Musica: Raccolta di recensioni n.2 (d)

Lunedì 04 Agosto 2008 02:00 Massimiliano Locandro
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 (36) Tupolev : “Memories of Bjorn Bolssen”

 Arrivano da Vienna i Tupolev, quartetto dedito alla sperimentazione sonora nel senso più puro del termine. “Memories of Bjorn Bolssen” è infatti un sublime concentrato di influenze musicali, rilette in chiave ambient-rock. Il quartetto austriaco propone musica cerebrale attraverso un’intricata rappresentazione sonora di diversi stili e ritmi musicali, riletti in chiave personale e riflessiva.
Le nove composizioni che danno vita a “Memories of Bjorn Bolssen” sono interamente strumentali,  a parte “Nothing’s Gonna Happen”, in cui si è sorpresi dalla presenza di una minima parte vocale.
I Tupolev stupiscono piacevolmente dimostrando di saper smontare e riassemblare con creatività e maestria gli schemi musicali convenzionali. Ci consegnano così una personale rilettura post-rock, arricchita di influenze classicheggianti, alchimie free-jazz, deviazioni ambient e destrutturazioni elettroniche quasi impercettibili.Il tutto viene arrangiato ed eseguito con classe e genialità, riuscendo ad evocare un’armonia del tutto particolare tra i vari generi musicali.
Ogni singola traccia è un tassello sonoro che si incastra a meraviglia con le altre: “Memories of Bjorn Bolssen” è un lavoro unico nel suo genere, che regala spunti ascolto dopo ascolto e per questo merita di essere assimilato nella sua interezza, evitando una descrizione dei singoli pezzi che risulterebbe fine a se stessa.I Tupolev ci consegnano un lavoro non facile, riflessivo e a tratti geniale: per poterlo apprezzare in tutte le sue variegate sfaccettature è consigliato un ripetuto ascolto, rilassato ma attento: siamo sicuri che lo sforzo verrà ripagato.  

Massimiliano Locandro




(37) TRIVO: “EMOTERAPIA” 

Ascoltando “Emoterapia” si ha la netta sensazione che l’autore, Rocco Triventi, possieda un animo inquieto ed una personalità dai vaghi contorni “border-line”.
Le diciassette tracce che compongono questa sua prima opera musicale ci rovesciano addosso una netta e persistente sensazione di disagio che ci accompagnerà per tutto il viaggio, da compiere attraverso gli oscuri meandri del cervello umano.
“Emoterapia” dovrebbe essere un “concept album” dedicato all’intero percorso che si affronta quando ci si accorge di essere fragili e pertanto dovrebbe racchiudere in sè anche le fasi “ascendenti” della cura, della risalita e della luce, ma alla fine si rivela essere un lavoro focalizzato soprattutto sulle fasi “buie” della psiche umana.Trivo riversa in musica tutte le sue sensazioni negative, senza curarsi troppo degli aspetti tecnici o compositivi e tutto ciò a lungo andare ne limita fortemente l’efficacia espressiva.
Tutte le tracce prendono le distanze dalla canonica “forma-canzone” e privilegiano nettamente l’aspetto emotivo rispetto a quello tecnico, senza porre la dovuta attenzione agli arrangiamenti o alla fase di mixaggio, andando così a delinare contorni non del tutto definiti. L’impressione è quella di trovarsi di fronte ad alcuni bozzoli “grezzi”, che ancora non hanno deciso se rimanere bruchi o diventare farfalle.
D’altro canto fa piacere osservare come episodi quali “Ho Un Gatto Nel Cervello” e “Ho Bisogno Di Qualcosa Di Cui Non Ho Bisogno” possiedano ritornelli in grado di stamparsi con immediatezza nella mente, e questa è di sicuro una qualità che non tutti possiedono: un punto di partenza da valorizzare per poter “limare” con cura i tratti più indigesti di questa sua particolare “creatura” musicale.  

Massimiliano Locandro 




(38) ROSSO RUBINO: “TECNICHE D’APPROCCIO” 

La musica dei Rosso Rubino è pregiata e gradevole come il vino a cui si ispira il nome di questo interessante gruppo di musicisti di Benevento.
Accantonando per un attimo i fin troppo facili paragoni “etilico-musicali”, è doveroso notare come i Rosso Rubino abbiano gettato le basi per un sound fortemente personale ed elegante, ricco di riferimenti musicali impegnati a cui si uniscono testi curati e mai banali, scritti con una padronanza tale da far invidia a molti di quei gruppi italiani che si ritrovano senza troppi meriti sulla cresta dell’onda.
Le dieci canzoni contenute in “Tecniche d’Approccio”, pur caratterizzandosi per sfumature musicali ben distinte, seguono tutte la stessa formula: armonie complesse che riescono ad abbinare con stile l’eleganza del jazz e la facilità di assimilazione della musica pop, più testi ironici ed intelligenti. Ascoltando canzoni eleganti come “Atletico Sposalizio” o “Divieto per gli occhi verdi”,  oltre a rimanere rapiti dalla grande tecnica sfoggiata da tutti i musicisti coinvolti in questo progetto, non si può fare a meno di soffermarsi sul gran lavoro svolto in sede di scrittura dei testi da parte di Lorenzo Cavillo, che riesce a dimostrare appieno le sue grandi doti di autore, oltre che di cantante.Se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, il sound dei Rosso Rubino a lungo andare risulta fin troppo elaborato e monotematico, quasi un esercizio di stile per pochi eletti. Tuttavia, lasciarsi sfuggire questa raffinata proposta musicale tutta italiana, soprattutto in tempi aridi di contenuti come quelli in cui stiamo vivendo, sarebbe davvero un peccato imperdonabile. 

Massimiliano Locandro




(39)The Groovers: “Revolution - a handful of songs about our times - vol.2”

 
Originari di Novara, i The Groovers possono vantare una ventennale carriera intrisa di musica e parole, in cui la passione per il roots-rock americano incontra l’impegno sociale e la voglia di comunicare. I vari cambi di line-up e le successive reunions, seppur condizionando alcuni passaggi del gruppo novarese, mai ne hanno intaccato la volontà di fare musica e di lanciare precisi messaggi, nella speranza di poter stabilire un contatto non solo con le orecchie degli ascoltatori.
Come da consuetudine anche questo nuovo lavoro esce per Fandango, etichetta che da tempo svolge un ruolo primario nella protezione di tutto ciò che di interessante si agita nelle viscere sottocutanee del nostro “Bel Paese”, alla ricerca di un buon compromesso tra musica, cultura ed impegno sociale.
I The Groovers si muovono con agilità entro queste coordinate, mischiando abilmente musica e parole: il loro sound è un ipotetico punto di incontro tra il fascino corposo del blues, le solide radici rock dal chiaro profumo americano ed una certa passione per l’arte dello “spokenwords”, interessante veicolo culturale tramite il quale le parole vengono spogliate della propria essenza, rispolverando il fascino del messaggio da comunicare.
Con questo nuovo lavoro i The Groovers ci parlano del disagio generalizzato che si prova di questi tempi, una sorta di secondo “Medioevo tecnologico” in cui l’oscurità rischia davvero di annebbiare le menti, accendendole di una energica rabbia, che se convogliata nella giusta direzione diventa un passo necessario per muoversi alla riscoperta di tutte quelle libertà individuali che ad oggi sembrano essersi dissolte nella nebbia opprimente che tutto circonda.
Per questo i The Groovers hanno preparato un viaggio sonoro attraverso l’energia del rock, che qui viene arricchita da fresche contaminazioni indie, anche se non va a stravolgere la loro anima “american roots”, assicurando così piena continuità al lavoro svolto finora e andando a confermare il loro sound caratteristico e ampiamente collaudato nel tempo.

Massimiliano Locandro 



(40) Paolo Saporiti: “The Restless Fall”
 

Ci sono cose che vanno assaporate con calma, a poco a poco, aspettando il momento giusto per poterle giudicare.
Paolo Saporiti lo sa bene, ed ha sfornato un disco che rientra a pieno in questa categoria.
The Restless Fall colpisce subito per la bella copertina ed il libretto interno che comprende i testi sia in inglese che con la relativa traduzione in italiano (ottimo lavoro per l’etichetta Canebagnato Records). Sono però le liriche e l’intimismo oscuro che pervade l’intero disco ad affascinare e coinvolgere, ascolto dopo ascolto.
Paolo Saporiti riesce a farci entrare dentro il suo mondo cupo, malinconico ed introspettivo senza pretendere troppo; le sue in fondo sono canzoni semplici, anche se profonde, chitarra acustica e voce, nascono dal cuore e raccontano il lato oscuro di una vita, le angosce personali ed i fantasmi che troppo spesso bussano alla porta senza aver ricevuto alcun invito.
A noi non rimane altro che lasciarci prendere per mano dalla sua voce profonda e lasciarsi trasportare nel suo profondo percorso intimista, ascoltare con attenzione i monologhi sofferti e malinconici, chiudere per un secondo gli occhi e pensare ad un autunno freddo ed interminabile.
Disco sofferto, malinconico, al limite della monotematicità, e poco importa se non si riesce a distinguere bene la fine di una canzone dall’inizio della successiva: ciò che vale è la consapevolezza di aver ascoltato una bella storia, seppur sofferta, che ci ha regalato più di un’emozione.

 Massimiliano Locandro                                 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 17 Aprile 2020 20:05 )