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Cinema: L'amico di famiglia

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L’amico di famiglia

Regia di Paolo Sorrentino. Con Giacomo Rizzo, Fabrizio Bentivoglio, Laura Chiatti. Genere Drammatico, produzione Italia, 2005. Durata 110 minuti circa.

L’amico di famiglia è quell’uomo mellifluo che s’insinua nei tuoi problemi, ti carezza, ti aiuta, ti presta dei soldi… E infine pretende interessi esorbitanti su quel prestito. L’amico di famiglia è un usuraio; brutto, mefistofelico, ipocrita, senza alcuna pietà.
Questo bel film di Paolo Sorrentino (ambientato nell’Agro Pontino, terra fascistissima, gretta, ignorante, avara, priva di speranze) stupisce per l’originalità del soggetto, per la novità della sceneggiatura, per la vivacità delle idee. Accelerazioni della trama, pause contemplative, estrema attenzione all’estetica dell’immagine, agli oggetti, alle facce. Non è il solito film realista, intervallato da qualche passaggio onirico appiccicato un po’ a casaccio. E’ un incubo, in tutto e per tutto, e come tale, da un lato spaventa con la sua genuina violenza, dall’altra non segue un filo costante di sviluppo, è libero da regole, da canoni, è paurosamente indecifrabile.
L’interpretazione di Giacomo Rizzo, con la sua cupezza, la sua ironia, la sua eccentricità, è un colpo allo stomaco per spettatori abituati a ruoli normalmente standardizzati... Sebbene il suo Geremia non sia del tutto nuovo, e ricordi per molti aspetti il Peppino Profeta (interpretato da Ernesto Mahieux) de L’imbalsamatore.
Talvolta Sorrentino, nel soffermarsi sull’immagine indovinata, pecca di autocompiacimento; ma è peccato veniale di fronte a un film spiazzante, che ha il grande merito di distinguersi dalla cinematografia italiana di oggi, ormai abituata a narrare storie tristi, senza la minima ironia, senza innovazione, senza uno straccio di energia. La stessa scelta delle musiche meravigliose di Anthony and the Johnson's è coerente con questo progetto. Sorrentino si stacca con vigore dal grigiore diffuso, riabilita il valore dell’immagine come elemento narrante e, al tempo stesso, è anche capace di sfoderare dei dialoghi vivi, taglienti, che rifiutano la banalità dello spiegare, preferendo la nobiltà del mostrare.

Giulio Gori - DEApress

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 01 Dicembre 2006 21:52 )  

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