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Su alcuni parallelismi rivoluzionari

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Quando la storia suggerisce parallelismi, non sarebbe meglio diffidarne?

La paradossale simmetria cui sto accennando unisce uno dei momenti decisivi nella formazione dell’Europa attuale, la “Primavera dei popoli” del 1848, al sanguinoso incrocio di questi ultimi anni 2010-11. L’ondata rivoluzionaria che due secoli fa accese e sconvolse l’Italia intera, la Francia e l’Impero Austriaco… si trova oggi trasfigurata in una forma che i borghesi ottocenteschi non avrebbero mai potuto (o voluto) immaginare. E i popoli che “fanno il Quarantotto” sono quello tunisino, quello egiziano, libico, yemenita…

Ma forse non dovremmo (come dicevo) lasciarci troppo trascinare dai parallelismi. È indubbio che se si volesse cercare attraverso tutta la storia recente una simile diffusione a macchia d’olio, il primo riscontro sarebbe proprio questo. Un’ondata rivoluzionaria che, come un benigno contagio, accende uno dopo l’altro molteplici stati confinanti, e lascia esplodere il malumore facendo crollare regimi e poteri autoproclamati. Però lo storico, giunto a questo punto, non dovrebbe troppo proseguire nel suo ragionamento. Affiorano infatti, una dopo l’altra, le differenze: si provi anche solo lontanamente a paragonare i benestanti borghesi francesi, disgustati da uno stato corrotto, alle folle affamate di Tunisi; o le folle rivoluzionarie della Sicilia Borbonica ai giovani “drogati di allucinogeni”, che pagano con la vita le allucinazioni megalomani del loro “leader” paranoico.

Se la storia è magistra vitae, non potrà anche essere profeta del futuro. E meno male. Non dimentichiamo, infatti, che i moti del ’48 fallirono tutti in brevissimo tempo, seguiti da “un’ondata di riflusso” che portò al potere nuovi monarchi. E se guardiamo all’Italia… è vero che quella rivoluzione fallita fu solo il prodromo per un’Unità conquistata tredici anni dopo (e di cui oggi ancora festeggiamo il ricordo), ma è anche vero che quel patriottismo appena sorto fu la matrice prima di un ben più pericoloso nazionalismo, quello che portò lentamente ma inesorabilmente agli errori (ed agli orrori) del secolo successivo.

Forse, fra tutti questi vacui parallelismi, primo vero insegnamento sarà questo: imparare a guardare alla storia non solo come madre delle nostre idee e convinzioni, ma come serbatoio per una memoria non sempre condivisibile, ma comunque “nostra”. Imparare dai nostri errori, insomma, e non solo dalle (apparenti) conquiste. E se le rivoluzioni, nella storia, non hanno quasi mai portato un bene simile al male che hanno in seguito prodotto, è anche vero che senza di esse la storia si sarebbe irrigidita negli sviluppi più disumani. Perché le ragioni del potere si spiegano da sole, nel loro stesso (auto-)affermarsi; ma le ragioni dei popoli, per essere realmente comprese, devono essere ascoltate. Starà allo sguardo vigile dell’Occidente “civilizzato”, con un occhio sempre attento alla sua storia recente, evitare che questo ascolto non divenga a lungo andare un’altra forma di strumentalizzazione, capace di promuovere soltanto nuove forme autocratiche di potere – e sempre più distruttive, quando basate sul consenso delle masse.

Perché l’inutile, discutibile e (non vorrei mai) risibile parallelismo che qui ho proposto, ci insegnerà anche a guardare con minor distacco la storia di culture così diverse e “lontane” dalla nostra. Ma questa “distanza” dovrà rivelarsi come una pura creazione della nostra mente: lo spazio fisico e geografico, la prossimità umana e lo stesso racconto della nostra storia nazionale, premono per stabilire un contatto più diretto, ci invitano sempre più a instaurare un dialogo.

 

Simone Rebora

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