La Cina e i paesi del Golfo: il dirottamento della politica estera statunitense verso l’Asia inteso come superamento degli interessi energetici legati al Medio Oriente non è altro che un miraggio.
Sebbene il Tour diplomatico del premier cineseXiJinpingin Medio Oriente risalga a Gennaio 2016, gli effetti degli accordi siglati in quell’occasione condizionano e probabilmente condizioneranno non solo la situazione medio-orientale, con particolare riguardo alla Siria e all’Iraq (il cosiddetto “Siraq”), ma anche le future politiche energetiche di grandi paesi quali Stati Uniti, Rusia, Iran, Arabia Saudita e altri produttori dell’OPEC.
Le economie più avanzate dell’Asia e del Sud pacifico, oltre a presentare delle possibilità in termini di scambio di sviluppi tecnologici e know-how da impiegare nella produzione delle risorse energetiche, così come delle preziose fonti di investimento, costituiscono dei mercati di consumo di energia in rapida espansione. Se da un lato abbiamo scontri generati dal possesso dei pozzi di petrolio e dei bacini di gas naturali, così come conflitti sorti sul controllo di pipelines e hub per il trasporto di queste risorse, come nel caso della Siria di Assad che si stava per configurare quale porta di accesso di materiale energetico per tutta Europa a favore di Libano e Iran, un altro importante terreno di battaglia si configura dal punto di vista della domanda, il cui immediato riflesso si può vedere nelle guerre dei prezzi tra produttori. Sembra che il fulcro delle politiche energetiche internazionali in Medio Oriente stia coinvolgendo anche l’Asia. In tutto questo la Cina ricopre un ruolo fondamentale.
Nel corso del suo viaggio all’insegna della formula “OneBelt, One Road”, il presidente cinese si è incontrato con il re Al Saud dell’Arabia Saudita: gli argomenti del meeting hanno toccato la guerra in Siria ma anche il settore energetico. La Cina, infatti, non solo è la prima per investimenti nel settore petrolifero iracheno e siriano, ma è anche il primo acquirente di greggio proveniente dai paesi del golfo, soprattutto Arabia Saudita, appunto, e Iran. Per quanto riguarda il petrolio, inoltre, è stato realizzato un accordo tra la cinese Sinopec e la saudita SaudiAramco, i rispettivi colossi petroliferi nazionali i quali hanno effettuato tramite Joint Venture, la costruzione della raffineria di Yasref. Vi è stata inoltre l’inaugurazione di un centro di ricerca sull’energia. Questo accordo è solo una parte della convergenza economica rappresentata da ben 14 trattati bilaterali incentrati sulla cooperazione energetica e un memorandum d’intesa.
Dopo l’Egitto, doveXiJinping ha firmato un memorandum in cui garantisce la partecipazione cinese all’ampliamento del canale di Suez (in modo da assicurarsi la nuova via della Seta per i prodotti dell’export cinese), per la prima volta nella storia, il premier cinese si è recato in Iran, con il quale ha firmato 17 documenti e lettere di intenti per ampliare la cooperazione economica tra i due paesi fino a un vero e proprio partenariato strategico anche sul fronte energetico. L’incontro tra i corrispettivi responsabili delle istituzioni nazionali che si occupano di energia nucleare ha prodotto una dichiarazione di intenti per quanto riguarda un rafforzamento nel campo della cooperazione nucleare, a seguito del programma nucleare di Teheran raggiunto nelle trattive del G5+1. Il governo cinese si impegnerà inoltre nel potenziamento del reattore di Arak e nella costruzione di due centrali nucleari.
E’ chiaro come i rapporti tra Cina e alcuni paesi del Medio Oriente si stiano stringendo sempre di più e di come al centro di questi vi siano il petrolio e le altre risorse energetiche. Da una parte i paesi del Golfo si rivolgono verso l’Asia, dall’altra l’Asia è ben contenta di ricambiare questo interesse verso l’area medio-orientale.Secondo le stime dei report OPEC il Prodotto Interno Lordo asiatico è destinato a crescere esponenzialmente: la domanda asiatica, con Cina in testa seguita dall’India, avrà un ruolo essenziale nello scenario energetico globale. Nel 2035 l’Asia rappresenterà circa il 40% di domanda mondiale di petrolio: già nel 2015 essa assorbe circa il 75% delle esportazioni energetiche del Consiglio di Cooperazione del Golfo, in termini di petrolio e gas naturale. Il 19 Gennaio scorso a Riyadh il presidente cinese ha incontrato anche il segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo affrontando il tema della costituzione di un’area di libero scambio tra Cina e i Paesi membri del consiglio. Che sia una risposta all’americano TTIP tra Usa e Ue?Visto l’interesse dei paesi arabinei confronti del colosso cinese e del mercato asiatico, forse non si tratteràdi un sasso lanciato nel vuoto.
Molti hanno salutato il nuovo paradigma diplomatico internazionale statunitense come l’abbandono di interessi strategici legati alle questioni energetiche e al Medio Oriente, soprattutto in vista della rivoluzione dello ShaleOil da molti salutata come il preludio dell’indipendenza energetica americana. Ma se guardiamo alla guerra dei prezzi in corso, alla situazione sul versante medio-orientale e al contesto politico-economico globale ci possiamo rendere conto di come lo scontro per l’energia sia tutt’altro che concluso. Citando le parole di H. Clinton, secondo cui l’ “energia sta al cuore della geopolitica perché essa è il fulcro del potere e della ricchezza”, il cambio di rotta della politica estera da parte dell’amministrazione Obama non deve essere visto dunque come un “ribilanciamento strategico” inteso come superamento degli interessi americani in medio oriente. La politica statunitense in Medio Oriente è tutt’altro che finita:l’ “Asian Pivot” deve essere visto dunque come un nuovo modo per interferire negli interessi energetici del vicino oriente e del Golfo arabo-persico, soprattutto alla luce della produzione dello Shaleoil e dell’aumento dell’offerta di petrolio con il conseguente abbattimento dei prezzi. Nel lungo periodo, infatti, l’aumento di produzione e di offerta di petrolio statunitense non minaccia affatto la supremazia dei grandi produttori arabi, dotati di enormi riserve e avvantaggiati dai costi competitivi della loro produzione:essi stanno già dirottando l’offerta di oro nero arabo verso i mercati asiatici, Cina in Primis. Ed è proprio quest’ultima, alla luce degli interessi che ripone negli altri paesi asiatici e in quelli ricambiati in Medio Oriente, ad essere chiamata in causa dalle onnipresenti politiche espansionistiche statunitensi.
Chiara P.
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