Da ieri, tutta l’attenzione dei mezzi di informazione è concentrata sulla Libia. Dalle 17.45 del 19 marzo, quando un aereo francese ha colpito per la prima volta un mezzo libico, si parla “finalmente” di guerra.
Ed è curioso notare come proprio adesso si sia deciso di usare quella parola, mentre prima erano solo rivolte, stragi di civili, follie di dittatori paranoici… ma non di certo “guerra”. Una parola che fa gola a molti, e che riempie molte gole, nel mondo d’oggi: e non solo quelle di giornalisti ed opinionisti, ma anche quelle di politici e capi di stato, i quali sembrano sempre più dimenticarne l’originale significato – un significato confermato dalla storia, anche quella più recente –, per usarla invece in una chiave sempre più profilattica, o quasi igienica (e non ci ricorda, questa parola, qualche preoccupante frase celebre?). E si parli allora, ancora una volta, di “missione di pace”!
Ma forse dimentichiamo, in questo intorpidirci i pensieri tra parole ormai private di un senso reale, nel mezzo della “guerra” che diventa “pace”, le più tremende stragi che il mondo troppo spesso ci cela: a noi, uomini civili, i soli “tutori” della pace nel mondo.
E in questo continuo rivolgimento di termini, non è solo il nostro linguaggio a risentirne: è la nostra sensibilità, di uomini desensibilizzati all’esperienza della guerra, ma proprio per questo portatori della più terribile delle disumanizzazioni. Quella che porta ad uccidere senza nemmeno più provare la sensazione di aver ucciso: quel disgusto che solo il sangue sulle mani può risvegliare. E ci preoccupiamo invece a discutere di politiche dell’equilibrio, di relazioni internazionali e diritti dell’uomo… quando i nemici di oggi, i nemici dell’umanità, sono quelle stesse persone che fino a ieri abbiamo tollerato se non anche favorito.
Ed ora, da bravi difensori del “diritto alla pace”, gli dichiariamo la nostra santa guerra.
Simone Rebora
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