Ho già avuto modo di parlare della stagione della “lotta armata” in Germania, recensendo le memorie di uno dei protagonisti ( http://www.deapress.com/recensioni/lautunno-tedesco ). Vorrei brevemente ritornare sull'argomento, esaminando questa volta il film-documentario “Germania in autunno”, opera del 1977 -78, di un collettivo di registi tra cui R.W. Fassbinder. Nel libro di Boock da me recensito, si assisteva al rapimento del presidente della Confindustria tedesca, nonché ex gerarca nazista Hanns-Martin Shleyer, nel tentativo di liberare alcuni membri della RAF detenuti nel carcere di Stoccarda e si assisteva alla morte dell'industriale, di poco preceduta da quella, misteriosa, dei detenuti. Il filo conduttore del film-documentario, insieme al clima di “paranoia di stato” del momento, sono i duplici funerali: da un lato quello di stato di Shleyer, dall'altro quello “di popolo” dei membri della RAF. Il dilemma tra democrazia e autoritarismo, la chiusura degli orizzonti di speranza nel futuro, il ritorno degli stessi drammi del passato, vengono mostrati con un taglio “interiore”, nella fragilità dei contemporanei travolti dagli avvenimenti. Avvalendosi di riprese inedite della cronaca di quei momenti, l'opera si compone di circa quindici “capitoli” girati dai vari registi. L'apertura, mostra l'arrivo della bara e dei partecipanti al funerale di Shreyer, come un prologo, insieme alle parole di una delle ultime lettere del defunto. Terminata questa introduzione, una citazione delle parole di una madre nel '45, condanna tutte le violenze, citazione che verrà mostrata di nuovo al termine dell'opera. Poi lo spettatore assiste ad un tentativo di autocensura -fallito- di Fassbinder, che ci introduce nella sua vita quotidiana, dominata dal climax – interiore ed esteriore- crescente di conflitto, di repressione della libertà d'espressione, e di paranoia contro i “fiancheggiatori”, veri o presunti. Fassbinder recita se stesso, insieme al compagno (che si suiciderà poco tempo dopo la realizzazione dell'opera). L'isteria e la disperazione dominano ormai il campo. Assistiamo all'inferno interiore dell'intellettuale al quale è ormai negata ogni possibilità di incidere sugli avvenimenti e che vede svanire l'illusione della libertà d'espressione. Il capitolo successivo introduce un tocco d'ironia, la riflessione sulle continuità -reali e simboliche- nella storia tedesca è affidata ad un insegnate di storia -in conflitto con le autorità scolastiche - ripresa nell'atto di armarsi di pala e mettersi letteralmente a scavare nella terra innevata (cerca reperti preistorici, si scava un rifugio in previsione della terza guerra mondiale o è il suo modo per trovare le radici della storia?). Il suicidio imposto dallo stato di Rommel (il cui figlio è, al momento degli eventi di quest'opera, sindaco di Stoccarda) e quello di Rodolfo d'Asburgo-Lorena, sono sullo sfondo. Poi ritorniamo ai funerali di Shreyer, dominati dalla paranoia e in cui l'asservimento simbolico e reale delle masse di immigrati-proletari, appare non -come ci si potrebbe aspettare- “in filigrana”- ma è l'elemento cardine della cerimonia. Nei capitoli successivi, assistiamo ad un intervista -in carcere- ad uno dei fondatori della RAF, in cui viene tentata un analisi “interiore” degli avvenimenti dal '68 al '78, e si sviluppano i temi, da un lato della paura e della paranoia “di stato”, e dall'altro, dell' impegno dei giovani. Ritornano quindi i temi della continuità (quasi una ciclicità?) nella storia tedesca, dai richiami al movimento spartachista, al vecchio e nuovo militarismo. La lucidità inascoltata dell'analisi della situazione tedesca dello scrittore svizzero M. Frisch, precede una lunga discussione, tenuta negli studi televisivi, che sfocia nella censura dell'ultima versione televisiva dell'Antigone di Sofocle - ancora troppo “disturbante”. Del resto il lettore ricorderà la mia impressione secondo cui Sofocle non era lontano neppure dagli eventi visti con gli occhi di Boock. Qui, io, resisterò alla tentazione di digressioni su temi classici. Nel film passiamo infine ai funerali dei detenuti morti. Il film-documentario si chiude -prima della citazione che condanna ogni violenza - sulla commovente immagine di una madre e della figlia bambina che, al ritorno dai suddetti funerali fanno l'autostop, immagine simbolica della solitudine interiore di una Germania che vedeva ormai finite le residue illusioni del ventesimo secolo. Il futuro è l'inverno, l'assenza, la solitudine. Forse il ritorno di atrocità già viste. Lo stato tedesco occidentale si è rivelato come uno stato di polizia, al cui interno covano tentazioni autoritarie e militariste. I rivoluzionari e i giovani sono incapaci di creare alcunchè di nuovo. Gli intellettuali sono ridotti al silenzio e all'impotenza. Nulla di buono può esserci nel futuro. “Germania in autunno” è un opera ancor oggi inquietante, benchè la mancanza di speranze venga sempre temperata da una sottile ironia, e soprattutto da un richiamo costante all'umanità che, malgrado tutto, sopravvive.
Fabrizio Cucchi, DEApress
| Share |
| < Prec. | Succ. > |
|---|
