
Che dovremmo essere un popolo sensibile al tema dell’immigrazione già lo sappiamo. Ce lo hanno raccontato, lo abbiamo letto sui libri di storia, abbiamo visto forse delle vecchissime foto di famiglia. Si calcola che tra il 1861 e il 1965 oltre 29 milioni di Italiani siano partiti dall’Italia, per cercare fortuna oltreoceano, nel resto d’Europa, persino nell’Africa settentrionale. Siamo stati noi, un tempo, la gente povera che abbandonava tutto e rincorreva il sogno di una vita migliore.
Sono passati molti anni, da allora, sono cambiati i tempi e si sono avvicendate diverse generazioni, e oggi sembriamo non ricordarci di questo passato di emigranti.
Oggi ci troviamo dall’altra parte e nei confronti delle persone che sono costrette a fare ciò che abbiamo fatto noi fino a poco tempo fa nutriamo diffidenza, invece che comprensione. Abbiamo paura che ci rubino il lavoro, che siano dei delinquenti, che non rispettino il Paese che li ospita: ci nascondiamo dietro la scusa che siano loro i primi a non volersi integrare, non riflettiamo sul fatto che dietro questa gente ci sono delle storie. La diversità ci spaventa, da sempre. E queste persone in effetti sono diverse: vengono da posti diversi, parlano lingue diverse, si portano dietro culture diverse. Ma dovremmo pensare che questa diversità può arricchirci, se lo vogliamo. Secondo i dati Istat in Italia sono presenti più di 4 milioni e mezzo di immigrati, il 7,5 % della popolazione totale. Forse dovremmo iniziare a considerare questi numeri una risorsa, invece che una minaccia. Non si tratta di aprire le porte a chiunque: è giusto che ci siano dei controlli ed è giusto che le persone che rimangono in Italia lo facciano in modo regolare. Ma queste persone dovrebbero avere almeno la possibilità di esserlo, regolari. In Italia le cose non sembrano funzionare come dovrebbero: riuscire a entrare nel Paese in modo regolare è molto difficile. Occorre innanzi tutto un “visto di ingresso”, rilasciato dall’ambasciata italiana nel Paese di provenienza, che costituisce un assenso preliminare all’ingresso in Italia. Una volta varcata la frontiera per rimanere nel Paese è necessario un “permesso di soggiorno”, rilasciato soltanto se il candidato rientra nel numero di stranieri ammissibili in Italia stabilito annualmente dal “decreto flussi” e se dimostra di disporre già dei mezzi necessari al proprio sostentamento durante il soggiorno (ovvero un lavoro e un alloggio idoneo). E’ evidente che misure del genere sono fortemente restrittive e che le persone che sono spinte ad abbandonare il loro Paese per ragioni economiche, in assenza di reali possibilità di ingresso legale, non possono che entrare in Italia in modo irregolare. Dovremmo quindi cercare di capire, prima di giudicare. Senza giustificare in alcun modo l’illegalità, potremmo almeno renderci conto che la legge italiana in materia di immigrazione non è affatto perfetta e che l’integrazione economica e sociale degli stranieri in Italia non è semplice. Il minimo che possiamo fare noi è tentare di liberarci della nostra diffidenza e dei nostri luoghi comuni, e permettere a queste persone di camminare per strada senza dover abbattere le barriere di pregiudizi che siamo abituati a porre loro davanti.
fonti:
http://www.istat.it
http://www.purenoi.it/download/docs/LEGGI_Soggiorno_Immigrati_ITA.pdf
Alessia Carrai
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