Opera Buffet
Una coproduzione italo-francese a cura dell’Istituzione Teatro Mascagni della Città di Chiusi e della Compagnia Prométhée. Liberamente tratto da ‘Gargantua e Pantagruel’ di François Rabelais. Con Claire Guionie, Jean David, Stella Irr, Florian Chauvet, Zoe Porro, Pauline Cabrit, Camille Lux, Nascimo Schombert. Costumi di Marta Rossi; allestimento scenico di Lucia Baricci; disegno luci di Riccardo Gargiulo; datore luci Corrado Mura. Regia di Manfredi Rutelli.
La storia del gigante Gargantua, figlio dei goderecci Grandgousier e Gargamelle, partorito dall’orecchio della madre e sin dai primi vagiti dotato di un appetito e di una sete mitologici. Gargantua è intelligente, riesce persino a inventare un sistema delicato per risolvere l’annoso problema della pulizia dei fondoschiena; per questo il padre lo manda a studiare alla Sorbona. Ma mentre il gigantesco giovane è impegnato a soddisfare la noiosità pedagogica dei propri precettori, il regno di Utopia di Grandgousier riceve l’aggressione armata del crudele Picrochole. Nonostante lo strazio dell’omicidio di Gargamelle, Grangousier cercherà la pace, ma il nemico non gli darà tregua attaccandolo a tradimento. Il ritorno di Gargantua, accompagnato dalla dolce Baldebec, porterà al regno di Utopia un uomo fatto, forte e intelligente, capace di ribaltare le sorti del conflitto, di graziare i prigionieri e di gettare le fondamenta per la città di Thélème, un posto Nuovo, libero, dove gli uomini potranno vivere in pace, guidati dal motto “Fa’ quel che vuoi”.
Questa strana commedia è recitata quasi completamente in lingua francese, se si eccettuano qualche battuta in italiano e il prologo in gramelot (un idioma onomatopeico tipico della commedia dell’arte, costruito su parole di diverse lingue neolatine, tanto caro al teatro di Dario Fo). Ma non si spaventino gli aspiranti spettatori: la fisicità dei corpi, i movimenti sul palcoscenico, la mimica, nonché la semplicità e la ripetizione dei termini chiave, permettono anche a chi non conosce il francese di seguire con estrema facilità questa rappresentazione. Del resto non si tratta di un esperimento: nei secoli scorsi le piccole compagnie o i giullari che viaggiavano attraverso regioni o paesi con dialetti e lingue molto diversi tra loro, usavano proprio questi metodi per farsi capire anche dal più ignorante e meno sveglio degli spettatori che capitava per caso nella piazza in cui si svolgeva la recita. La commedia dell’arte o le giullarate non erano certo roba per signori cresciuti a greco e latino.
Certo, per far sì che il sistema funzioni, la parte principale spetta agli attori. Sta a loro, alla loro inventiva, alla loro verve, di riuscire a stabilire un comunicazione con la platea. E la compagnia guidata da Manfredi Rutelli ci riesce benissimo. Non c’è una nota stonata, un singolo attore che non riesca nello scopo; tutti sono perfettamente a proprio agio, brillanti, divertenti, fantasiosi. In particolare vogliamo sottolineare l’esuberante umanità di Jean David (Grandgousier), l’introversione tenera di Florian Chauvet (Gargantua) e la bizzarra isteria di Zoe Porro (Picrochole).
La scenografia, accompagnata da un variopinto caleidoscopio di luci, è semplice ma ricca di invenzioni spiritosissime e contribuisce a rafforzare le trovate più poetiche e divertenti: la metafora del concepimento sotto forma di semina, il parto di Gargantua con Gargamelle appesa per i piedi, la sutura dell’orecchio della puerpera a ritmi comicamente cadenzati, l’amore tra Gargantua e Baldebec che scoppia dietro i panni stesi, frate Jean che fuma col piglio di un frequentatore di balera, il cane acrobata, la guerra accompagnata da una durissima musica elettronica a sottolineare la crudeltà di Picrochole.
Picrochole, rozzo, presuntuoso, prepotente, pieno di quella crassa ignoranza simbolo della malvagità del denaro, dell’avidità di potere, per sottrazione diventa utile a definire la concordia della società utopica di Grandgousier e Gargantua, fatta sì di godimento, ma in uno spirito di fratellanza e di concordia, senza egoismo né sensi di colpa. Il rispetto è la chiave di lettura di questa riduzione di Rabelais: il rispetto della natura, degli uomini, dei poveri, degli stranieri, delle donne, che finalmente siedono accanto agli uomini a dividere, senza finta leziosità, i piaceri della tavola e il buon vino, sul palcoscenico più sudicio che si sia mai visto: pezzi di focacce, farina, semi, bottiglie, i resti di un banchetto ininterrotto, di un edonismo assunto a ragion di vita. Ma di un edonismo bonario e tutt’altro che tracotante.
Il ritorno alla natura di Rabelais non va tuttavia confuso col mito settecentesco del buon selvaggio. E l’anarchia che prospetta è in fondo una forma di umanesimo: il “Fa’ quel che vuoi” è una scelta coerente con il rifiuto delle regole della società in cui viviamo. Le leggi a Thélème ci sono eccome: niente mura ma circolazione libera, niente gabelle, niente bigotti, avvocati, magistrati, niente diritto né balzelli, né cause, né liti; sì invece a giovani cavalieri dotati di cuore e privi di malizia, spiritosi e galanti, sì a dame con letizia, franche nell’onore. Sì, insomma, a pace, felicità e amore.
Del resto come non leggere un accento profondamente politico nella scelta di frate Jean di prendere la croce e di usarla come una spada per difendere gli oppressi dagli oppressori. In questa Opera Buffet dell’opera rabelaisiana non penetra soltanto quella parte, anch’essa estremamente politica, di critica del tutto cinquecentesca all’anacronistica educazione tradizionale, impersonata dagli impolverati docenti della Sorbona: questo aspetto è qui soltanto accennato; scelta del resto quasi inevitabile per via dell’impostazione poco verbale della commedia.
Il regista Manfredi Rutelli, in una sorta di scambio culturale con un collega d’oltralpe, ha lavorato con la compagnia Prométhée a Bordeaux, presentando in anteprima Opera Buffet al Festival gastro-comico Orizzonti di Chiusi della scorsa estate. E ha certamente il merito di aver voluto chiosare l’opera rabelaisiana con una meravigliosa e pertinente citazione, catturata dalla bellissima Via del Campo di Fabrizio De André: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
Al Teatro di Rifredi fino a giovedì 5 aprile 2007
Giulio Gori - DEA
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