Nuove censure all'orizzonte per la televisione pubblica. Il sottosegretario alle Comunicazioni, il populista delle libertà Paolo Romani, ha spiegato le ragioni per cui Marco Travaglio non dovrebbe stare in RAI. "Marco Travaglio - ha detto - è inammissibile, a mio giudizio, come figura inquadrata in un servizio pubblico".
Ci domandiamo: come si permette un sottosegretario di dare i voti a un giornalista? Con quale autorità, con quale competenza, con quale senso dell'opportunità? Non sa Romani che in RAI esiste un Consiglio d'Amministrazione? Non sa che il Parlamente si è dotato di una pesantissima Commissione di controllo?
Ci piacerebbe che in Italia, i giornalisti fossero giudicati dai propri lettori/ascoltatori e, al massimo, da organi indipendenti e autonomi che ne controllassero il rispetto della deontologia professionale. Ma in Italia, si sa, vanno di moda gli editti. Del resto si impedisce a un giornalista il diritto di critica nei confronti di un'autorità istituzionale, mentre il buon Paolo Romani, su Klauscondicio, mette in croce quel giornalista e nessuno si preoccupa, stavolta, dell'assenza di contraddittorio.
Romani dà inoltre i voti a buona parte dei giornalisti di punta della RAI. D'accordo, la libertà di espressione... Ma qui il problema è di opportunità. Lo sa Romani che la RAI dovrebbe essere un servizio pubblico (non governativo) libero dalle influenze dei partiti, da lottizzazioni e da censure di ogni tipo? No, evidentemente non lo sa, altrimenti avrebbe il buon gusto di far partire le ennesime liste di proscrizione in silenzio e con discrezione.
Ci domandiamo: come si permette un sottosegretario di dare i voti a un giornalista? Con quale autorità, con quale competenza, con quale senso dell'opportunità? Non sa Romani che in RAI esiste un Consiglio d'Amministrazione? Non sa che il Parlamente si è dotato di una pesantissima Commissione di controllo?
Ci piacerebbe che in Italia, i giornalisti fossero giudicati dai propri lettori/ascoltatori e, al massimo, da organi indipendenti e autonomi che ne controllassero il rispetto della deontologia professionale. Ma in Italia, si sa, vanno di moda gli editti. Del resto si impedisce a un giornalista il diritto di critica nei confronti di un'autorità istituzionale, mentre il buon Paolo Romani, su Klauscondicio, mette in croce quel giornalista e nessuno si preoccupa, stavolta, dell'assenza di contraddittorio.
Romani dà inoltre i voti a buona parte dei giornalisti di punta della RAI. D'accordo, la libertà di espressione... Ma qui il problema è di opportunità. Lo sa Romani che la RAI dovrebbe essere un servizio pubblico (non governativo) libero dalle influenze dei partiti, da lottizzazioni e da censure di ogni tipo? No, evidentemente non lo sa, altrimenti avrebbe il buon gusto di far partire le ennesime liste di proscrizione in silenzio e con discrezione.
Giulio Gori
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