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L’Arcobaleno di Pynchon

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Uscito in America nel 1973, L’Arcobaleno della gravità (Gravity’s rainbow) è da molti considerato il capolavoro di Thomas Pynchon, grande maestro della letteratura postmoderna americana.

Un libro di non semplice lettura, decisamente sconsigliato per chi ama le letture facili e veloci stile McDonald (fast book), più adatto a quei decadenti gaudenti di Marco Ferreri (La grande abbuffata), che mangiano oltre il necessario, fino a star male, fino a morire… Non che si possa morire per troppa lettura, ma di certo l’effetto-Pynchon è simile a un’indigestione: una mole enorme di dati che si sovrappongono vorticosamente, che non riescono ad assimilarsi, senza che nel frattempo ne siano sopraggiunti altri ed altri ancora.

Pynchon è stato più volte paragonato a James Joyce: giusto dissentire da queste eccessive semplificazioni, ma anche imparare a valutarle per quello che rappresentano. Se nell’Ulisse il ‘racconto’ di una giornata nella vita di tre persone porta a un vero sovraccarico di informazioni, che disorienta il lettore, anche nell’Arcobaleno il lettore risulta disorientato da un sovraccarico, solo che questa eccedenza si espande al di là della pura espressione letteraria (che per Joyce invece rappresentava il vero ‘punto d’arrivo’ della propria ricerca): intendiamoci, la letteratura è il cardine, è il nodo di giunzione, ma quello che vi ruota attorno la trascende infinitamente. Pynchon ‘farcisce’ il proprio piatto con una fitta serie di riferimenti culturali, tanto numerosi e di difficile interpretazione, che vari gruppi di lettori hanno messo assieme i loro sforzi per tracciare delle ‘mappe’ della sua opera (di notevole rilievo, anche se per molti versi ancora farraginoso, il progetto WIKI: http://pynchonwiki.com/), e ogni singolo lettore, in base alla propria cultura e formazione, può riconoscervi riferimenti nuovi ed imprevisti.

Ma questo è solo l’involucro esterno, o meglio: la sua possibile espansione verso l’esterno. Ciò che invece emerge dentro il libro, è una rete ancora più intricata di riferimenti interni, che trascinano il lettore avanti, nella speranza (a tratti delusa, a tratti intelligentemente stimolata) di scoprire una chiave di lettura complessiva, che possa creare un’unità d’insieme. Perché quello a cui si assiste addentrandosi nell’Arcobaleno della gravità, è un caos sempre maggiore, che lascia però continuamente trasparire dei possibili agganci, dei momenti di intrinseca chiarezza. Il modo di procedere del narratore, è decisamente analogico: spesso la digressione, che dovrebbe essere un momento marginale rispetto al plot narrativo, diviene inopinatamente la guida prescelta per la narrazione, funzione che determina i legami intrinseci tra gli eventi. E l’unica possibilità che resta al lettore per non farsi trascinare dall’incomprensibilità e dal caos, è quella di mettere da parte i propri criteri di comprensione razionale, per seguire, nelle spire di questo libro, la fondazione di una ‘nuova razionalità’.

Di importanza fondamentale, nell’Arcobaleno, sono le riflessioni sulla scienza e la tecnologia: e già queste dimostrano il particolare approccio di Thomas Pynchon alla conoscenza umana. La scienza, solitamente considerata come un ambito chiuso e formalmente definito, si apre in questo libro alle più disparate ‘contaminazioni’ con tutti gli altri ambiti del sapere umano, anche i meno nobili e scientifici (i tarocchi, la cabala, la magia nera…). Ma, in sostanza, anche la realtà stessa si presenta come qualcosa di mobile e non definibile: per questo motivo essa si presta alle più allucinate distorsioni e mutazioni, all’interno di una apparente ‘regolarità’ e continuità dell’insieme – e si passa continuamente da una resa piana del reale a continui squilibri di intensità e dimensioni, con risultati spesso al limite del parodico o grottesco. Così lo scienziato si ritrova a ballare assieme ai topi-cavie del suo laboratorio (divenuti all’improvviso enormi e liberatisi dalle proprie gabbie), oppure le caramelle assaggiate dal protagonista rivelano i gusti più improponibili e rivoltanti, in una escalation di sapori sempre più incontrollabile…

Insomma, non si può leggere questo libro come se fosse un’opera realista o naturalista. La sua veste di ‘romanzo storico’, ambientato negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, può trarre in inganno. Perché questo semmai vuole essere un romanzo ‘contro la storia’, che non si accontenta delle normali spiegazioni ai fatti comuni o straordinari, ma cerca sempre di forzare la conoscenza umana verso i propri limiti estremi, per estrapolarne degli approcci sempre nuovi alla realtà. Così, il paranoico non è colui che si autoinganna, ma è semmai l’unica persona che può riuscire a comprendere i più occulti complotti che vengono orditi contro la massa insensibile, sviluppando al massimo la propria sensibilità, la propria capacità di disegnare delle imprevedibili corrispondenze tra i singoli eventi.

È chiaro che tale visione della realtà può anche portare a pericolose quanto inutili distorsioni: ma quello che Pynchon ci insegna, soprattutto, è la necessità di saper guardare oltre le limitazioni che la nostra mente troppo spesso si autoimpone, per fruttarla non solo «al cinque per cento» (come scriveva Eugenio Montale), ma fin dove percezione, fantasia e immaginazione sono in grado di trasportarci.

Simone Rebora

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 17 Febbraio 2010 17:56 )  

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