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La lezione di Enzo Tortora

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Venti anni fa moriva Enzo Tortora, minato nella mente e nel fisico da un'assurdità tutta italiana. Tortora è diventato il simbolo della lotta contro l'ingiustizia, del perseguitato da magistrati troppo zelanti, dell'uomo perbene incomprensibilmente trascinato nella vergogna.
Per anni Tortora è stato usato anche come strumento per chi tentava di apparire, come lui, martire della magistratura. Ma a differenza di chi ne ha scomodato a lungo la memoria, il presentatore di Portobello non si è mai voluto sottrarre alla giustizia.
Il 10 dicembre 1985 Enzo Tortora, con un memorabile discorso di impegno civile e passione pubblica, rinunciò all'immunità parlamentare che il suo seggio di deputato europeo gli concedeva. Sapeva di essere innocente, sapeva che così facendo gli si sarebbero spalancate le porte del carcere. Ma sapeva anche chi decide di rappresentare un popolo, di esercitare un potere in suo nome, chi insomma decide di far parte delle istituzioni, non può in definitiva rinnegarle e deve essere uomo di Stato. Fino in fondo.
Ecco il suo discorso di dimissioni dal Parlamento Europeo:

Signor presidente,
l’augure potrebbe trarre gli auspici: oggi è il 10 dicembre, il giorno dedicato a celebrare i diritti dell’uomo, i diritti della persona, per decisione delle Nazioni Unite ed era il 10 dicembre dello scorso anno quando, quasi presago, il Parlamento europeo volle dare una risposta, apparentemente ultronea, alla giustizia del mio paese, che chiedeva l’autorizzazione a procedere contro di me. “Sì – disse – ma non avrete mai l’autorizzazione ad arrestarlo, prima della sentenza definitiva”.

Oggi, 10 dicembre, dunque, io scelgo la via del carcere – e quali carceri, in Italia, sapeste colleghi – mentre avrei potuto continuare a coltivare l’onore di essere e operare per altri anni con voi, in attesa che giustizia fosse fatta di un’accusa che l’intero popolo italiano sente essere mostruosa. Ma colpevole di essere innocente, condizione tipica e necessaria, come sappiamo di ogni vittima sacrificale, di ogni capro espiatorio, quando con rito barbaro una comunità vuole trasferire e colpire i propri demoni interiori, dando il corpo e il volto di un altro al proprio male, colpevole di essere assolutamente innocente, mi assumo la responsabilità di disubbidire, carissimi colleghi, a quella delibera che, so bene, dovrebbe essere seguita anche da me, per doverosa e ragionevole deferenza alla saggezza e alla volontà del Parlamento.
Ma disubbidisco per fedeltà. Noi siamo il Parlamento che ha difeso, con una sua storica decisione, il diritto alla vita degli sterminandi per fame, la vita del diritto, della sua certezza, della sua pienezza, istituzionale e civile – come, certo, dimostreremo ancora domani con il nostro voto sul Vertice del Lussemburgo – per fedeltà ai miei ideali, a quello del Partito radicale che ho l’onore di presiedere, ai vostri, ai nostri, ho deciso di dare corpo non già a un sacrificio, in torbida convivenza con i miei persecutori, gli stessi che qui ieri avete solennemente denunciato, ma alla esigenza più urgente, più piena, più rigorosa di fare, di dire, di creare giustizia contro ogni violenza, contro la violenza della menzogna e delle ingiustizia. Voglio essere libero, quando la giustizia stessa del mio paese sarà liberata, libera anch’essa, davvero indipendente e sovrana alla sola soggezione della legge.
E’ una decisione di lotta, di speranza che ho preso in assoluta e intima libertà e convinzione, raggiungendo attraverso questo cammino la storia uguale dei miei compagni e del mio partito.
Nel salutarvi, signor presidente, mi preme però essere anche testimone di giustizia. Già qui e oggi, voglio dirvi, assicurarvi, che i giudici del mio paese, nella loro grande maggioranza, sono giudici di giustizia e non giudici di potere e di violenza. I giudici del mio paese, lo so, sono essi per primi offesi e oppressi da chi pretende troppo spesso di parlare in loro nome e ferisce ogni giorno la loro immagine e la loro vita difficile anche per responsabilità gravissima della classe politica al potere. Anche per loro e con loro dobbiamo percorrere questo duro e stretto sentiero e a loro va la mia e la nostra dichiarazione di rispetto e di fiducia.
Già il Presidente della Repubblica italiana Francesco Cossiga, giorni fa, ci ha dato un esempio. In prima persona egli ha ritenuto di doversi esporre, denunciando l’abuso di poteri costituzionali, di funzioni, di ruoli con cui si pretende di operare. Al Presidente della Repubblica, al Primo Magistrato d’Italia, si è risposto come un solo uomo, anzi un solo showman, tentando con un cattivo colpo di teatro, durato lo spazio di un mattino, di invalidarne la dignità e la legittimità davanti al paese da parte di chi, in questi anni, sempre più ha creduto di dover far coincidere il dovere dello jusdicere con l’organizzazione di campagne giudiziare, con l’esaltazione acritica del “pentitismo” con il dettato di vere e proprie risoluzioni strategiche, proprie di organizzazioni combattenti o di corporazioni di potere o di pre-potere.
Signor presidente, per questo dunque mi dimetto con decorrenza da venerdì, al termine di questa sessione parlamentare, come hanno fatto del resto, in passato, sia pure in condizioni diverse, i colleghi radicali che mi stanno accanto in questo momento, in questa Assemblea: l’onorevole Cicciomessere, l’onorevole Pannella, il mio compagno, affermatore di coscienza, Olivier Dupuis, in carcere a Bruxelles, Adele Faccio, Emma Bonino, Gianfranco Spadaccia e tanti altri.
Questa è la mia scelta. Non dubitate che in carcere sarò e resterò persona libera, più libera certo di coloro che hanno voluto mandarmici!
Signor presidente, e carissimi colleghi, nell’accomiatarmi da voi, prendo due impegni: il primo è che quando giustizia sarà stata fatta in Italia, se il popolo italiano me lo consentirà – e non ne dubito – tornerò tra voi. Il secondo è che, ovunque sarò, sarò degno di questo Parlamento, di tutti e di ciascuno di voi, della fiducia e dell’amicizia che mi avete dato, di quella dei miei elettori, di quella dei miei compagni di partito, del mio popolo, italiano ed europeo.

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