Esattamente dieci anni fa moriva Stanley Kubrick, tra i più grandi registi
cinematografici di sempre.
Kubrick è stato (ed è tutt’ora) cineasta venerato e mitizzato, per le straordinarie
capacità tecniche, per la maniacalità con cui girava ogni scena, per le
maratone che imponeva ai propri attori. Enrico Ghezzi parla di “ossessione del
controllo”, di ricerca della perfezione estetica, come fine ultimo e assoluto
dell’espressione artistica kubrickiana.
Ma se la perfezione tecnica del regista newyorkese è unanimemente apprezzata e
riconosciuta, non altrettanto si può dire per la capacità di suscitare empatia:
in verità, l’appellativo di “regista freddo e senza emozioni”, condiviso a
livello planetario, si scontra con una realtà dei fatti di gran lunga
dissimile. Kubrick è autore apparentemente freddo, in quanto rifiuta di usare
il sentimento come mezzo espressivo, come linguaggio, trovandolo goffo,
scontato, approssimativo; ma, sul piano tematico, è ben lungi dal rifuggire
argomenti che coinvolgano le corde etiche e più intimamente umane della nostra
esistenza. Stanley Kubrick è regista impegnato a raccontare il commovente
smarrimento dell’uomo, la sua crisi identitaria, la sua drammatica ricerca di
un principio primo. E se il linguaggio del cineasta non insegue schemi
autoassolutori, molli adulazioni della nostra supposta profondità interiore, è
forse perché preferisce inseguire con fermezza l’obiettivo di raccontare.
Sulla sua strabiliante maestria dietro la cinepresa è stato detto e scritto di
tutto, tuttavia troppo poco si è parlato della sua grandezza narrativa e della
sua imponente architrave etica. Ma non potendo esaurire in questa sede, la
multiforme materia kubrickiana, il suo impegno politico antimilitarista, la sua
sagace visione di classe, la denuncia dell’ipocrisia e della doppiezza umane,
il drammatico confronto con l’assoluto, si è scelto di affrontare, e in ogni
caso in modo non esaustivo, il tema del pessimismo legato alla crisi d’identità
dell’uomo contemporaneo. Un tema particolarmente legato alle ultime due
pellicole.
”Full Metal Jacket” (1987) racconta il percorso di un bravo ragazzo che
attraversa l’istruzione nei marines e la guerra del Vietnam. E’ una storia di
perdizione, il romanzo di contro-formazione di un giovane più curioso di altri,
di buoni sentimenti, alla ricerca di un posto nel mondo; una ricerca risolta in
un sorriso beffardo e ebete, con cui smarrisce ogni dubbio e quindi ogni
residuo di umanità. Il nostro “Joker” (il burlone) viene rimproverato da un
superiore: “Cosa cazzo fai con il simbolo della pace appuntato sul tuo elmetto
da guerra?!” (sul quale elmetto c’è scritto “Born to kill/Nato per uccidere”);
Joker risponde: “Signore, rappresenta il dualismo Junghiano, signore!”. Ma se
il film affronta il tema del dualismo, della scelta tra le possibili identità,
tra un residuo di umanità e il totale distacco da tutto, in realtà Joker,
quando pronuncia quella frase, ha già smarrito Jung da molto tempo. E’ già
curato, anzi è già guarito dalla sofferenza dell’incertezza, ha già imparato il
distacco, l’indifferenza. Quella frase, scandita in modo automatico e
artefatto, è una filastrocca, un vezzo. E se un residuo di umana pietà viene
riscoperto, di fronte allo sconcerto della scoperta che il cecchino che ha
decimato i suoi compagni è una donna giovanissima, quel residuo di umanità si
spenge con l’ultimo atto di pietà: “Spara me! Spara me!”; Jocker devi sparare,
devi negarle ulteriori sofferenze, è ferita, chiede di morire. Ma quell’ultimo
sparo si unisce a quelli che hanno ucciso “Palla di Lardo” e “Cowboy”, quelli
che hanno progressivamente spento ogni compassione. E il Joker che rinasce non
ha più paura, e può finalmente dire: “Volevo essere il primo ragazzo del mio
palazzo a fare centro dentro qualcuno”. E con i commilitoni superstiti celebra
lo scampato pericolo cantando una filastrocca su Mickey Mouse, perché “qui tu
non riderai, tu non piangerai, qui si riga dritto e basta”.
A distanza di trent’anni, la metamorfosi non poteva essere più spietata. In
“Orizzonti di gloria” (1957), i soldati francesi sono commossi dal dolce canto
di una prigioniera tedesca, e si uniscono a lei sulle note di “Un ussaro
fedele”, piangendo la tragedia comune della guerra. E il colonnello Dax, prima
di ripartire per il fronte, ordina: “Dia ancora qualche minuto agli uomini”.
Agli uomini.
” Eyes wide shut” (1999) è la trasposizione fedele nella New York
contemporanea del romanzo Doppio Sogno di Arthur Schnitzler. E’ la storia di una
giovane coppia altoborghese in preda alla tipica crisi matrimoniale, che si
abbandona a continue e insoddisfatte fantasie erotiche. Ma rimarrà storditi
dalla violenza e dalla crudeltà dei sogni e della realtà e deciderà di
rifugiarsi nella sicura culla familiare.
Vedere in questo film, come da molti è stato fatto, un
addolcimento-invecchiamento del regista ci pare un grave errore. Ancora di più
che in Full metal jacket si coglie il disincanto e la sfiducia verso l’essere
umano, irreparabilmente malato. Kubrick, pur mantenendo quasi immutata la
storia narrata dall’autore austriaco, ribalta il centro d’osservazione: non
l’instabilità della mente umana, con le contraddizioni, gli scarti, le
incongruenze che vi risiedono, ma la ricerca (utopistica?) di una identità e di
uno spazio personali è il filo che unisce il film. Il protagonista rappresenta
una sorta di Ulisse dantesco che, cercando di superare la limitatezza e
l’insoddisfazione della quotidianità, si avventura in un mondo malato,
perverso, ma tuttavia attraente per la sua misteriosità. Aspira costantemente a
bere al calice della felicità, ma è contrastato dal timore di imboccare una
strada senza ritorno. Il ricongiungimento finale con la moglie non è, come
certa critica statunitense ha spiegato, il segno che il vecchio Kubrick ha
smesso di essere anticonformista e ha accettato “i veri valori della vita”; è
esattamente il contrario: è piuttosto l’amara rassegnazione di chi non ha
alcuna fiducia nell’uomo (neanche in se stesso), di chi ha capito che l’Ulisse
di oggi non ha il coraggio di rischiare il naufragio, ma preferisce tornare
indietro, abdicando alle proprie aspirazioni. Lo stesso matrimonio è ripulito
da ogni idillio, da ogni ornamento posticcio: si tratta soltanto di una tana
piccola e meschina in cui ci si rifugia per non vedere quello che c’è fuori,
per non affrontarlo, per non morire; l’unica cosa che ci resta da fare per
sfidare la noia e consolarsi a vicenda, come dice Alice - Nicole Kidman alla
fine del film, è “scopare”.
Post Scriptum:
La critica ha spesso contestato le interpretazioni degli attori diretti da
Stanley Kubrick. Così è stato per “Barry Lindon”, “Full Metal Jacket” e
soprattutto “Eyes Wide Shut”: Ma anche in questo caso Kubrick ha, forse, da
insegnarci qualcosa: quando i protagonisti sono delle persone normali servono
attori, come Ryan O’Neill, Matthew Modine, come Tom Cruise e Nicole Kidman, che
sappiano, anche per incapacità, riprodurre la parziale inespressività che tutti
noi abbiamo; non per caso quando i protagonisti erano dei pazzi il regista ha
dato vita a due delle interpretazioni più straordinarie che il cinema ricordi
(Malcom McDowell in “Arancia meccanica” e Jack Nicholson in “Shining”).
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