C’è del miele, tanto, ma anche del pepe, poco, nell’ultimo romanzo autobiografico di Massimo Gramellini “Fai bei sogni”. Un’opera leggiadra, come il sottile filo che lega la terra al cielo, sapientemente condita col sale della fantasia e dell’immaginazione, del sarcasmo e dell’ironia. Ingredienti che donano colore e freschezza ad un romanzo che si lascia leggere con fluidità grazie anche ad una metrica breve ma efficace. Ecco, si lascia leggere. Nonostante il tema, quello della morte, che inevitabilmente conduce a riflettere anche sul tema della vita. Spunti che troppo spesso oggi divengono sinonimo di banalità, posti e riproposti in ogni dove. Reality, talk show, social networks. La globalizzazione della morte e la socializzazione del dolore, stanno rendendo, ahimè, invivibile un’esperienza misteriosa. Viscerale. E personale. Fortunatamente ci rimane l’arte della scrittura che, come in questo caso, non si lascia andare a facili isterismi, alla lacrima facile o all’autocommiserazione. E se è vero che tal volta l’opera sembra divagare un po’ troppo è anche vero che la maestosità del tema viene edulcorata e stemperata da una penna briosa, vivace. Immacolata ed intatta. Nessun sensazionalismo. Filo narrativo tanto lineare quanto efficace.
Così le vicende del giovincello che ha fretta di crescere senza sapere come, divengono per l’autore il pretesto per mostrarci le epifanie dell’anima. Le sue. Le nostre. Mutamenti e sconvolgimenti di chi rimane orfano di madre in giovanissima età. E la luce si spegne. Nessun faro oramai. Un’ingiustizia nella quale il piccolo Massimo sguazzerà fino all’età adulta. Senza saper nuotare. Senza nessun appiglio. Disorientato. Confuso. La sua crescita umana e professionale vanno di pari passo con l’imperversare di fantasmi e paure. Fino a quando l’istinto, la voce degli dei, lo mette di fronte alla necessità di scegliere. Perché la vita prima o poi ti costringe a farlo. Fa parte del gioco. E allora decide di acciuffarla questa benedetta verità. Sì proprio lei, che fino ad allora non aveva fatto altro che coprire “con il ticchettio dei pensieri ed il fastidio delle emozioni, per non soffrire, per non guarire, per non diventare quello che abbiamo paura di essere:completamente vivi”. Ripercorrendo e ricostruendo gli eventi passati il protagonista con coraggio si accomoda al banchetto della vita. Aut aut. Eventi estremi come questo o ti avvicinano alla perfezione o ti macchiano completamente di sangue. Imbruttendoti. Boccone dopo boccone il protagonista opta per la prima portata. E diviene completamente libero. Libero dai fantasmi. Libero di perdersi nelle sciocchezze della quotidianità senza chiedere conti o sconti al passato. Libero dalla paura e dal cinismo. E’ nulla il morire. Spaventoso è il non vivere. L’ingiustizia muta vestigie e parvenze. Il giovincello diviene uomo. Cambia gli effetti perché cambia le cause. E la vita risponde. Sempre.
Leggerezza. Eleganza. L’autore sceglie l’equipaggiamento più adatto per la traversata. Per un viaggio non facile. Dove bastava un soffio di vento per cadere nella penosa valle dei luoghi comuni. Delle parole compiacenti. Degli odori sgradevoli e degli animali selvaggi. Solo per questo due stelline in più al romanzo che vale davvero la pena di leggere. Non fosse altro per il fatto che del buon miele aiuta a sciogliere e decongestionare il nostro organismo.
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