Come orientarsi nel caos della politica internazionale? Molteplici conflitti economici, politici e militari dominano il contesto attuale. Spesso ci viene raccontato che i conflitti armati contemporanei – quando non sono frutto di improbabili “scontri di civiltà” – hanno alla base cause economiche (il petrolio ad esempio) oppure vengono combattuti per ragioni di potere. Una chiave di lettura interessante, per comprendere tali fenomeni e dare precisione e significato a questi termini è il concetto di imperialismo. In questo articolo cercheremo di ricostruire, in sintesi, i tratti principali di questa teoria.
La questione dell’imperialismo, posta inizialmente dal liberale come Hobson, è stata largamente dibattuta ed approfondita dal pensiero marxista. Secondo Lenin, l'imperialismo non si identifica con la politica, più o meno aggressiva, di alcuni stati per sottometterne altri ma, piuttosto, con la struttura del capitalismo giunto alla sua «fase suprema». Con il termine imperialismo Lenin descrive la fase monopolistica del capitalismo, che si afferma a cavallo fra il XIX e il XX secolo, come superamento della precedente fase concorrenziale. Questa nuova fase di sviluppo del modo di produzione capitalistico è caratterizzata dal dominio sulla vita economica da parte delle grandi concentrazioni di capitale e dei monopoli. Quello che Lenin chiama “capitale monopolistico finanziario” si forma dall'unione tra capitale bancario e capitale industriale, che si fondono nel tentativo di restringere la concorrenza e controllare i mercati, concentrando il capitale in poche grandi società per azioni capaci di accrescere la scala di produzione e realizzare enormi profitti.
Dal punto di vista economico, tali processi rappresentano una forma di reazione al fenomeno della crisi ciclica di sovrapproduzione, causata periodicamente dalla "caduta tendenziale del saggio di profitto"*. Il capitalismo genera una capacità produttiva tale che eccede il tasso di profitto che è possibile trarre dall'investimento. In questa situazione, non essendo conveniente investire nei settori produttivi, la crisi si presenta come blocco degli investimenti. Per questo nella nuova fase imperialistica - che si afferma nel contesto di un mercato mondiale ormai sviluppato e di un capitalismo sempre più mondializzato - diviene centrale l'esportazione di capitale oltre che di merci. Tuttavia, la gestione monopolistica dell'economia non è in grado di eliminare la causa ultima della crisi, cioè l'anarchia della produzione capitalistica, che impone la legge della concorrenza tra i capitalisti.
È qui che nasce l'imperialismo. La concorrenza tra capitalisti, che sta alla base della caduta del saggio di profitto, non viene eliminata dal monopolio ma si riproduce ad un livello superiore di sviluppo: quello della concorrenza tra monopoli per la spartizione del mercato mondiale. Il capitale monopolistico finanziario non può evitare la crisi ma solo arginarla, esportando le eccedenze di capitale che non trovano adeguata remunerazione nel mercato interno verso i mercati esteri dove il tasso di profitto è più alto, o perché la concorrenza è minore o il costo del lavoro più basso o, semplicemente, per l'operare di altre controtendenze alla crisi descritte da Marx.
Giova ricordare la polemica tra la comunista tedesca Rosa Luxemburg e Lenin. Per la Luxemburg, la crisi di sovraccumulazione è interpretata in chiave sottoconsumista, come crisi di realizzazione; cioè come sovrapproduzione di merci causata dall'insufficienza della domanda nel mercato interno. Questo meccanismo spinge le potenze capitalistiche al militarismo e alla lotta imperialista per la conquista di nuovi mercati di sbocco per le merci in eccesso. L'imperialismo, quindi, è visto come l'espressione politico-militare del capitale nella sua lotta per conquistare gli ambienti non capitalistici. Per Lenin, invece, l'esportazione imperialistica di capitale è uno strumento di competizione economica internazionale e si dirige sia verso i paesi arretrati sia verso quelli avanzati. È un fenomeno, questo, che non nasce dall'impossibilità di realizzare profitti perché le merci prodotte non possono essere acquistate e consumate dalle masse impoverite, ma dalla caduta tendenziale del saggio di profitto.
Nella fase imperialista, non si tratta più di esportare le eccedenze produttive sotto forma di merce per appropriare valore internazionale (mercantilismo) ma la stessa capacità produttiva eccedente presente nelle economie sviluppate. In questo modo i paesi dominanti tentano di frenare la caduta della profittabilità nei settori produttivi appropriandosi di valore internazionale, cioè del valore prodotto dai paesi subordinati nella divisione internazionale del lavoro. In effetti, dal punto di vista strettamente economico, l'imperialismo non è altro che appropriazione di valore internazionale.
Come avviene tale appropriazione? Secondo l'economista Guglielmo Carchedi:Â «Avviene oggigiorno in almeno quattro modi: (a) il rimpatrio di profitti e interessi su investimenti esteri, sia diretti che indiretti; (b) il pagamento di interessi sul debito estero; (c) lo scambio ineguale del commercio internazionale (un aspetto del quale è il colonialismo); (d) il signoraggio, cioè il vantaggio che deriva alla potenza egemonica dall'uso della sua moneta come moneta internazionale».
Da questa breve panoramica discendono due ordini di considerazioni. In primo luogo, il blocco dei paesi dominanti non è unitario ma, al contrario, è tenuto insieme da relazioni competitive – cosiddette inter-imperialistiche – che si strutturano gerarchicamente sulla base dei rapporti di forza. È prassi comune che i capitalisti dei paesi imperialisti più forti si approprino sistematicamente del valore prodotto dai capitalisti dei paesi imperialisti più deboli, oltre che di quello dei paesi dominati della periferia. In secondo luogo, il processo di appropriazione di valore internazionale necessita, oltre che della specifica struttura economica monopolistica nei paesi dominanti, anche di condizioni politiche, legali, istituzionali e militari.
Senza entrare dettagliatamente nel merito della teoria marxista dello stato, quale «comitato che amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese», basterà ricordare Thomas Friedman: «la mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza il pugno visibile di chi detiene il monopolio della violenza». Quest'ultima affermazione è esplicativa tanto dal punto di vista interno – laddove lo stato è «l'organizzazione che la società capitalistica si dà per mantenere il modo di produzione capitalistico di fronte agli attacchi sia degli operai che dei singoli capitalisti», funzionando come «capitalista collettivo ideale» – quanto da quello esterno, dove lo stato, quale organizzazione monopolistica della forza, garantisce le condizioni politico-militari dell'appropriazione imperialistica di valore internazionale.
Qui si chiude il cerchio della relazione tra forza militare e accumulazione capitalista: la prima è indispensabile per difendere la seconda e, viceversa, l'accumulazione di ricchezza costituisce la base materiale su cui poggia la forza militare. Il capitale monopolistico-finanziario, nella fase imperialista, necessita certamente della proiezione geopolitica del proprio potere economico, ma solo in forza di determinate condizioni economiche oggettive, e non per soddisfare una innata volontà di potenza. Quindi, anche l'uso della forza politico-militare si rende necessario come mezzo; e lo stesso concetto di potere appare strumentale alle necessità economiche, piuttosto che fine in sé.
L'imperialismo, allora, non può essere ridotto alla mera volontà, da parte dei governi delle nazioni più avanzate, di proiettare la propria potenza economica verso l'esterno. Per dirla nuovamente con Lenin: «I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione [il monopolio, n.d.a.] li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti».
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*Per approfondire la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto si veda questo articolo di Guglielmo Carchedi, dal titolo "Dietro ed oltre la crisi": http://www.sinistrainrete.info/marxismo/1538-guglielmo-carchedi-dietro-e-oltre-la-crisi.html
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