Erodiàs
di Giovanni Testori. Diretto e Interpretato da Sandro Lombardi. Comparsa Ciro Masella. Scene Fabrizia Scassellati, costumi Marion D’Amburgo, musiche originali Giancarlo Cardini, luci Gianni Pollini
Cortile del Museo del Bargello – Festival del Maggio Musicale Fiorentino
Erodiàs, o Erodiade, di Giovanni Testori, è la storia, ambientata nella provincia lombarda, della regina innamorata del Battista che, una volta rifiutata, convince la figlia Salomè a pretenderne la testa. Fino ad accorgersi del proprio tragico errore.
Erodiade si presenta in scena vestita a lutto, accompagnata dai versi che Patrizia Valduga ha tratto da Stéphane Mallarmé; il suo passo è lentissimo, ogni cosa fa pensare a una persona annientata dal dolore; ma dalle mani spuntano anelli gioiosi e pacchiani, un insulto, un residuo di voluttà, o piuttosto uno schermo di difesa dal mondo e dal rimorso. Erodiade è donna, è regina, è popolana, è borghese, è pagliaccio.
Non ha paura del luogo comune, non teme l’osceno, né il paradosso, perché è regina, perché il suo dio è signore dei potenti. La sua indole iraconda, la sua crassa certezza delle cose e del mondo, origine della propria rovina, è tuttavia venata di un bisogno latente di stabilità, di “serenità”, di “atarassia”. Ma la fierezza impone di nascondere la fragilità e quindi la parola “atarassia” diventa motivo di sarcasmo.
Sandro Lombardi è Erodiade, è Testori, è Salomè, è il Battista. La sua voce si muove tra registri diversi, con straordinaria rapidità, con superba potenza. I suoi occhi invasati, le sue mani flessuose, la sua bocca deformata a rappresentare lo strazio del rimorso, spaventano, perché nella loro attualità evocano mostri atavici, perché si scontrano, inattesi, con la profonda ironia del testo e dell’interpretazione.
Ride Erodiade-Lombardi, ma di un riso amaro e disperato, ride della propria inconfessabile inadeguatezza. E’ il riso del pagliaccio che cela l’insoddisfazione umana sotto la maschera borghese, che, sopraffatto da dolore, recita con veleno “Il cielo in una stanza”.
L’unica consolazione possibile, con quella testa mozzata che continua a fissarla come in un incubo, è l’attesa. “Me metto qua bona bona e speccio” dice. Che cosa? La speranza? La nuova religione del Battista? E’ la nuova religione dell’umiltà, dell’accettazione della sconfitta: quello “specciar”, quell’aspettare, anche nella rinuncia al suicidio, è l’incarnazione della pietà, di un umanità che si rinnova nella rinuncia alle ambizioni; è la Nicole Kidman di Kubrick che sacrifica i sogni e si accontenta di “scopare”.
Giulio Gori
di Giovanni Testori. Diretto e Interpretato da Sandro Lombardi. Comparsa Ciro Masella. Scene Fabrizia Scassellati, costumi Marion D’Amburgo, musiche originali Giancarlo Cardini, luci Gianni Pollini
Cortile del Museo del Bargello – Festival del Maggio Musicale Fiorentino
Erodiàs, o Erodiade, di Giovanni Testori, è la storia, ambientata nella provincia lombarda, della regina innamorata del Battista che, una volta rifiutata, convince la figlia Salomè a pretenderne la testa. Fino ad accorgersi del proprio tragico errore.
Erodiade si presenta in scena vestita a lutto, accompagnata dai versi che Patrizia Valduga ha tratto da Stéphane Mallarmé; il suo passo è lentissimo, ogni cosa fa pensare a una persona annientata dal dolore; ma dalle mani spuntano anelli gioiosi e pacchiani, un insulto, un residuo di voluttà, o piuttosto uno schermo di difesa dal mondo e dal rimorso. Erodiade è donna, è regina, è popolana, è borghese, è pagliaccio.
Non ha paura del luogo comune, non teme l’osceno, né il paradosso, perché è regina, perché il suo dio è signore dei potenti. La sua indole iraconda, la sua crassa certezza delle cose e del mondo, origine della propria rovina, è tuttavia venata di un bisogno latente di stabilità, di “serenità”, di “atarassia”. Ma la fierezza impone di nascondere la fragilità e quindi la parola “atarassia” diventa motivo di sarcasmo.
Sandro Lombardi è Erodiade, è Testori, è Salomè, è il Battista. La sua voce si muove tra registri diversi, con straordinaria rapidità, con superba potenza. I suoi occhi invasati, le sue mani flessuose, la sua bocca deformata a rappresentare lo strazio del rimorso, spaventano, perché nella loro attualità evocano mostri atavici, perché si scontrano, inattesi, con la profonda ironia del testo e dell’interpretazione.
Ride Erodiade-Lombardi, ma di un riso amaro e disperato, ride della propria inconfessabile inadeguatezza. E’ il riso del pagliaccio che cela l’insoddisfazione umana sotto la maschera borghese, che, sopraffatto da dolore, recita con veleno “Il cielo in una stanza”.
L’unica consolazione possibile, con quella testa mozzata che continua a fissarla come in un incubo, è l’attesa. “Me metto qua bona bona e speccio” dice. Che cosa? La speranza? La nuova religione del Battista? E’ la nuova religione dell’umiltà, dell’accettazione della sconfitta: quello “specciar”, quell’aspettare, anche nella rinuncia al suicidio, è l’incarnazione della pietà, di un umanità che si rinnova nella rinuncia alle ambizioni; è la Nicole Kidman di Kubrick che sacrifica i sogni e si accontenta di “scopare”.
Giulio Gori
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