Dalla memoria e dal racconto lirico al grande romanzo a tutto tondo, anzi al "ciclo" di romanzi: dalla Firenze ermetica degli anni Trenta al neorealismo e all'engagement del dopoguerra. Pratolini è stato tra i pochissimi narratori italiani del secolo la cui vocazione a raccontare fu già dall'inizio prorompente, dall'accento inconfondibile: uno dei pochi narratori di razza in una letteratura, la nostra, votata all'estenuazione lirica e sempre piuttosto refrattaria al narrare a tutto tondo. Il tratto forse più peculiare di Pratolini è stato la sua identificazione totale e senza mediazioni con la città natale, con Firenze, città amatissima che è stata al centro e protagonista dei suoi racconti, con una presenza così massiccia come a nessun altro scrittore fiorentino del '900 è accaduto. Certo questa Firenze, la Firenze popolare e artigiana di Pratolini è completamente scomparsa, cancellata dalle trasformazioni socio-economiche degli ultimi trent'anni. Rileggere i libri di Vasco, ad ogni passo, ad ogni pagina, ci riporta davanti agli occhi una società di cui abbiamo perduto, uno dopo l'altro, tutti i connotati.

Pratolini aveva una dolcezza di tocco un'affabulazione così cordiale ed intima che danno alla sua pagina un profumo speciale, inconfondibile. E il "tono" pratoliniano è forse un tratto del suo stile che i critici che si sono occupati di lui  con l'eccezione di Parronchi e di Macri – non hanno valorizzato, a mio parere, con la necessaria cura. Egli nei suoi racconti è sempre presente. Voglio dire che anche quando la narrazione non è autobiografica – e cioè assai spesso –, egli è emotivamente presente, accompagna con la voce e con il commento quello che narra. Ma in un senso non facilmente definibile. Sembra che egli talloni i suoi personaggi, che in un certo senso li protegga e non li lasci mai soli. E perciò il racconto si dipana davanti agli occhi del lettore come se avvenisse nel momento in cui lo legge. Questa dolcezza di tono credo faccia tutt'uno con la confidenza che il narratore ha con la propria materia, sia o non sia autobiografica. Ma è il "mondo" che egli rappresenta che è sangue del suo sangue, da Via de' Magazzini ad Allegoria e Derisione vale a dire nel trentennio circa che separa le due opere che stanno all'inizio e alla fine del suo cammino.

Il lettore di Pratolini conosce bene questo tono affettuoso e cordiale. Ecco l'incipit di Via de' Magazzini: «Ho imparato a distinguere gli uomini uno dall'altro guardando dagli interstizi di una balaustra dentro una camerata di soldati...». E quello di Cronache di poveri amanti: «Ha cantato il gallo del Nesi carbonaio, si è spenta la lanterna dell'albergo Cervia...». Ed infine Il Quartiere: «Noi eravamo contenti del nostro Quartiere. Posto al limite del centro della città...». È questo piglio dolente e intenerito che i lettori amavano in Pratolini, un tocco di sospesa malinconia che faceva balzare agli occhi la memoria di qualcosa che si sentiva ancora vivo nel sentimento di chi raccontava. Il fatto è che in nessun narratore del suo tempo fu forte e cogente, come in Pratolini, il bisogno di identificarsi con un preciso contesto storico e geografico.

La sua narrativa nasce infatti nel momento in cui l'autore riesce a dar vita alle storie che conosceva a memoria, poiché le covava dentro fin da quando aveva preso dimestichezza con la scrittura. Se si guarda bene, la narrativa di Pratolini forma una figura che assomiglia ad una serie di cerchi concentrici: da un movimento iniziale si passa a cerchi che si allargano sempre più. Dall'io bambino, quel bambino di cinque anni di Via de' Magazzini, che guarda il mondo dalla finestra di casa, si passa per cerchi concentrici ad un più vasto orizzonte: al quartiere, e poi alla città e alla storia che nei secoli l'ha attraversata. Da Santa Croce a via del Corno, a San Frediano e a Firenze intera e a tutto il resto. Questa visione storica, nel ciclo narrativo che si intitolerà Una storia italiana, trascolora da Firenze ad una più ampia configurazione nazionale, vista da un angolazione popolare e populistica. Di Pratolini bisogna dunque ammirare questa strenua fedeltà alle origini  nel "quartiere", che resterà poi sempre il "suo" mondo. Infatti l'unico romanzo in cui Firenze è assente è Un eroe del nostro tempo il quale, benché per altri versi notevole, è un romanzo freddo, "calcolato", e nel quale operano un punto di vista, una tesi politica, che rendono la narrazione distaccata e priva di quell'afflato sentimentale di cui si diceva.

Lo "stile semplice" di Pratolini è costante nella sua opera, se si esclude Allegoria e Derisione del 1966, che si avvale di una tecnica compositiva più complessa e destrutturata che lo fa rientrare nella variegata categoria dell'antiromanzo. Ora è certamente la supposta eccessiva "semplicità" dello stile di Pratolini che gli ha tolto credito presso certi studiosi sofisticati, ciò che del resto è capitato ad un altro toscano un tempo famoso: Carlo Cassola. Sono la bonarietà, la dolcezza d'inflessione, il tono confidenziale, che li fanno sentire sentimentali e superati. Ricordate le "Liale dell''63", Bassani e Cassola, bollati con tale epiteto infamante dagli iconoclasti del Gruppo 63?

Nel caso di Pratolini credo siano la sua ideologia progressista, la visione storicistica della realtà, il richiamo a "valori" forti, a confinare la sua opera in un passato che sembra anche più lontano del puro dato cronologico. Certo l'idea pratoliniana dell'Impegno era intrisa di moralismo. Eppure non c'è forse narratore nel nostro '900 che abbia la forza emotiva e l'istinto di rappresentazione sociologica così felici come ha avuto Pratolini. E allora si può ipotizzare che la forte ipoteca "ideologica" che pesa sui suoi romanzi (basta pensare a Metello), lo abbia più danneggiato che aiutato. Si avverte nelle trame di molte sue opere una direzionalità ideologica, una visione teleologica della storia, che lo fanno francamente sentire datato. E certo un maggior distacco dallo storicismo, una visione più fredda e distaccata (politicamente) non avrebbe che potuto arricchire di credibilità e di verità le sue storie. Certo io sto caricando la questione di troppi "se" per non cadere nell'arbitrario. Ma certo un Pratolini alleggerito "nelle idee" ci avrebbe forse dato romanzi anche più incisivi, più capaci di affondare nella "vita". E avrebbe potuto magari sviluppare al meglio il "negativo" che pure era nelle sue corde. Il male, l'abiezione morale, la corruzione, il disfacimento fisico non mancano nei suoi libri, ma sono, secondo una celebre definizione di un critico acuto, Fulvio Longobardi, come "tenuti a bada" da un prepotente bisogno di trovare, in ogni caso una soluzione positiva alle vicende. Visione che d'altronde corrisponde allo slancio vitalistico che fu un dono autentico di Pratolini, ma che spesso risulta, come dire? inibito da un'ipoteca intellettuale.

Pratolini poteva essere il Balzac italiano, ne aveva tutte le qualità. Ma anche quello che ha realizzato, in pagine ammirevoli per sapienza di costruzione artigianale e per limpidezza di scrittura, è già un grande risultato. Un dono che non cessiamo di rimpiangere.

Cristina Giolli

PRATOLINI E FIRENZE

Vasco Pratolini: un personaggio semplice e politicamente inquietante. Una figura che ha sempre preferito trasparire attraverso i suoi personaggi, spesso scomodi e contraddittori, vivi e reali nella loro testimonianza di conflittualità politica e sociale del nostro secolo. Una testimonianza dolorosa e, spesso, sofferta che ci propone un'attenta rilettura tra le righe del suo impegno.

Niente è a caso nei suoi romanzi che sono uno spaccato di vita vissuta, descritto da occhi attenti. Pratolini racconta "storie semplici" di personaggi complicati, vere storie che, come appunto le definisce lui, sono cronache. È riuscito, raccontando, a far sì che un sottile filo trasparente ci conducesse attraverso gli anni alla politica della nostra epoca: infatti, riletta in chiave diversa, la sua opera appare più una documentazione che una semplice narrazione, anche, se come tale, è piacevolmente dialettica e scorrevole. L'iniziativa Pratolini e Firenze è stata ideata e proposta appunto per far conoscere meglio questo scrittore che ha saputo continuare a lottare via via negli anni per quella libertà di pensiero che sempre gli è stata cara, senza per questo trascurare momenti politici importanti o fedeltà  oggettive. Si può dire di lui che scrivendo, raccontava la storia del nostro secolo. Proiettando lo sceneggiato Lo Scialo e le due Cronache, volevamo mettere sotto microscopio la vita fiorentina (che tutto sommato, da allora, non è molto cambiata); ma anche il contesto storico-politico del tempo con le sue ambiguità (somiglianti certo alle nostre), per arrivare con filo diretto agli stessi problemi: mancanza di lavoro, ma anche amore e odio.

Attraverso Pratolini si osserva che la vita, in fondo, riamane la stessa, anche se si trasforma un poco alla volta. Resta il dubbio delle narrazioni che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato sia giusto, due verità della stessa medaglia: ma forse è meglio il dubbio della certezza, in un periodo  che ha travolto una dopo l'altra le certezze e le sicurezze della maggioranza della gente.

Questo lo scrittore lo sapeva e manteneva  il suo stile narratore/saggista riuscendo a far rivivere, anche a chi è venuto dopo, un'epoca e i suoi protagonisti. Vorrei ringraziare tutti quelli che hanno collaborato a questa iniziativa e tutti gli ospiti intervenuti, augurandomi che altre ne vengano di così interessanti, dove poter, ancora, lavorare insieme.

 


[1] V. Pratolini, Il Quartiere, Oscar Mondadori, Milano 1985, p. 20.

[2] Ivi, p. 17

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 18.

[5] C. Bo, Inchiesta sul neorealismo,ERI, Torino 1951.

[6] M. Bevilacqua, Il caso Pratolini. Ideologia e romanzo nella letteratura degli anni Cinquanta, Cappelli, Bologna 1982.

[7] In V. Pratolini, La città ha i miei trent’anni, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1967.

[8] Idem, Lettere a Sandro, a cura di A. Parrocchi, E.P.F., Firenze 1992.

[9] Idem, Il Quartiere, op. cit., p. 18.

[10] Ivi, pp. 45-46.

[11] Ivi, p. 20.

[12] Ivi, p. 53.

[13] Ivi, p. 65.

[14] Ivi, p. 129.

[15] Ivi, p. 174.

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