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Ancora sulle pensioni

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Dal momento che tutti parlano di riforma del sistema previdenziale giustificando questa manovra come indispensabile per poter evitare di giungere alla fatidica "gobba pensionistica", sarebbe il caso di cercare di contestualizzare il problema. Anzitutto, i calcoli e le previsioni sulla possibilità di arrivare al punto in cui non sarà più possibile offrire una pensione dignitosa ai lavoratori che hanno raggiunto il 65 anno di età o i 40 anni di contributi, sono riferiti al 2030, ma sono stati effettuati sulla base di una crescita del PIL stabile intorno all'1,5% per ogni anno ed è stata lasciata stabile anche la crescita dell'inflazione. Proprio per questo molti economisti ritengono che queste previsioni non siano attendibili ma anzi, siano state fatte ad hoc per giustificare una manovra che stroncherebbe il patto generazionale previdenziale tra i lavoratori con l'obiettivo di svuotare definitivamente le casse dell'INPS e il significato culturale della previdenza pubblica.
Rispetto alle casse dell'INPS c'è poi da dire che queste non sono assolutamente in rosso come da tempo si sostiene, ma sono in attivo di milioni e milioni di euro nonostante su di esse pesino oneri per i quali non era stato costituito l'istituto: se veramente questa sinistra di governo vuole continuare a definirsi tale e riformista dovrebbe azitutto pensare a dividere la Previdenza dall'Assistenza. Se consideriamo che l'INPS è costretta, per esempio, a pagare la cassa integrazione dei lavoratori si può comprendere che i lavoratori stessi, con i loro contributi devono coprire economicamente le scelte di ristrutturazioni aziendali e quindi i tagli che i padroni apportano al capitale variabile. In questo caso quindi dovrebbero esser gli imprenditori e gli industriali coloro i quali dovrebbero appositamente corrispondere contributi per l'Assistenza: la differenza sostanziale è che i lavoratori che hanno sottoscritto un patto generazionale con i loro "simili" sono costretti a sopportare anche il peso di un patto interclassista lontano anni luce dai loro interessi.
Anche rispetto a questo sarebbe opportuno fare un pò di chiarezza: quando si afferma che anche gli industriali corrispondano contributi per i lavoratori si dovrebbe anche sottolinere da dove provengono quei soldi. Quei fondi infatti vengono detratti dagli aumenti che via via vengono apportati ai contratti nazionali e quindi in sostanza anche quelli sono soldi dei lavoratori.
Inoltre, coloro i quali esaltano la previdenza complementare dovrebbero esser chiari quando parlano di una rendita sicura dei fondi pensione. Il TFR è da sempre considerata la parte ricca del salario poichè è l'unica parte della busta paga che ancora è legata al concetto della scala mobile: ogni anno infatti si rivaluta dell'1,5% a cui di somma il 75% inflazione programmata.
La previdenza integrativa, così come viene defnita, invece non sorripsonde ad un investimento sicuro: i soldi che i lavoratori metteranno nei fondi pensione si trasformeranno in quote azionarie. Il prodotto è quindi finanziario e come tale seguirà tutte le fluttuazioni di questo mercato virtuale. E' possibile che i fondi pensione abbiano una rendita discreta per qualche anno - che comunque già oggi in alcuni casi è più bassa di quella del TFR regolato dal dall'art. 2120 del codice civile, visto che i lavoratori dovranno anche coprire le spese di gestione del fondo.
Purtroppo però nessuno esprimere una benchè minima preocuppazione degli effetti di una bolla finanziaria, tipica di questo mercato: un principio base dell'economia ci insegna che finquando la domanda è alta il prezzo sarà alto, ma nel momneto in cui gli investitori decideranno di vendere per disporre di liquidità con cui fare nuovi investimenti e nuove speculazioni finanziarie, il valore delle quote corrispondenti alle azioni comprate con i soldi dei fondi pensioni perderanno di valore rischiando di compromettere le rendite di anni e anni di partecipazione ai fondi pensione. Dobbiamo considerare che nei fondi pensione non sarà possibile per i lavoratori accantonare nessun tipo di guadagno, ma la posta in gioco corripsonde al totale che i lavoratori avranno messo nei fondi gestiti da veri e propri consigli d'amministrazione su cui i lavoratori stessi non avranno nessun potere decisionale.
Qundi, se da una parte viene affondato l'ennesimo attacco alla previdenza pubblica con la scusa della "gobba pensionistica", dall'altra i lavoratori vengono lasciati in balia di un mercato finanziario con il quale non potranno neanche interagire: ogni lavoratore dovrà diventare il "piccolo imprenditore di se stesso" così come indica la strada del neo-liberismo.
 
Questo articolo vuole esser solo uno spunto di riflessione e dimostrare che cambiando la prospettiva da cui si osserva la sistuazione della previdenza pubblica può cambiare anche la logica riformista con cui la si affronta. Purtroppo il riformismo e l'attuale ceto politico vi guardano dallo stesso punto di fuga she ha scelto Confindustria.
Le pensioni tornano ad essere a capitalizzazione così come era all'inizio del secolo: anche questo dovrebbe esser uno spunto di riflessione sul fatto che nessun Diritto Acquisito può esser considerato tale in eterno.
 
Davide Pinelli - DEApress 

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 31 Maggio 2007 14:48 )  

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