Abbandonati i panni di uomo più sexy dell'anno, Jhonny Depp vesti quelli non facili del leggendario John Dillinger, uno dei più noti criminali della storia americana, il quale, sullo sfondo della grande crisi del 1929, rubava ai ricchi per dare ai poveri. Un gentiluomo , amato e osannato dalle folle che intravedevano in lui, non il criminale, bensì l'incarnazione del sogno di giustizia che volevano e desideravano.
La storia è tratta dall'omonimo romanzo di Burrough, ex giornalista del Wall Street Journal, che basandosi su migliaia di documenti inediti degli archivi federali riuscì a ricostruire le vicende americane degli anni trenta.
Ebbene, il regista di "Heat" e "Collateral", Michael Mann, riesce ora con meteicolosità e grande maestria ad entrare nell'animo del personaggio,cogliendone i moti più profondi, le ansie, i tumulti, le passioni. Uno spettro ampissimo di emozioni che Jhonny Depp riesce benissimo a comunicare, non solo a parole ma anche con i gesti, attraverso la mimica, con le sue esperssioni imperscrutabili. In questo viene altresì favorito dal fatto che il regista americano mette a disposizione di Depp gl stessi abiti ed alcuni articoli personali dello stesso Dillinger. Senza dimenticare che alcune scene sono state girate proprio in luoghi che hanno visto il passaggio del criminale gentiluomo: il carcere di Lake Country, la pensione Little Bohemia,il cinema Biograph.
Ovviamente non poteva non emergere il rapporto tra la gang criminale e la neonata FBI, guidata da agenti senza scrupoli, pronti a tutto pur di portare sulle pagine dei giornali la cattura del latitante. Non ci riusciranno,almeno fino a quando John rimane solo, impossibilitato a raggiungere il proprio amore, il sogno di una vita diversa. Una fine probbabilmente prevista dallo stesso criminale che in fondo sente di non poter scegliere percorsi diversi. Come se avesse una missione da compiere e portare a termine. Un eroe che viene fermato solamente dal tempo.
Seppur la narrazione si svolge in maniera classica,senza cambi o evoluzioni repentine e a tratti anche un pò sonnecchiosa, Mann riesce a portare la cinepresa (ed anche la digitale) nel profondo dei personaggi, permettendo così di coglierne le sfaccettature, senza ombre, e tralasciando molto l'estetica sulla quale volutamente non viene gettata luce. E ciò a svantaggio però del movimento, del dinamismo che, eccezion fatta per un paio di scene, è quasi nullo e porta lo spettatore a tenere costantemente alto il livello d'attenzione e curiosità.
Simone Grasso
| Share |
| < Prec. | Succ. > |
|---|
