La commedia degli errori
di William Shakespeare. Traduzione e adattamento di Luca Simonelli.
Un mercante, alla ricerca dei suoi due figli gemelli, rischia l’impiccagione, per aver violato l’embargo di Efeso. Intanto nella stessa città i due figli si trovano loro malgrado nel vortice di un continuo scambio di persona. Una commedia degli equivoci, ispirata ai Menecmi di Plauto, e proposta da William Shakespeare con la novità dell’introduzione del secondo doppione, quello del servitore.
La compagnia di Giuseppe Pambieri ci offre una “Commedia degli errori” in una versione non canonica: c’è molta attenzione alla plasticità dei personaggi, qualche tocco di contemporaneo minimalismo nella scenografia, ma soprattutto un tentativo, non del tutto riuscito, di riadattare la recita in una lingua moderna.
Nella commedia, è noto, il rischio di smarrire la leggerezza è piuttosto facile; in questo caso di fronte a passaggi riusciti e garbati, ci troviamo di fronte ad altri un po’ più grossolani. Il motivo è legato alla scelta di Pambieri di restituire alla lieve commedia shakespeariana un sapore plautino, più violento, più aggressivo. Ma, se in Shakespeare i movimenti sono quasi danzanti, in Plauto la fisicità dei personaggi, con la relativa sopraffazione di censo, emerge evidente. In questa commedia degli errori si alternano continuamente i due tagli senza che mai si possa evincere una lettura predominante.
C’è da dire che, senza ombra di dubbio, i personaggi femminili sono riusciti, proprio perché riescono a far emergere un’effervescente comunicazione del corpo che trascende quella del parlato. In particolare, Micol Pambieri, splendida Adriana, si dimostra versatile e reattiva nel destreggiarsi tra i vari registri del grottesco, divertendo per mimica e per aggressività; del resto, ben sottolineate dagli spiritosi costumi di Lia Tanzi.
Meno riuscita, come si diceva, appare invece la scelta del linguaggio (di Luca Simonelli), il vero difetto di questa commedia: la scelta di mettere insieme dialetti, accenti e cadenze diverse (fiorentino, veneto, siciliano, inglese, cinese) poteva essere indovinata, se solo si fossero scelti toni meno incerti. Anche in questo caso la decisione di recuperare il greve verbo di Plauto non è del tutto riuscita, perché, mentre l’autore latino non temeva di attirar le critiche dei benpensanti, spingendo sull’acceleratore del turpiloquio, nel nostro caso si ha come una sorta di pudore che impedisce di andare al di là di un certo limite. E anche in questo senso si riproduce questa incertezza tra l’istrionismo latino e la più soave impostazione elisabettiana.
E a proposito di tradizione elisabettiana, di far recitare il ruolo del doppio a due attori somiglianti, Pambieri opta invece per la tradizione più moderna in cui un unico attore occupa due ruoli; e in questo caso fa centro: la scelta di concludere la commedia e di combinare l’incontro tra i doppi viene fatta, in un divertente e riuscito turbinio di voci e personaggi, attorno a una impetuosa e palpitante porta girevole, quasi a rappresentare una giostra che, anziché ingarbugliare, dipana e risolve i fili intricati di una commedia degli equivoci.
di William Shakespeare. Traduzione e adattamento di Luca Simonelli.
Regia: Giuseppe Pambieri. Con Giuseppe Pambieri, Micol Pambieri, Nino Bignamini, Vera Castagna, Dino Spinella, Giovanni Ferrari, Maurizio Annesi, Orazio Stracuzzi, Marco Paoli, Simonetta Potolicchio, Luisa Nisco.
Costumi: Lia Tanzi. Scene Kim Marie Brittain. Musiche: Paolo Casa. Maschere: Giancarlo del Brocco. Disegno luci: Umile Vanieri.
Costumi: Lia Tanzi. Scene Kim Marie Brittain. Musiche: Paolo Casa. Maschere: Giancarlo del Brocco. Disegno luci: Umile Vanieri.
Un mercante, alla ricerca dei suoi due figli gemelli, rischia l’impiccagione, per aver violato l’embargo di Efeso. Intanto nella stessa città i due figli si trovano loro malgrado nel vortice di un continuo scambio di persona. Una commedia degli equivoci, ispirata ai Menecmi di Plauto, e proposta da William Shakespeare con la novità dell’introduzione del secondo doppione, quello del servitore.
La compagnia di Giuseppe Pambieri ci offre una “Commedia degli errori” in una versione non canonica: c’è molta attenzione alla plasticità dei personaggi, qualche tocco di contemporaneo minimalismo nella scenografia, ma soprattutto un tentativo, non del tutto riuscito, di riadattare la recita in una lingua moderna.
Nella commedia, è noto, il rischio di smarrire la leggerezza è piuttosto facile; in questo caso di fronte a passaggi riusciti e garbati, ci troviamo di fronte ad altri un po’ più grossolani. Il motivo è legato alla scelta di Pambieri di restituire alla lieve commedia shakespeariana un sapore plautino, più violento, più aggressivo. Ma, se in Shakespeare i movimenti sono quasi danzanti, in Plauto la fisicità dei personaggi, con la relativa sopraffazione di censo, emerge evidente. In questa commedia degli errori si alternano continuamente i due tagli senza che mai si possa evincere una lettura predominante.
C’è da dire che, senza ombra di dubbio, i personaggi femminili sono riusciti, proprio perché riescono a far emergere un’effervescente comunicazione del corpo che trascende quella del parlato. In particolare, Micol Pambieri, splendida Adriana, si dimostra versatile e reattiva nel destreggiarsi tra i vari registri del grottesco, divertendo per mimica e per aggressività; del resto, ben sottolineate dagli spiritosi costumi di Lia Tanzi.
Meno riuscita, come si diceva, appare invece la scelta del linguaggio (di Luca Simonelli), il vero difetto di questa commedia: la scelta di mettere insieme dialetti, accenti e cadenze diverse (fiorentino, veneto, siciliano, inglese, cinese) poteva essere indovinata, se solo si fossero scelti toni meno incerti. Anche in questo caso la decisione di recuperare il greve verbo di Plauto non è del tutto riuscita, perché, mentre l’autore latino non temeva di attirar le critiche dei benpensanti, spingendo sull’acceleratore del turpiloquio, nel nostro caso si ha come una sorta di pudore che impedisce di andare al di là di un certo limite. E anche in questo senso si riproduce questa incertezza tra l’istrionismo latino e la più soave impostazione elisabettiana.
E a proposito di tradizione elisabettiana, di far recitare il ruolo del doppio a due attori somiglianti, Pambieri opta invece per la tradizione più moderna in cui un unico attore occupa due ruoli; e in questo caso fa centro: la scelta di concludere la commedia e di combinare l’incontro tra i doppi viene fatta, in un divertente e riuscito turbinio di voci e personaggi, attorno a una impetuosa e palpitante porta girevole, quasi a rappresentare una giostra che, anziché ingarbugliare, dipana e risolve i fili intricati di una commedia degli equivoci.
Al Teatro della Pergola fino al 21 gennaio
Giulio Gori - DEA
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