Una delle cose più brutte che si capiscono quando si diventa adulti è che non tutte le favole avranno il loro lieto fine.
Emblematico è il caso dell’Islanda, vero e proprio esempio di come una forte crisi economica possa ribaltare da un giorno all’altro le sorti di un’intera nazione, cancellando decenni di benessere e di apparente stabilità economico-finanziaria.
Islanda, terra fredda e ospitale, invidiata da tutti non solo per la sua aria limpida ed i suoi paesaggi mozzafiato ma anche per un’economia forte, in grado di trascinare i suoi abitanti in una situazione di benessere diffuso, con un prodotto interno lordo pro capite tra i più alti al mondo.
Questo fino a pochi mesi fa: adesso la situazione è ben diversa. Sì, perché tutto questo benessere è stato spazzato via in un solo batter di ciglia: l’economia islandese si è letteralmente sbriciolata di fronte alle prime avvisaglie della vigorosa crisi globale che tutti noi ormai stiamo vivendo, denotando una fragilità finanziaria imbarazzante e una debolezza politica a dir poco sorprendente .
Il tutto, quasi per un crudele scherzo del destino, dopo essere stata eletta dallo Human Development Report come uno degli Stati con la più alta qualità di vita, superiore addirittura a quella di Svezia e Norvegia.
Pensate a come possono aver reagito i risparmiatori islandesi quando hanno appreso che tutti i loro depositi da un giorno all’altro si sarebbero volatilizzati. La valuta islandese infatti si è deprezzata con una rapidità stupefacente: in breve tempo ha perso quasi la metà del suo valore, le banconote stavano raggiungendo un valore equiparabile a quello dei soldi del Monopoli.
I principali “media” italiani hanno fin da subito dato gran risalto alle vicende dello stato islandese, descrivendo una situazione che andava degenerando di giorno in giorno: le più importanti banche stavano fallendo, gravate da debiti impossibili da sostenere e che in taluni casi sfioravano addirittura lo stesso PIL nazionale, lo Stato era ad un passo dalla bancarotta, persino gli immigrati si affrettavano ad abbandonare quel paese che fino a poco tempo prima era considerato una sorta di “seconda America”. La situazione sembrava davvero sull’orlo del collasso.
Poi, ad un certo punto, è calato il silenzio.
Nessuno si è più occupato di farci avere nuovi aggiornamenti a riguardo: l’Islanda ad un certo punto è sparita dalle pagine dei giornali, quasi fosse stata improvvisamente inghiottita dalle fredde acque che la circondano. Un silenzio davvero curioso, tra una colpevole indifferenza generale.
Qualche giorno fa ho appreso che, nel frattempo, il popolo islandese è sceso in piazza, sbattendo pentole e tegami, fino a provocare la caduta del governo contestato, in una sorta di “riedizione” di ciò che avvenne a Buenos Aires nel 2001-2002, durante la famosa crisi argentina.
E’ bene ricordare che la rivolta in Argentina fu talmente energica da costringere alle dimissioni ben quattro presidenti nel giro di sole tre settimane.
Se consideriamo ciò che è accaduto qualche mese fa in Grecia, ed aggiungiamo che l’insofferenza del popolo sta esplodendo in questi ultimi giorni anche in altre due “piazze” a rischio come Bulgaria e Lettonia, ne viene fuori un quadro sicuramente allarmante.
Insomma, il "seme" della rivolta anticrisi sembra aver attecchito, e sappiamo tutti come possa essere contagioso: c’è solo da sperare che non germogli troppo in fretta.
Massimiliano Locandro
| Share |
| < Prec. | Succ. > |
|---|






