Con l'approdo di al-Sarraj al porto di Tripoli, pochi giorni fa, è avvenuto un "salto di qualità" nella risoluzione della crisi libica. Le potenze occidentali hanno finalmente introdotto in territorio nemico il proprio uomo, a discapito del precedente governo islamista di al-Ghwell, nel frattempo riparato a Misurata. A rafforzare il neonato GNA (Governo di Accordo Nazionale) il riconoscimento da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che condanna formalmente l'esportazione di petrolio da parte di istituzioni ed enti svincolati dal nuovo esecutivo libico. Pure l'Egitto ha dato la sua tiepida benedizione, sebbene risulti tutto da risolvere il rapporto tra Tobruk e Tripoli. Il generale Haftar, infatti, è uomo del Cairo, e possiede solide posizioni in Cirenaica, da dove è pronto a sferrare nel prossimo futuro un'offensiva per la riconquista di Bengasi.
In ogni caso, per ora, il GNA può fare affidamento sulla Banca Centrale Libica, sulla National Oil Corporation e sullo scongelamento dei 70 miliardi di euro appartenenti al fondo sovrano libico (LIA), sequestrati nel marzo 2011. Il tutto per un totale di 130 miliardi di euro. Valore che triplicherebbe, in caso di ritorno della produzione ai livelli pre-bellici. La Libia infatti possiede il 38% delle riserve di petrolio del continente africano, e rappresenta l'11% del fabbisogno europeo. Si capisce,così, l'entità della partita.
Tale partita è, però, ancora tutta da giocare, anche se sembra cominciata bene per al-Sarraj. Grazie alle mosse di cui sopra, infatti, ha potuto dare il via ad un azione di rafforzamento della propria posizione, cominciando a tessere trame clientelari per assicurarsi il controllo delle svariate milizie operanti nello scacchiere libico, assicurando agli ex-fedeli di al-Gwell cariche e posizioni influenti nel nuovo governo di unità nazionale. Questo sarebbe il processo di consolidamento auspicato dal premier Matteo Renzi, che vorrebbe posticipare il più possibile l'intervento militare, secondo il mantra di "evitare gli errori del passato", ovvero intervenire militarmente in un luogo in cui non vi è un'autorità politca legittima in grado di avocare a se la sovranità effettiva sul territorio in questione.
In questo scenario il petrolio conserva il ruolo del protagonista. Così come l'iniziativa diplomatica di al-Sarraj anche la divisione della Libia ricalcherà le esigenze di estrazione delle compagnie estere, che la faranno da padrone. Si è così risfoderata la tripartizione coloniale in Tripolitania, Cirenaica e Fezzàn. La prima sarà sotto il controllo italiano, visti gli interessi dell'ENI nella zona. La seconda andrà alla Gran Bretagna, che tornerà a beneficiare delle estrazioni di British Petroleum e Shell nell'area e degli assets libici nella City. Infine il Fezzàn sarà sotto l'egida francese, conformemente agli interessi di Parigi nell'area del Sahel.
Sebbene il quadro sia più definito di qualche tempo fa, questo non lo rende comunque pacifico. Infatti, nonostante gli auspici di Renzi, l'ingresso in Libia del GNA rende l'intervento militare ugualmente papabile e semmai più conforme di prima ai dettami del diritto internazionale. Quando e se l'iniziativa diplomatica di al-Sarraj subirà una battuta d'arresto, sarà facile invocare la conclamata operazione di terra, ma, questa volta, a supporto di un governo formalmente legittimo e non più nel nulla come avveniva nello sprint bellico del 2011.
In questo senso sembra difficile trovare una discontinuità nella strategia delle potenze occidentali. La Libia è stata privata del principale ostacolo alla spartizione del suo parimonio, ovvero Gheddafi. Poi, nonostante gli intoppi, per la prima volta dal '69 si è ristabilito a Tripoli un governo totalmente inventato e manovrato dagli interessi imperiali. Dopo il CNT (Consiglio Nazionale di Transizione), che nel 2011 si è fatto carico del passaggio non tanto politico ma, soprattutto, finanziario al dopo Gheddafi, è la volta di un nuovo cavallo di Troia, il Governo di Accordo Nazionale. Si potrà, così, completare l'opera di riconquista della Libia, riportata nel mare delle divisioni etnico-religiose, ma, soprattutto, privata della sua principale e unica risorsa: il petrolio.
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