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Il popolo kurdo in Iraq

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Il popolo kurdo in Iraq

L'Iraq coincide col territorio tra i due fiumi Tigri e Eufrate (chiamato fin dai tempi antichi col termine di origine greca Mesopotamia). Il Kurdistan iracheno coincide con la zona settentrionale di Mosul, la città più importante è Kirkuk: l'intero sottosuolo è ricco di petrolio. Occupa una superficie di 74.000 kmq (il 17% dell'intero Iraq), con 5 milioni di abitanti che formano il 25% di tutta la popolazione del paese (in questo modo l'Iraq, che nelle intenzioni degli Europei doveva essere a maggioranza araba, si ritrova con una forte minoranza di kurdi). Il 50% di loro si occupa di agricoltura e allevamento. Il clima è rigido nella parte più montagnosa, mentre è mediterraneo e piovoso nelle pianure dei fiumi Tigri, Grande Zab, Piccolo Zab e Diyala.

Successivamente all'impero ottomano, in seguito ai trattati fra le potenze colonial europee nei primi anni del '900, nasce lo stato iracheno a maggioranza araba.   
Nei mesi successivi alla Prima Guerra Mondiale, Francia e Inghilterra governano il paese ritenendo le popolazioni locali non in grado di gestirsi autonomamente.
Nel novembre del 1918 l'esercito inglese occupa Mosul. Dai paesi confinanti arrivano molti kurdi indipendentisti, tra cui Shaikh Mahmud Barezendji che proclama la nascita di uno stato kurdo di cui si dichiara re. Gli inglesi lo attaccano con ingenti forze e lo costrigono all'esilio in India. Nel 1926 il governo di Baghdad emana una legge che consente l'insegnamento della lingua kurda esclusivamente nelle scuole elementari di alcuni distretti. Nel 1930 in occasione della firma del Trattato anglo-iraniano che deve stabilire il nuovo assetto del paese conseguente alla fine del dominio inglese, i kurdi, non menzionati nel trattato e completamente ignorati dai governi sfruttatori, si ribellano, guidati da Shaikh Mahmud. Gli inglesi rispondono a cannonate e bombardamenti e a Sulamanija i militari iracheni sparano sui kurdi in rivolta, uccidendone diversi. Nel '32 il popolo kurdo è obbligato ad arrendersi.

La lotta riprende con a capo Mustafa Barzani. Nel '37 Turchia, Iran e Iraq, allarmati dalle rivendicazioni di autonomia dei kurdi, firmano un trattato a cui segue l'affermarsi di una politica repressiva dove non mancano persecuzioni e massacri. Nel frattempo, Barzani conquista vari successi ma deve rifugiarsi all'estero fino a quando, nel '58, non viene proclamata la Reppublica irachena, che rovescia il regno-fantoccio voluto dagli Europei. Per i kurdi si aprono spiragli di democrazia e speranza grazie al nuovo regime di Baghdad, che legalizza il Partito Democratico del Kurdistan. Ben presto, però, temendo che i partiti usciti dalla clandestinità possano creare caos nel paese, Baghdad cambia politica e annulla le libertà accordate. Da allora i kurdi, sotto la guida delle opposte fazioni di Barzani e Talebani fuggiti da Baghdad si organizzano nella lotta per l'indipendenza, che si inasprisce con l'arrivo al potere di Saddam Hussein nel 1980. Lo scoppio della guerra tra Iran e Iraq getta i kurdi in una situazione disperata: ritenendoli a torto alleati degli Iraniani, Saddam escogita vari metodi di persecuzione fino all'uso concreto nell'88 di armi chimiche per sterminarli. Dopo la drammatica parentesi della seconda guerra del golfo del 1991, in cui furono traditi da Bush padre e lasciati in balia di se stessi, con la morte di Saddam nel 2003 sembrava essersi aperta per i kurdi d'Iraq l'occasione storica di ottenere uno Stato indipendente.

Oggi, nonostante il referendum per l'indipendenza del 2017, che non ha portato a niente di concreto e che nei fatti è fallito, la Regione autonoma del Kurdistan, con a capo il nipote di Barzani, otterrà forse un nuovo governo, che promette il cambiamento ma sembra comunque troppo legato al vecchio regime.

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