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Un'invasione di campo

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Un'invasione di campo

 

 

Città invase da donne e uomini con gioia, e autonomia. Invase da un desiderio sedimentato di riconoscimento collettivo che contiene più significati.

Città invase ben sapendo che la voglia di voltar pagina lì affluita non si esaurisce nell’andare ad una manifestazione, vive e si alimenta in una trama di consapevolezza già in costruzione a prescindere dalla politica ufficiale che ha considerato le gesta sessuali del Premier perlopiù un affare privato fino a che non ha assunto rilevanza penale.

Città invase perché se le donne hanno già mutato la vita sociale e le relazioni umane del paese, la politica svaluta la loro forza, fa spreco della loro intelligenza, si priva della loro “grandezza”.

Città invase perché la ripetuta e sibillina domanda “dove sono le donne di questo paese?” è una domanda accecata. Sono ovunque. Nei luoghi dei conflitti reali di tutti i giorni: mercato del lavoro, luoghi del sapere, dell’informazione, partiti politici. Donne che non si sentono più seconde, malgrado i tanti ostacoli che ne rendono difficile la propria autorealizzazione, malgrado l’uso debordante dell’immagine del corpo femminile per il mercato, malgrado politiche di tutti – lavoro, welfare – che non si interrogano sul senso di questa nuova soggettività.

Città invase per ascoltare e riconoscere la parola delle donne che non si è mai zittita, a partire da quella pronunciata da coloro che per prime hanno smascherato il “ciarpame politico” e le perversioni del “sultano”, e di quelle, innumerevoli, che in tanti modi e ogni giorno esercitano la propria autonomia di giudizio, tengono insieme tutto:  fatica, desideri,  competenze professionali e di cura, invenzioni, conflitti.

Città invase per nominare la necessità di fare meglio e di più “massa critica” nella politica ufficiale spiazzata dai venti di cambiamento che soffiano anche tra noi.

Città invase per rendere trasparente, contro l’ipocrisia traversale, il legame tra le notti di Arcore e i giorni dei palazzi del potere. Merce diversa – corpi e sesso nel privato, voti e delibere, atti di corruzione nel pubblico – per un medesimo incastro: benefici e carriere politiche in cambio di subordinazione e fedeltà. Per donne e uomini.

Città invase perché se le “male ragazze consenzienti“ sollecitano vecchi e nuovi interrogativi depurati da moralismi e dall’ “ira delle cagnette”, i vecchi signori che con denaro e potere usano il loro corpo provocano la certezza della ripulsa.

Città invase per ricominciare a parlare di sessualità, in primis quella dei tanti uomini intrappolati nello scambio sesso-denaro-potere. Riguarda tutti, e finalmente alcuni di loro ne hanno fatto una questione pubblica, chi dei politici raccoglierà l’invito a riflettere su questo ordine del discorso?

Le città invase ci chiedono di saper cogliere la portata di questi significati, in gioco è lo sgretolamento di un potere maschile oggi incarnato “in modo eminente” dall’anomalia Berlusconi. Ma, se lui è il problema, per riuscire a cacciarlo non possiamo fermarci a lui e dobbiamo chiederci il perché di tanto ancora troppo consenso.

Serve riprendere e valorizzare ciò che ha saputo fare il femminismo: pensare e praticare il cambiamento più difficile quello delle relazioni umane, del rapporto corpo/mente, sessualità/ procreazione, libertà/relazione. Nel confronto con nuove generazioni di donne. Un cambiamento che affonda in dimensioni simboliche, immaginarie, inconsce, perfino antropologiche. Se la politica si appropria di questa dimensione uscirà dal circolo vizioso dell’impotenza. E’ la sfida primaria, la più appassionante.

Marisa Nicchi

 

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