Al giorno d'oggi, il lavoro non concorre alla nobilitazione dell'uomo; costituisce invece l'elemento necessario e indispensabile per la propria sopravvivenza. Il fondamentale diritto alla vita è, infatti, indissolubilmente legato al ruolo, che l'uomo è costretto ad assumere, di dipendente. Lavorare non costituisce, così, un'attività verso cui ci si muove per realizzarsi, ma si materializza sotto la minaccia di non poter concretamente esistere: da un lato, in relazione al fatto che il proprio sostentamento può essere solamente comperato, e dunque presuppone un'entrata finanziaria; dall'altro, la stessa entrata è necessaria per avere un posto dove stare, (intendendosi impossibile, nel senso più letterale, il poter occupare un luogo se non lo si è acquistato a qualche titolo).
L'alienazione dell'operaio rispetto al frutto del suo lavoro, che tanto clamore suscitò presso i primi pensatori socialisti, riguarda ormai tutti i lavoratori dipendenti; essi sono consapevoli della propria condizione di ricattati e nondimeno sono forzati ad accettarla per soddisfare - e spesso a stento - i propri bisogni primari.
Essendosi arreso a tale ricatto, l'uomo può finalmente godere del diritto di nutrirsi. Tuttavia, da quel momento in poi, all'uomo è rifilato un altro particolare "diritto", al quale egli non può rinunciare: quello di essere tutelato dallo stato. Questo apparato di potere è andato sempre più strutturandosi sul modello aziendale; una struttura, cioè, che ha come finalità quella di ricavare degli utili e a questo scopo, è ovvio, il lavoratore risulta essere un mezzo e non un fine.
Tutto ciò è evidente nelle modalità di intervento attualmente individuate dai politici italiani per far fronte alla crisi in cui versa la nostra società e che riguardano, tra le altre cose, soprattutto: salari, sicurezza sul lavoro, smaltimento dei rifiuti. Paradossalmente, infatti, l'intervento statale consisterebbe nell'avvantaggiare ulteriormente le imprese, tramite nuovi incentivi o sgravi fiscali, nella speranza che, messi in tali condizioni, gli imprenditori decidano di dare qualcosa in più di un mezzo di sostentamento al lavoratore. In altre parole, chi vuol metter su un'impresa, innanzitutto la avvia, dopodiché, e se lo ritiene opportuno, verifica se il proprio bilancio possa permettergli di elargire un salario dignitoso ai propri dipendenti, o di garantire loro un lavoro sicuro, o di lavorare e produrre senza deturpare l'ambiente. Se tali interventi fossero veramente rivolti ai lavoratori, quantomeno si imporrebbe all'imprenditore di verificare preventivamente la sua facoltà di garantire tali tutele.
Inoltre, giacché una maggiore attenzione al miglioramento delle condizioni lavorative non può che sortire effetti positivi anche in termini economici, non giudico illegittimo sospettare che l'estrema precarizzazione del lavoro sia tesa a scongiurare la realizzazione dell'uomo in quanto Uomo e a rinchiuderlo nella sua condizione ontologica di dipendente; e, finché questa condizione sarà mantenuta, la gerarchia sulla quale si regge lo stato, avrà sempre ragione di esistere.
Matteo Staglianò - DEApress