Chiamatemi Kowalski – Evolution
Scritto e diretto da Paolo Rossi. Con la collaborazione ai testi di Carolina De La Calle Casanova, Emanuele Dell’Aquila, Carlo Giuseppe Gabardini, Riccardo Piferi. I pezzi originali tratti dal repertorio sono stati scritti con Gino & Michele, David Riondino, Giampiero Solari. Aiuto regia di Carolina De La Calle Casanova. Con Emanuele Dell’Aquila, Alex Orciai e Marco Parenti.
La Kowalski Band è arrivata a Firenze “Grazie all’indulto”, ma è talmente sfortunata da essersi beccata “Gli arresti domiciliari e lo sfratto nello stesso tempo”. Paolo Rossi parte col botto, in questa rassegna delle sue migliori e storiche battute, in cui lascia tuttavia molto spazio all’improvvisazione, come lui stesso dichiara. Improvvisazione sì, e nessuna regola, perché “Siamo integralisti in una sola cosa: integralisti nel rispettare il livello alcolico degli artisti sul palco”.
Lo spettacolo è un caleidoscopio di storie e di battute, di iperboli e di ossimori, come “spacciatore proibizionista” o “ginecologo timido”.
Rossi immagina una fantomatica manifestazione di liberi professionisti che gridano “Potere Notaio!” e “Lotta dura senza fattura!”
Una buona parte del primo atto è occupata dal tentativo di spiegare come si diventa comici o Presidenti del Consiglio, poco ci corre; il metodo migliore è saper sparare “Puttanate cosmiche”, i cui capisaldi sono tre: l’esagerazione, la prontezza della risposta e la creatività.
Ci sono battute sulfuree (”Lo Stato si è insinuato come un cancro nella Mafia”), altre più soavi (”La legge va rispettata in maniera equa: un po’ sì e un po’ no”. Un esempio? Bisognerebbe che ci fossero “Sei mesi di marijuana legale e sei mesi di marijuana illegale. Quando è legale la fumi. Quando è illegale la coltivi”).
La parte finale del primo atto non funziona molto: i ritmi si abbassano, i toni si smorzano, le storie si dilungano fin troppo, ma per Rossi è forse l’occasione per recuperare le forze e ripartire, dopo un intervallo musicale, con la verve iniziale.
Si riprende dall’idea del conflitto come elemento fondamentale dell’arte e del teatro, fondamentale “Perché noi comici avremo sempre del materiale su cui lavorare”; senza conflitto, ci suggerisce, non avremmo avuto Romeo e Giulietta, l’Amleto, o La Divina Commedia; e neppure Peter Pan… Amleto sarebbe stato il figlio di una famiglia industriali piemontesi, si sarebbe chiuso in casa con due amici travestiti, e gli sarebbe apparso il nonno in sogno, che gli avrebbe detto: “Io non esageravo così”.
In fondo è quello che diceva anche Orson Welles nel Terzo Uomo: “In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù”.
Lo spettacolo si chiude con la lettera di Dio dal manicomio di Baden Baden in cui scopriamo che “Dio è sceso dal cielo per moltiplicare le schede degli Italiani all’estero, ma non perché sia di sinistra. Dio non è di destra né di sinistra. E’ sceso solo per ricordare una cosa: che di Dio ce n’è uno solo”.
Paolo Rossi ha dato vita a uno spettacolo poliedrico, divertente, capace di alternare passaggi raffinati a bordate al basso ventre. Un comico capace di esprimersi efficacemente anche nella fisicità e nell’espressione facciale, peraltro ben accompagnato da una banda di bravi musicisti. Un giullare che non dimentica le difficoltà, l’incertezza dell’oggi, lo smarrimento di ambizioni della società contemporanea: ”Mi alzo la mattina e il primo pensiero è di vedere su Televideo se qualche senatore a vita ha l’influenza. Vi rendete conto, mi preoccupo della salute di Andreotti”. E ancora: ”Gli anni ’90 sono stati anni di merda. Ora persino la merda sta prendendo le distanze da noi”.
A questo proposito gli abbiamo chiesto cosa possiamo fare per sopravvivere. Rossi ha risposto a DEApress: “Non lo so, non pretendo di saperlo e non sono io che mi posso permettere di dirlo. Spetterebbe a qualcun altro farlo; e anche se non lo fa, io mi accontento di fare il mio mestiere: il comico”.
Fino a venerdì 9 febbraio al Saschall di Firenze. Lo spettacolo fa parte del programma del Teatro Puccini.
Scritto e diretto da Paolo Rossi. Con la collaborazione ai testi di Carolina De La Calle Casanova, Emanuele Dell’Aquila, Carlo Giuseppe Gabardini, Riccardo Piferi. I pezzi originali tratti dal repertorio sono stati scritti con Gino & Michele, David Riondino, Giampiero Solari. Aiuto regia di Carolina De La Calle Casanova. Con Emanuele Dell’Aquila, Alex Orciai e Marco Parenti.
La Kowalski Band è arrivata a Firenze “Grazie all’indulto”, ma è talmente sfortunata da essersi beccata “Gli arresti domiciliari e lo sfratto nello stesso tempo”. Paolo Rossi parte col botto, in questa rassegna delle sue migliori e storiche battute, in cui lascia tuttavia molto spazio all’improvvisazione, come lui stesso dichiara. Improvvisazione sì, e nessuna regola, perché “Siamo integralisti in una sola cosa: integralisti nel rispettare il livello alcolico degli artisti sul palco”.
Lo spettacolo è un caleidoscopio di storie e di battute, di iperboli e di ossimori, come “spacciatore proibizionista” o “ginecologo timido”.
Rossi immagina una fantomatica manifestazione di liberi professionisti che gridano “Potere Notaio!” e “Lotta dura senza fattura!”
Una buona parte del primo atto è occupata dal tentativo di spiegare come si diventa comici o Presidenti del Consiglio, poco ci corre; il metodo migliore è saper sparare “Puttanate cosmiche”, i cui capisaldi sono tre: l’esagerazione, la prontezza della risposta e la creatività.
Ci sono battute sulfuree (”Lo Stato si è insinuato come un cancro nella Mafia”), altre più soavi (”La legge va rispettata in maniera equa: un po’ sì e un po’ no”. Un esempio? Bisognerebbe che ci fossero “Sei mesi di marijuana legale e sei mesi di marijuana illegale. Quando è legale la fumi. Quando è illegale la coltivi”).
La parte finale del primo atto non funziona molto: i ritmi si abbassano, i toni si smorzano, le storie si dilungano fin troppo, ma per Rossi è forse l’occasione per recuperare le forze e ripartire, dopo un intervallo musicale, con la verve iniziale.
Si riprende dall’idea del conflitto come elemento fondamentale dell’arte e del teatro, fondamentale “Perché noi comici avremo sempre del materiale su cui lavorare”; senza conflitto, ci suggerisce, non avremmo avuto Romeo e Giulietta, l’Amleto, o La Divina Commedia; e neppure Peter Pan… Amleto sarebbe stato il figlio di una famiglia industriali piemontesi, si sarebbe chiuso in casa con due amici travestiti, e gli sarebbe apparso il nonno in sogno, che gli avrebbe detto: “Io non esageravo così”.
In fondo è quello che diceva anche Orson Welles nel Terzo Uomo: “In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù”.
Lo spettacolo si chiude con la lettera di Dio dal manicomio di Baden Baden in cui scopriamo che “Dio è sceso dal cielo per moltiplicare le schede degli Italiani all’estero, ma non perché sia di sinistra. Dio non è di destra né di sinistra. E’ sceso solo per ricordare una cosa: che di Dio ce n’è uno solo”.
Paolo Rossi ha dato vita a uno spettacolo poliedrico, divertente, capace di alternare passaggi raffinati a bordate al basso ventre. Un comico capace di esprimersi efficacemente anche nella fisicità e nell’espressione facciale, peraltro ben accompagnato da una banda di bravi musicisti. Un giullare che non dimentica le difficoltà, l’incertezza dell’oggi, lo smarrimento di ambizioni della società contemporanea: ”Mi alzo la mattina e il primo pensiero è di vedere su Televideo se qualche senatore a vita ha l’influenza. Vi rendete conto, mi preoccupo della salute di Andreotti”. E ancora: ”Gli anni ’90 sono stati anni di merda. Ora persino la merda sta prendendo le distanze da noi”.
A questo proposito gli abbiamo chiesto cosa possiamo fare per sopravvivere. Rossi ha risposto a DEApress: “Non lo so, non pretendo di saperlo e non sono io che mi posso permettere di dirlo. Spetterebbe a qualcun altro farlo; e anche se non lo fa, io mi accontento di fare il mio mestiere: il comico”.
Fino a venerdì 9 febbraio al Saschall di Firenze. Lo spettacolo fa parte del programma del Teatro Puccini.
Giulio Gori - DEA
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