
Ogni rivoluzione della storia genera vincitori e vinti. E quasi sempre i vinti, prima di diventare tali, combattono con tutte le loro forze prima di soccombere al corso degli eventi. Quello che sta succedendo ora in Italia non si discosta da questo copione.
In questi ultimi mesi si sta palesando lo scontro in atto ormai da qualche anno tra due modelli energetici: da una parte il sistema consolidato e maggioritario dall'altra quello nuovo e in ascesa che cerca di spodestarlo.
Il primo, che gioca il ruolo del conservatore al potere, è il sistema di generazione di energia elettrica basato sulla combustione di risorse fossili. La produzione è concentrata in poche grandi centrali dove vengono bruciati il petrolio, il carbone e soprattutto il gas, importati in massima parte dalla Russia e dall'Algeria.
Il secondo, che interpreta il ruolo del rivoluzionario, è quello che si basa sulla produzione di elettricità grazie ad oltre 400.000 piccole centrali disseminate su tutto il territorio che sfruttano l'energia pulita dell'acqua, del sole, del vento e della terra.
Secondo gli ultimi dati del GSE l'Italia ha un consumo lordo di energia elettrica pari a 344 mila GWh e di questi 84 mila GWh sono stati coperti dalle FER (fonti di energia rinnovabili) che quindi coprono un quarto del fabbisogno energetico. Completano il mix 220 GWh di produzione termoelettrica (67% dal gas) e circa 40 GWh importati dall'estero.
Questo quadro è in continuo mutamento e vede le FER in espansione esponenziale, con il fotovoltaico che è passato in 2 anni da 1 a 13 GW di potenza installata e con le rinnovabili in generale che hanno superato i 41 GW.
La potenza installata che determina quanta energia può essere prodotta è la chiave per capire il perché della guerra energetica in corso. Nel nostro paese la potenza totale di tutti gli impianti è di oltre 106 GW dei quali 69 effettivamente disponibili in media. Il problema fondamentale è che la massima punta di consumo istantaneo di elettricità in Italia non ha mai superato i 57 GW. A tutti gli effetti vi è un ipotetico surplus di produzione abnorme. Pur essendo già ampiamente autosufficienti, in Italia si è continuato a costruire centrali termoelettriche a gas e contemporaneamente si è assistito alla grande espansione delle FER.
Lo scontro è stato inevitabile. Le rinnovabili che hanno la priorità nell'accesso alla rete hanno forzato le centrali termoelettriche a ridurre la loro producibilità, costringendo a farle operare per 3000 ore l'anno invece che le 4-5 mila previste per ripagare gli investimenti.
Un altro effetto delle rinnovabili, e in particolare del solare è stato quelle di eliminare il picco diurno del prezzo dell'energia. Il prezzo dell'elettricità è determinato da una borsa e fluttua a seconda di vari fattori, e ovviamente uno di questi è la disponibilità dell'energia. Prima dell'avvento delle rinnovabili il prezzo aveva due picchi, uno verso le 11 di mattina e uno attorno alle 19. Ora che grazie al fotovoltaico il picco delle 11 è scomparso si è assistito ad un rialzo di quello delle 19 facendo sorgere il sospetto che le aziende che hanno investito nel termoelettrico stiano facendo cartello per aumentare i prezzi e riprendersi la sera quello che hanno perso il giorno.
Ma questa è solo la più piccola delle contromisure che il vecchio sistema delle fonti fossili sta mettendo in atto per arginare la rivoluzione delle FER. Basta leggere le parole di Corrado Passera per rendersi conto che le pressioni di certe aziende sono arrivate ai piani alti del ministero dello sviluppo economico. Il ministro parla infatti di “storture insostenibili e da correggere” ma non riguardo al fatto che si continua a costruire centrali termoelettriche, inquinanti e inutili, bensì in relazione alle energie rinnovabili che sono troppo costose e ricevono incentivi eccessivi che gravano sulle bollette dei cittadini. Queste dichiarazioni ricalcano il pensiero di Enel che tramite il presidente Paolo Andrea Colombo dichiara: "Lo sviluppo delle rinnovabili, unito alla stagnazione della domanda, sta rendendo difficile la copertura dei costi di produzione degli impianti convenzionali, mettendone a rischio la possibilità di rimanere in esercizio” . Il presidente dell'Enel invoca quindi una razionalizzazione degli incentivi che eviti gli sprechi inutili e garantisca lo sviluppo selettivo dei progetti. Che Enel non veda di buon occhio uno sviluppo troppo rapido è ormai cosa risaputa ed emblematico è il modo in cui si è nettamente opposta a Terna quando quest'ultima ha provato a lanciare un piano di sviluppo per i sistemi di accumulo e il pompaggio idroelettrico che avrebbe riscattato le rinnovabili dalla loro condizione di aleatorietà.
Arriviamo quindi allo spettro del quinto conto energia, il nuovo sistema di incentivi paventato dal ministro Passera per limitare il peso delle rinnovabili sulle bollette elettriche. Dalle prime indiscrezioni il nuovo conto, oltre a un tetto di spesa annuo più basso e ai tagli agli incentivi, prevede anche l'iscrizione a registri nazionali che stabiliscono volumi massimi predefiniti per ciascun anno e tecnologia. In sostanza meno soldi e più burocrazia per le rinnovabili, con effetti alquanto prevedibili. Ovviamente tutte le aziende nel settore delle FER e le associazioni ambientaliste sono sul piede di guerra. Il ministro dell'ambiente Clini sta provando timidamente a difendere le rinnovabili affermando che sono il futuro e sarebbe un errore strategico cercare di rallentarne la crescita, ma nel caso di un braccio di ferro tra i due ministri non sono in molti a scommettere su quello dell'ambiente.
Ciò che indigna maggiormente nel mondo ambientalista è la motivazione con la quale si cerca di affondare le rinnovabili.
Additarle come costose e eccessivamente onerose per i cittadini è da più parti considerata una grandissima menzogna creata ad arte per alimentare un clima di “caccia alle streghe” contro le energie pulite.
Secondo uno studio di Legambiente gli incentivi alle rinnovabili incidono solo per il 10% sul totale delle bollette. Il vero problema sono i costi delle fonti fossili che vanno continuamente ed inesorabilmente ad aumentare. Non solo, in Italia il prezzo del gas è maggiore di quello di altri paesi europei, come afferma lo stesso amministratore di Sorgenia. Inoltre, dall'Irex Annual Report 2012 di Althesys emerge come il fotovoltaico, solo grazie all'abbassamento del picco diurno, abbia fatto risparmiare circa 400 milioni di euro in bolletta.
Ma il dato più significativo arriva da uno studio condotto dall'Osservatorio internazionale sull'industria e la finanza delle rinnovabili presieduto da Andrea Gilardoni, dell'Università Bocconi. Al 2030 si stima che con 152 miliardi di euro di costi, in massima parte incentivi, dalle rinnovabili si possono ottenere 228 miliardi di benefici, con un saldo positivo di ben 76 miliardi per il paese in termini di posti di lavoro, risparmi in bolletta, benefici ambientali e sanitari (ricordiamo che l'inquinamento da fonti fossili grava per 50 miliardi di euro ogni anno sui costi sanitari solo in Europa).
Il 2 aprile si sono riuniti a Roma per la prima volta gli “stati generali delle rinnovabili e dell'efficienza energetica” per chiedere al governo di non colpire il settore della green economy. Per il 18 aprile è previsto un incontro decisivo nel quale il governo italiano dovrà scegliere da che parte stare in questa guerra dell'energia.
La rivoluzione è ormai in atto, e alla fine ci sarà un solo vincitore: non vincerà una fonte energetica sempre più scarsa e sempre più costosa; non vincerà un processo di produzione che genera inquinamento, tumori, disastri ambientali e cambiamenti climatici; non vincerà un sistema di oligopoli che fanno cartello per decidere a proprio piacimento i prezzi dell'energia. A vincere sarà l'energia prodotta dal connubio tra la forza della natura e l'ingegno umano. Un'energia pulita, sostenibile per l'ambiente, producibile in ogni luogo e da ogni persona della terra e soprattutto inesauribile.
Quando il governo farà la sua scelta, tra conservatori e innovatori, sarà bene che tenga fisse in mente le parole di Zaki Yamani: “L'età della pietra non è finita per la mancanza di pietre...”
10/04/12
Cosimo Biliotti
| Share |
| < Prec. | Succ. > |
|---|






