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I sogni di Erdogan su una Siria senza Assad svaniscono in fumo

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Dopo l'accordo di cooperazione tra Turchia e Israele che è stato accolto con favore dalla dirigenza di Hamas (sebbene il partito presenti delle spaccature al suo interno, accentuate a seguito della decisione di abbandonare la storica alleanza con la Siria di Assad dopo lo scoppio della guerra civile), Erdogan sembra costretto ad accettare la realtà del fatto che il regime baathista, nonostante le contraddizioni interne, non è destinato a cadere. In questo caso tocca al Primo Ministro Binali Yildirim esprimere una presa di posizione al posto del Presidente: una seppur timida dichiarazione ad un evento politico dell'AKP ad Ankara secondo la quale "non c'è bisogno per la Turchia di non andare d'accordo con i suoi vicini" e che "la Turchia intende riaggiustare i legami con le regioni limitrofe quali Iraq, Siria ed Egitto".

É una sconfitta diplomatica e politica per i sogni espansionistici turchi e non solo. Certo il governo dell'AKP non rinuncerà facilmente a un ruolo da protagonista all'interno della regione medio-orientale: per questo cerca di salvare la faccia inserendo il suo passo indietro nei confronti della Siria di Assad all'interno di una serie di cambiamenti che hanno visto anche un passaggio importante nelle relazioni con Israele. L'affermazione secondo la quale "tuttavia Assad continua a non essere contemplato" all'interno di una buona relazione con il paese siriano, alla luce dei recenti avvenimenti, risulta quasi una posizione ideologica.

I sogni di destabilizzazione e di normalizzazione della Siria da parte di Usa e paesi non arabi (Turchia e Israele) e arabi in ascesa quali Arabia Saudita e Qatar si sono infranti di fronte a una presa di posizione internazionale della Cina ma soprattutto della Russia: le scuse del Presidente Erdogan a seguito del famoso incidente del jet russo hanno segnato la linea di demarcazione che indicava come la Turchia avesse fatto il passo più lungo della gamba, sperando forse vanamente che la Russia sarebbe rimasta neutrale nel vedere attaccati i suoi alleati storici, Siria Iran e in qualche misura il Libano (che funge da contraltare rispetto agli interessi opposti a quelli russi in medio-oriente).

Ma Putin ha visto svanire i suoi sogni di gloria dopo l'instaurazione di un governo europeista di destra e filo-nazista in Ucraina, che ha impedito la costruzione del South Stream, gasdotto che avrebbe dovuto immettere il gas russo nel mercato europeo. Da una parte si è accordato con la Turchia per la costruzione di un percorso alternativo che portasse le risorse naturali della Russia in Europa tramite una rete di infrastrutture attraverso Albania, Grecia e Turchia fino a sfociare nel Mediterraneo, dall'altra ha osteggiato in tutti i modi la guerra energetica e non solo portata avanti nei confronti di Siria, Iran e Libano. Il petrolio siriano prima della guerra civile era diretto per il 90% verso i paesi europei.

Nel 2011 Siria, Iran, e Iraq avevano firmato un accordo che prevedeva la realizzazione di un gasdotto che avrebbe portato il gas iraniano attraverso il territorio iracheno fino a Damasco. La Siria sarebbe diventata perciò un centro nevralgico per quanto riguarda il passaggio e la messa a valore della produzione di risorse energetiche. Poco dopo Assad aveva addirittura dichiarato la scoperta di un ingente bacino di gas nell'area di Qarah, vicino Homs, al centro del territorio siriano: questo, unitariamente agli accordi, avrebbe rappresentato per partner commerciali quali Iran e Russia non solo un ottimo sbocco verso il Mediterraneo, ma anche un buon modo per integrarsi vicendevolmente nell'offerta e nella produzione di risorse energetiche. L'Iran dal canto suo si trovava già in una situazione di conflitto diretto con il Qatar, condividendo con questo il più grande bacino di gas naturale al mondo (il "South Pars-North Dome field"), e con Israele per quanto riguarda il bacino del Levante.

L'apertura della borsa del petrolio di Kish e l'accordo sul nucleare che non ha ancora portato gli effetti di distensione internazionale sperati, rappresentavano e rappresentano tutt'ora una grave minaccia per Turchia, Israele, Arabia Saudita e Qatar che certo non si sono risparmiati in aiuti finanziari e militari alle varie compagini islamiste e salafite dei "ribelli" anti-Assad.

Come ci ha tenuto a ricordare a Erdogan il Ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir, "la Turchia sa molto bene che non può permettersi di tradire l'opposizione siriana con così tanta facilità": il che in buona parte è vero, perché entrambi i paesi che tanto si sono prodigati nel sostenere le milizie contro Assad faticano in buona parte a controllarne i movimenti, così come non riescono a dominare il magma di rigurgiti fondamentalisti in patria. Gli attentati che si sono verificati ultimamente sia in Turchia che in Arabia Saudita, ma non solo, rappresentano tutt'altro che un caso. Vedremo se e come la Turchia riuscirà a uscire da questa impasse evitando che il fallimento a livello internazionale si tramuti in una crisi interna: chissà se l'avvicinamento diplomatico a Israele riuscirà a salvarla.

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 15 Luglio 2016 18:07 )  

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