Beppe Grillo is back
di e con Beppe Grillo
Teatro romano di Fiesole
Un’improbabile polo celeste con temerarie decorazioni floreali al centro di un teatro che rappresenta la tradizione, il rigore del teatro classico. Beppe Grillo vuol far capire subito, fin dall’abbigliamento, di voler incarnare il suo consolidato ruolo di giullare strafottente e sfrontato. Ma la cattiveria che emana dal suo spettacolo è lontana dal livore dell’ormai noto arringatore di folle. C’è invece in questa recita il gusto plautino della beffa, dell’affronto, che il popolano rivolge al potente, dall’alto della superiorità dello scherno sulla tronfiaggine dell’autorità costituita. La potenza del comico genovese, la sua capacità di infiammare la platea, trovano infatti il proprio climax nella sapiente alchimia tra il turpiloquio gridato e le soavi bordate liberate a denti stretti. Così, si passa dalla politica, alla rete, dall’ambiente al lavoro con eccellente vivacità di toni e colori, con un gusto del divertimento che sa essere anzitutto catarsi dalla realtà che ci circonda.
Le idee di Beppe Grillo sono un miscuglio di razionalità (quasi) illuminista e voglia di rivalsa plebea, condite però, e qui sta il divertimento, da diverse concessioni al paradosso che sembra – ed è – partorito dalle fissazioni di una mente di terza età. Ce l’ha con i vecchi, Grillo, ma ha la simpatia di riconoscere che è vecchio lui per primo, per quanto saltelli e corra da una parte all’altra del palcoscenico con un’energia invidiabile. Così, accanto alle sacrosante rivendicazioni ambientali, assieme a un’atavica domanda di democrazia, spuntano curiose trovate (a partire da quella dei fischietti di plastica fatti in casa con una improbabile stampante in 3D che, occhio e croce, potrà partorire qualcosa di utile non prima del 2020) che danno l’idea di uno che alle nuove tecnologie ci è arrivato tardi e per questo sente il bisogno di recuperare il tempo perduto con un integralismo degno di miglior causa. Ma non si può avercela con il Grillo comico, perché, oltre al fatto di saper far ridere di gusto, con certe trovate un po’ surreali guadagna pure un po’ d’affetto.
Certo, di tanto in tanto, lascia di stucco con certe imprecisioni davvero catastrofiche, che dissemina qua e là durante lo spettacolo. Ma non gliene voglia l’«ebetino» Renzi, se il comico genovese, snocciolando i tanti, tantissimi misfatti del sindaco fiorentino, gliene attribuisce pure qualcuno che in vero non ha compiuto: o forse no, gliene deve volere, l’«ebetino», proprio perché il pubblico ride e apprezza di gusto la canzonatura al vetriolo; e per un sindaco non è senz’altro un bel sentire.
Bisogna riuscire a trascendere il Grillo politico per poter apprezzare il Grillo comico. La politica, e non è questione di vile compromesso, è – dovrebbe essere – rappresentazione della complessità del reale, e quindi certe semplificazioni risultano assai indelicate: è giusto chiedere che il Parlamento non sia un rifugio di illustri pregiudicati, certo, ma non ha senso mettere tutti sullo stesso piano, perché non è la stessa cosa aver preso tangenti e, ad esempio, essere andati in galera per obiezione di coscienza, come è successo in passato a molti eroi della nostra storia repubblicana. Nel primo caso si ruba allo Stato, nel secondo si accetta il sacrificio personale pur di affermare un diritto più alto e perciò, non solo non c’è incompatibilità con la politica, ma anzi, un incarico istituzionale diventa il legittimo riconoscimento per chi ha compiuto una battaglia sacrificando se stesso per la collettività. La semplificazione, invece, risulta efficacissima quando si parla di vis comica, perché la satira è e dev’essere violenza e trivialità; non per nulla, per secoli è stata appannaggio di giullari e plebei picareschi, mica roba da nobiltà in punta di penna: «Abbiamo firmato la legge popolare per mandare a casa almeno i parlamentari condannati in via definitiva. Noi dicevamo almeno quelli condannati tre volte, quelli da due lasciamoli ancora qualche mese se vogliono sfogarsi... Be’, ma quando ci si crede nelle iniziative si portano a casa i risultati: nel 2007 i condannati in via definitiva in parlamento erano diciotto, e adesso sono ventidue» dice un ilare Grillo in una delle battute, a dire il vero, meno violente.
E’ quindi nell’ampliare l’uso di questo ineccepibile gusto comico della semplificazione, che sbaglia il Grillo politico, trasformandosi in fenomeno che dà adito alle note accuse di populismo. Un populismo che tuttavia non sta affatto nell’apprezzabile tentativo di dare spazio a una politica rinnovata e dal basso; perché chiunque affermi il contrario – e in questo non c’è scampo da destra a sinistra – è di sicuro molto più approssimativo e populista di lui.
Giulio Gori
di e con Beppe Grillo
Teatro romano di Fiesole
Un’improbabile polo celeste con temerarie decorazioni floreali al centro di un teatro che rappresenta la tradizione, il rigore del teatro classico. Beppe Grillo vuol far capire subito, fin dall’abbigliamento, di voler incarnare il suo consolidato ruolo di giullare strafottente e sfrontato. Ma la cattiveria che emana dal suo spettacolo è lontana dal livore dell’ormai noto arringatore di folle. C’è invece in questa recita il gusto plautino della beffa, dell’affronto, che il popolano rivolge al potente, dall’alto della superiorità dello scherno sulla tronfiaggine dell’autorità costituita. La potenza del comico genovese, la sua capacità di infiammare la platea, trovano infatti il proprio climax nella sapiente alchimia tra il turpiloquio gridato e le soavi bordate liberate a denti stretti. Così, si passa dalla politica, alla rete, dall’ambiente al lavoro con eccellente vivacità di toni e colori, con un gusto del divertimento che sa essere anzitutto catarsi dalla realtà che ci circonda.
Le idee di Beppe Grillo sono un miscuglio di razionalità (quasi) illuminista e voglia di rivalsa plebea, condite però, e qui sta il divertimento, da diverse concessioni al paradosso che sembra – ed è – partorito dalle fissazioni di una mente di terza età. Ce l’ha con i vecchi, Grillo, ma ha la simpatia di riconoscere che è vecchio lui per primo, per quanto saltelli e corra da una parte all’altra del palcoscenico con un’energia invidiabile. Così, accanto alle sacrosante rivendicazioni ambientali, assieme a un’atavica domanda di democrazia, spuntano curiose trovate (a partire da quella dei fischietti di plastica fatti in casa con una improbabile stampante in 3D che, occhio e croce, potrà partorire qualcosa di utile non prima del 2020) che danno l’idea di uno che alle nuove tecnologie ci è arrivato tardi e per questo sente il bisogno di recuperare il tempo perduto con un integralismo degno di miglior causa. Ma non si può avercela con il Grillo comico, perché, oltre al fatto di saper far ridere di gusto, con certe trovate un po’ surreali guadagna pure un po’ d’affetto.
Certo, di tanto in tanto, lascia di stucco con certe imprecisioni davvero catastrofiche, che dissemina qua e là durante lo spettacolo. Ma non gliene voglia l’«ebetino» Renzi, se il comico genovese, snocciolando i tanti, tantissimi misfatti del sindaco fiorentino, gliene attribuisce pure qualcuno che in vero non ha compiuto: o forse no, gliene deve volere, l’«ebetino», proprio perché il pubblico ride e apprezza di gusto la canzonatura al vetriolo; e per un sindaco non è senz’altro un bel sentire.
Bisogna riuscire a trascendere il Grillo politico per poter apprezzare il Grillo comico. La politica, e non è questione di vile compromesso, è – dovrebbe essere – rappresentazione della complessità del reale, e quindi certe semplificazioni risultano assai indelicate: è giusto chiedere che il Parlamento non sia un rifugio di illustri pregiudicati, certo, ma non ha senso mettere tutti sullo stesso piano, perché non è la stessa cosa aver preso tangenti e, ad esempio, essere andati in galera per obiezione di coscienza, come è successo in passato a molti eroi della nostra storia repubblicana. Nel primo caso si ruba allo Stato, nel secondo si accetta il sacrificio personale pur di affermare un diritto più alto e perciò, non solo non c’è incompatibilità con la politica, ma anzi, un incarico istituzionale diventa il legittimo riconoscimento per chi ha compiuto una battaglia sacrificando se stesso per la collettività. La semplificazione, invece, risulta efficacissima quando si parla di vis comica, perché la satira è e dev’essere violenza e trivialità; non per nulla, per secoli è stata appannaggio di giullari e plebei picareschi, mica roba da nobiltà in punta di penna: «Abbiamo firmato la legge popolare per mandare a casa almeno i parlamentari condannati in via definitiva. Noi dicevamo almeno quelli condannati tre volte, quelli da due lasciamoli ancora qualche mese se vogliono sfogarsi... Be’, ma quando ci si crede nelle iniziative si portano a casa i risultati: nel 2007 i condannati in via definitiva in parlamento erano diciotto, e adesso sono ventidue» dice un ilare Grillo in una delle battute, a dire il vero, meno violente.
E’ quindi nell’ampliare l’uso di questo ineccepibile gusto comico della semplificazione, che sbaglia il Grillo politico, trasformandosi in fenomeno che dà adito alle note accuse di populismo. Un populismo che tuttavia non sta affatto nell’apprezzabile tentativo di dare spazio a una politica rinnovata e dal basso; perché chiunque affermi il contrario – e in questo non c’è scampo da destra a sinistra – è di sicuro molto più approssimativo e populista di lui.
Giulio Gori
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