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Riflessioni uomo-donna

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Anche se “maschio” (almeno tale mi riconosco – a volte mio malgrado) proverò a buttar giù qualche riflessione post 8 Marzo, forse perché penso che una riflessione permanente sia comunque meglio di una celebrazione occasionale, sia pure carica di storia, sentimento etc..
Partirò da lontano: la differenza tra “maschi” e “femmine”. Già prima dell’epoca della medicina moderna ci si era già accorti che nella specie autoproclamata “Homo sapiens” il confine era “transitabile” : non ci fu forse quell’indovino in Grecia che uccidendo un particolare serpente femmina passò la linea di confine, e uccidendo il maschio corrispondente riprese il suo “status quo ante”?
Ma se non sbaglio la stessa cosa successe nell’India mitica dove un gruppo di saggi, avendo “disturbato” Shiva insieme alla sua compagna, passò all’altro sesso per minimizzare l’imbarazzo della divina sposa. Lo stesso Ovidio nelle "Metamorfosi" tratta di questo tema, quando cita il caso di quella donna, che violentata da Nettuno, ottenne di diventare un maschio, e un guerriero invulnerabile. Immagino che quasi tutti i lettori di Ovidio abbiano potuto riconoscere che è una fonte attendibile.
Ora, se simili cambiamenti possono avvenire senza troppi problemi, come i suddetti casi dimostrano, è segno che la differenza tra uomini e donne non consiste in nulla di essenziale, ed i due ruoli sono in effetti intercambiabili.
Ma la società odierna, per mantenere le sue routine, ha bisogno (e non sto dicendo che ciò sia giusto, ma solo che accade oggi così) di porre degli argini alle metamorfosi, di renderle meno immediate, di aggiogarle a dei riti, a delle “procedure standard". Qui si potrebbe divagare, ma per restare in tema osserverò soltanto che tra le principali difese contro il cambiamento ci sono le condizioni materiali e le impostazioni culturali da esse influenzate e derivate.
Fotografiamo velocemente le condizioni materiali. La differenza tra i sessi (che abbiamo visto, è trascurabile " in natura") viene fissata ed enfatizzata. La donna è posta ad essere la sola su cui realmente grava “la prole”. Solo il suo corpo ne viene sconvolto (la cosa può anche essere piacevole, ma anche non esserlo). Anche dopo il parto, si suppone che sia la prima ad occuparsi del neonato. Anche nell’era del biberon il corpo maschile resta incapace di allattare.
E poi? Ma, chi, di solito nella società odierna si occupa dei bambini? Abbiamo eliminato i centauri (o almeno così si suppone). L’intervento della collettività è minimo, chiunque abbia amici con figli sa che gli asili nido sono insufficienti e carenti in numero. Anche più tardi, la scuola copre solo una frazione del tempo. La maggior parte dei padri (e in particolare, dei padri italiani) lascia la maggior parte del “daffare” in mano alla madre. Tutto questo è stato organizzato dagli uomini.
Su questi fatti abbiamo incastrato una sequela di conseguenze che ritagliano per la donna un ruolo distaccato nella società. Ed è un ruolo subordinato. Ufficialmente è proclamata l’uguaglianza, ma che percentuale di presenza femminile hanno oggi, molte professioni “di prestigio”? Livelli prossimi allo zero. Qualche esempio? Ne fornirò qualcuno a casaccio: capitani di navi mercantili (quante donne?) capi di stato maggiore nell’esercito (anche fuori dell’Italia è veramente strano vedere una donna guidare una campagna militare di qualche respiro). Ma anche altre, meno prestigiose, ma pur sempre ricercate: capi officina, maestri d’ascia, elettricisti, sono quasi sempre uomini. E non ditemi che per fare l’elettricista è necessaria una forza fisica sopra la media, oppure che è un mestiere che proprio nessuno vuole fare. Così vogliono le donne? Non credo.

Noi occidentali ci scandalizziamo (magari a ragione) del burka islamico. Non dobbiamo però illuderci: il lenzuolo addosso, (forse per scopi diversi, in modo diverso, in forma diversa, più leggero etc.) lo imponiamo alle donne anche in Italia. Sarebbe ora di riflettere sull’opportunità o meno di mantenere simili vestiti obbligatori.
In genere, fin da piccoli, la società assegna un "ruolo da giocare”. Non tutti poi sono capaci di distaccarsene. Alcuni non  hanno nemmeno la possibilità di cambiarlo. E non è obbligatorio farlo. Può essere più piacevole, più appagante, seguire l’abito che ognuno ha addosso.  Ma, proviamo a ragionarci su senza tirare in ballo sempre “la natura”. O una presunta specificità di genere che è assolutamente artefatta. Quantomeno potrebbe essere l'inizio di una maggiore consapevolezza.

E' un ragionamento "da maschio"? Non credete forse che il riflettere (azione) non ha genere?

Fabrizio Cucchi - DEApress

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 05 Giugno 2012 17:11 )  

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