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Teatro: Decameron. Il monologo

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Decameron. Il monologo
(Politica, sesso, religione e morte)

di e con Daniele Luttazzi

Teatro Puccini (presso Saschall) - Firenze


Religione? “Il papa dice che la scienza non salva l’uomo. D’ora in poi basta antibiotici a Ratzinger”.
Politica? “La democrazia capitalista non garantisce i diritti umani, garantisce solo una maggiore scelta di biscotti per la colazione della mattina”.
Musica? “E’ partito il nuovo tour dei Pooh. La buona notizia è che l’India ha la bomba atomica”.
Ne ha per tutti Daniele Luttazzi in questo lavoro che è la diretta filiazione di quel Decameron censurato da La7 due anni fa. Due ore e un quarto di monologo serratissimo, attraverso le pene dell’Italia di oggi, con una quantità straordinaria di battute, quasi tutte amarissime, quasi tutte nuove. Sono poche, non più di cinque in mezzo a centinaia, quelle riciclate dal recente passato, tra cui la celebre gag con Giuliano Ferrara nella vasca da bagno, la pietra dello scandalo con cui non per caso decide di aprire lo spettacolo.
Al contrario che in “Bollito misto con mostarda”, dove la politica seguiva il sesso e la religione, in questo “Decameron” Luttazzi apre invece con le italiane disgrazie per concludere con quelle celesti e con il sesso a fare da pepe a tutto quanto il discorso; e con una coerenza e una fluidità eccellenti: il pericolo di un nuovo fascismo impellente, anzi già attuale, un’opposizione che non c’è, “un paese di stronzi”, la necessità di una riscossa laica contro l’impero del cattolicesimo: ne ha per tutti il perfido Luttazzi, tranne che per la televisione, che trascura con snobismo, salvo poi ricordare l’utopia di un monologo il sabato sera, in prima serata, su Rai1.
In venti anni di attività, il comico romagnolo non si è ammorbidito come molti colleghi, ma al contrario ha premuto sull’acceleratore del grottesco, dell’osceno, non del volgare, recuperando appieno la tradizione materiale di Boccaccio e delle giullarate (oggi si direbbe “pulp”), ma soprattutto catalizzando quell’anelito di rivolta che non deve mancare nel cittadino umiliato e offeso, perché ormai “ci sono i semi per la rivoluzione”.
Ma non è solo zolfo e freddure, Luttazzi: è anche tecnica, abilità e tanto mestiere. Tempi e controtempi impeccabili, accelerazioni e pause che sorprendono lo spettatore in un ponderato gioco illusionistico, ma anche una capacità di modulazione vocale che purtroppo la televisione tende ad appiattire. Così le battute incidentali arrivano leggere come con un soffio; così le bordate atterrano dopo vigorosi crescendo; così i falsetti aiutano a riportare a una comicità fanciullesca e scanzonata: una logorrea serrata e incessante diviene insomma un canto articolato e seducente. Luttazzi ammalia anche nei movimenti, nella capacità di sventolare morbidamente una pagina giornale, lasciando andare cattiverie di inaudita potenza. Questo ragazzo minuto diviene un gigante sul palcoscenico, grazie all’intensità della prosa, grazie al coraggio della ragione, assecondata fino alle estreme conseguenze; tanto da farne, per il nostro paese, la spina dorsale rinnegata, una sorta di Appennino mancante, un Giordano Bruno che, nella sua rabbia, brucia ancor più di 409 anni fa.

Giulio Gori

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