E’una campagna elettorale strana. Insolita. Si viaggia sull’onda della demonizzazione avversaria. Riecheggiano vecchi fantasmi. E paradossalmente si assiste ad una sorta di obamizzazione della politica. Tutti si fanno portavoce del nuovo che avanza. Si tagliano i ponti con il passato. O almeno ci si prova. Nella convinzione che basti far fuori la vecchia classe politica dirigente per stare apposto con la coscienza. Per sentirsi innovatori. Ma la sensazione è che questi presunti messia altro non siano che la copia perfetta di ciò che fu. L’innovazione nasce e si nutre della capacità di far esperienza e, ancor più, di aprirsi al cambiamento. Quello che ci è inevitabilmente imposto dalla contingenza storica. Quello che si basa sulla disponibilità ad abitare il mondo e vivere il territorio. Ad allargare il proprio raggio di visuale per cogliere la ricchezza della complessità che non può essere sinonimo di contrapposizione ma solo ed unicamente di convergenza. Di idee e programmi. Di un modo di guardare alle cose della politica e della realtà che non si mascheri dietro letture sciatte e superficiali, fertile campo, per altro, di un nichilismo oltremodo controproducente.
La categoria del nuovo ha a che fare con le idee. Solo ed unicamente quelle. Con una cultura politica che trascende il dato anagrafico per sostanziarsi in capacità di leggere, interpretare ed adeguarsi al cambiamento.
Ebbene, oggi più che mai ho un senso di indignazione. Sono ritornato nel mio paese d’origine, Montella, piccolo feudo democristiano dell’Irpinia, per assolvere al dovere civico del voto, e quindi partecipare alla vita civile e democratica del paese.
Poco più di ottomila abitanti, molti di meno ovviamente i votanti. Poco più di cinquemila. Sei liste ed altrettanti candidati sindaci. Premesso che un sistema democratico debba garantire la libertà d’espressione è anche vero che lo sviluppo di una collettività si basa soprattutto sulla capacità di creare condivisione di valori e programmi. Di agire in maniera quanto più possibile sinergica per far fronte a problematiche di interesse comune ma pur sempre locali e tecniche. Sulle quali c’è poco da discutere. Il rischio sennò è quello di alimentare oltremodo una logica contrappositiva che, come ci insegna la storia, non produce né ordine sociale né sviluppo. Bensì nasconde invidie e rancori personalistici, volontà di potenza e strategie d’interesse. Ciò a cui troppo spesso l’Irpinia si è abituata. Oserei dire anche anestetizzata.
Tutto ciò porterà inevitabilmente a fratture nella gestione del governo locale, tali da rendere astrusa, se non impossibile, la strada verso la sua ragion d’esistere, la sua entelechia: il bene comune, l’ethos comunitario. Quanto più alta è la magnitudo della frammentazione e della divisione, tante più bassa sarà la possibilità di trovare una stabilità gestionale ed amministrativa. Detto altrimenti, il rischio si chiama ingovernabilità. Con buona pace di chi crede che la prossima tornata elettorale seguirà le normali tempistiche quadriennali. A voler esser ottimisti il richiamo alle urne sarà un evento prenatalizio.
Ancor meno chiaro mi è apparso il nutrito coinvolgimento di forze giovanili, eretti a simbolo a vessillo di questa presunta ondata innovatrice. Soprattutto in virtù dell’elevato numero di pretendenti al trono. Opacità giustificata dalla mia incapacità di leggere in tutto ciò un prodotto nuovo, nonché dall’analisi di una stagione politica che non ha fatto mancare episodi di sfruttamento e strumentalizzazione delle giovani generazioni. Si vedano i recenti eventi riguardanti l’ormai nota onda studentesca: migliaia di giovani scesi in piazza perché si erano resi conto di essere alla frutta, di essere stati servi della gleba, di una politica che prima li ha usati e poi li ha abbandonati.
Spero che il futuro possa smentirmi. E che se innovazione deve essere, che sia fatta proprio a partire da tale aspetto.
Ben più chiaro invece è il modus operandi di questa classe politica. D’altronde ci sono nato e cresciuto in questo paese. Chi salirà sullo poltrona, lo farà con un differenziale di voti minimo. E, ancor più, si troverà paradossalmente ad essere “maggioranza in minoranza”, costretto cioè a doversi confrontarsi con un numero di elettori di gran lunga maggiore rispetto a coloro che invece li hanno preferiti. Ma aldilà di questo, ciò che mi preme sottolineare è che a fare la differenza sarà, ancora una volta, la famiglia. Eh si. Perché è proprio lei a spostare voti, a sancire il successo o la sconfitta. Più larga è più hai possibilità di salire sul colle.
Francis Fukuyama, uno dei maggiori studiosi politici americani, sostiene che con l’avvento della modernità si sta assistendo ad un lento ma inesorabile processo di erosione delle vecchie forme di aggregazione sociale, tra cui la famiglia. Se ciò è vero a livello macro, lo stesso non si può dire a livello micro. O meglio, processi in questo senso stanno trovando un loro inizio anche laddove il nuovo fa più fatica ad entrare ed il vecchio ad uscire. Ma siamo ancora agli inizi. Indi per cui, nel gioco politico, la famiglia ha ancora un peso ineludibile. Indi per cui, il particolarismo risulta ancora essere una categoria dominante. Nella politica come in gran parte delle attività umane (in Italia). Quel familismo amorale di cui parlava Edward Banfield nel 1958, e che inconsciamente si trasforma in resistenza allo sviluppo.
Questo antropologo americano, nell’analizzare una piccola comunità della Lucania “fu colpito dal fatto che non esistesse una vita associativa, e si chiese perché di fronte agli evidenti problemi sociali, nessuno si desse da fare per cambiare le cose. La risposta fu cercata nel «familismo amorale», un tratto culturale secondo il quale gli abitanti cercano soltanto di massimizzare i vantaggi materiali e immediati del nucleo familiare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo. La prospettiva di investire risorse ed energie in beni collettivi e un’azione organizzata per realizzarla sono per questo fuori dall’orizzonte delle possibilità”. La spaventosa miseria, il senso di umiliazione, la paura del futuro sono il terreno sul quale il familismo amorale è cresciuto, ma essi sono ora prigionieri della loro morale centrata sulla famiglia”. Certe declinazioni di tale paradigma si possono rintracciare anche nelle organizzazioni mafiose. Con le quali pure pure si rtrovano elementi similari. Si perché pure nella grande famiglia politica vige la regola del chi sbaglia paga. Passare da una clan politico all’altro può comportare grosse perdite. Impedimenti, malefatte, torti e ripicche. Alla faccia del nuovo che avanza, portatore sano di democrazia liberale. Invece di premiare chi, la faccia ce la mette, pur sapendo che i rischi sono maggiori delle possibilità. In questo mondo.
Simone Grasso
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