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Giovani a lavoro. Forse dal 2014.

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Quando Elsa Fornero si presentò alla stampa e al Paese impressionò l'opinione pubblica per quelle lacrime versate alla notizia dell'aumento dell'età pensionabile. Per certi versi mostrò un velo di umanità che mai ci si sarebbe aspettati da tecnici al governo. Anzi. Personalmente ci avevo riposto anche delle speranze. Lasciando anche da parte tutte quelle pragmatiche considerazioni che puntualmente insorgono e risorgono quando si parla del bel paese e di come risolvere i suoi atavici problemi. Corruzione. Caste. Poteri occulti. Burocrazia. Lobby. Eccetera eccetera. Insomma, discorsi arcinoti. Per un attimo li avevo riposti nel cassetto.

Poi è arrivata la famosa riforma del mercato del lavoro. Era il 18 luglio. Tre mesi. Ancora troppo poco per dare un giudizio definitivo e sensato sull'efficacia della stessa. Sicuramente va considerata in un'ottica di lungo periodo ed inserita nel contesto generale di instabilità economica e finanziaria. Tuttavia questo non preclude la possibilità di sollevare alcuni dubbi o, quanto meno, indurre alla riflessione riguardo alcuni punti della riforma che non convincono. Non convincono solamente il sottoscritto ma nemmno una parte consistente (circa il 60%) dei dirigenti aziendali.
Premesso che l'obiettivo (favorire l'implementazione di contratti a tempo indeterminato) delle modifiche apportate dal neo ministro sono apprezzabili e condivisibili, rimangono discutibili gli strumenti prescelti per raggiungerlo. Almeno del breve periodo.

L'aumento, ad esempio, dei tempi per il rinnovo di contratti a tempo determinato (da 10/20 giorni a 60/90 giorni) ha trasgredito un principio di cui pure il governo a più riprese si è dichiarato difensore: la flessibilità. Nella fattispecie, la materia in questione già era stata oggetto di contrattazione tra le parti sociali e sulla quale un'accordo già era stato raggiunto. Qui si inserisce un secondo errore che ha caratterizzato l'azione del governo nelle prime settimane. La volontà di proseguire sul cammino stabilito evitando o scvalcando il confronto con gli attori sociali. Azione che, in taluni casi, poteva essere comprensibile ed accettabile, ma che nel caso in questione ha provocato più danni che altro. Con migliaia di lavoratori ora in attesa di una possibile chiamata che non si sa se arriverà o meno. Allora le lacrime del ministro divengono poca roba, se non offensive, di fronte a giovani dal futuro instabile ed incerto e reso ancor più tale da una mossa alquanto azzardata. E non è un caso che, a distanza di soli tre mesi, la stessa Fornero dichiari di voler modificare tale misura in tempi brevi. Un implicita ammissione di colpa. Ma, nel frattempo, chi paga? O, meglio, chi ripaga i lavoratori costretti a stare a casa per due o tre mesi? Chi gli restituisce un diritto ed una stabilità a giovani che già stanno pagando per colpe non loro?

"In prospettiva  le inchieste qualitative presso le imprese condotte in settembre dall'Istat e dalla Banca d'Italia in collaborazione non prefigurano un miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro. Nel secondo trimestre  è proseguito l'aumento del numero di persone in cerca di occupazione (758.000 unità nel confronto con il secondo trimestre del 2011), che ha portato il tasso di disoccupazione al 10,5%, superiore di quasi tre punti percentuali rispetto a un anno prima; il peggioramento è stato ancora più marcato per la fascia di età 15-24, in cui il tasso di disoccupazione è salito di 6,6 punti percentuali, attestandosi al 33,9%." Bollettino economico ufficiale di Bankitalia emesso una settimana fa. Aspettiamo buoni esempi. Non cattivi consigli.

 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 19 Ottobre 2012 14:13 )  

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