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ECOCIDIO, IL QUINTO CRIMINE CONTRO L’UMANITA’ - Rakete "il mondo che vogliamo"

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ECOCIDIO, IL QUINTO CRIMINE CONTRO L’UMANITA’

Nel 2019 è uscito “Il mondo che vogliamo” di Carola Rackete, un volume interessante da diversi punti di vista. Le vicende accadute a Lampedusa sono analizzate razionalmente, spiegando le ragioni profonde di quel gesto che l’hanno messa alla ribalta nell’estate del 2019. Ne emerge una concezione del mondo basata sul principio che la società civile deve agire, quando la politica non fornisce risposte, ed applicare la disobbedienza civile, quando le leggi sono palesemente contrarie ai diritti umani.

Uno degli aspetti che ho trovato rilevante è la connessione che l’autrice stabilisce tra la crisi climatica e il fenomeno delle migrazioni, che sono due facce dello stesso problema del pianeta e che riguarda le cosiddette “vittime dell’obbedienza civile”, per colpa del consumismo dei paesi industrializzati.

Il nostro tenore di vita si basa sullo sfruttamento indiscriminato del pianeta e genera il disastro climatico, che ha una pesante ripercussione su tutto il pianeta, ma soprattutto sul sud del mondo. “Lo scioglimento dei ghiacciai provoca ondate di calore, inondazioni e tempeste sempre più violente, che uccidono gli esseri umani. Sempre più specie sono scomparse, più foreste sono state sradicate, più fiumi sono stati inquinati, sempre più persone sono in fuga”. Sono loro quelli che Carola definisce “rifugiati climatici”, che non esistono ancora ufficialmente, sebbene in parecchi documenti e risoluzioni delle Nazioni Unite si faccia riferimento a migrazioni forzate dovute al clima. Molti giuristi, come Polly Higgins, stanno proponendo, a questo proposito, il reato di Ecocidio -cioè la distruzione della natura in nome di fattori economici – come quinto crimine contro l’umanità e la pace, insieme a genocidio e crimini di guerra. Il riconoscimento permetterebbe a questo reato di essere legalmente perseguito. All’ecocidio contribuiscono le devastanti conseguenze della decolonizzazione e dello sfruttamento delle multinazionali. Rimangono, purtroppo, disattesi i nuovi modelli economici -come quelli di Kate Raworth- che combinano il rispetto l’ambiente con le esigenze sociali, come cibo e acqua, lavoro, energia, istruzione, reddito e pari opportunità. Un modello che si chiama decrescita e che rifiuta fermamente la crescita come obiettivo dell’economia.

“Ci troviamo di fronte a una crisi della giustizia globale. E ad essere in crisi sono i nostri valori europei”. Una giustizia negata a milioni di persone nel mondo ed anche in Italia, dove è successo un fatto inaudito: la carcerazione di una donna che salvava vite umane in mare. Una donna che ha continuato ad operare anche dopo le limitazioni stabilite dai codici di condotta internazionali. Leggi che il nostro paese, nel 2019, ha contribuito ad inasprire, decretando che l’Italia, nelle sue acque territoriali, non possa essere attraversata dalle navi di soccorso civile. Sono queste linee guida che hanno causato sempre più morti in mare.

Solo nel febbraio 2020 la Cassazione ha annullato l’ordine di arresto emesso dalla Procura di Agrigento, perché laRackete agì correttamente, attenendosi alle disposizioni sul salvataggio in mare, che obbligano a prestare soccorso ai naufraghi e a sbarcarli in un luogo sicuro.

Dalla scorsa estate ad oggi la situazione è drammaticamente precipitata, anche a causa della diffusione del coronavirus. Secondo le stime del Ministero dell’interno nei primi tre mesi del 2020 sono sbarcate in Italia circa 3.050 persone, che adesso sono stipate nei CIE, senza un aiuto adeguato. Le poche navi che ancora solcavano i mari sono state fermate, alla Alan Kurdi, si impedisce di attraccare perché nello sbarco precedente sarebbe sceso un ragazzo di 15 anni, risultato positivo al virus.

Meglio che le persone potessero lasciare il mare ed essere accolte in una nazione Europea, per avere accesso alle cure ed evitare la propagazione delle malattie. Lasciarle senza tutela non protegge gli Europei, come d’altronde è necessario regolarizzare i migranti “senza documenti”, tutti quegli invisibili che vivono nelle nostre città e che sono costretti alla clandestinità. Loro non si rivolgono alle strutture sanitarie perché potrebbero essere espulsi o reclusi in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio. Anche loro sono esposti al contagio del virus, più di altri rischiano di subirne le conseguenze: sanitarie ed anche sociali.

Carola quando ha pubblicato il libro non poteva conoscere gli eventi che sarebbero accaduti nei mesi seguenti. Però nelle sue pagine trapela una sorta di intuizione, quando dice che non è più possibile restare inerti di fronte al “dolore ecologico”, che affligge le persone colpite dalle conseguenze climatiche prodotte dall’uomo, perché presto l’umanità ne avrebbe pagato le conseguenze. “Ogni giorno in cui non agiamo mettiamo in pericolo la nostra sopravvivenza come specie. Se continueremo a non impegnarci per rigenerare ecosistemi e stabilire una giustizia sociale, per noi non ci sarà futuro su questo pianeta”.

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 13 Aprile 2020 15:49 )  

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