Hasankeyf è un crocevia molto importante, si trova in Turchia (sud orientale), ha diecimila anni di storia ed è ai margini del Kurdistan. Un ambiente geomorfologicamente intatto. Quando lo visita per la prima volta mi ero innamorata del suo fiume, il Tigri, nella cui ansa avevamo trovato un posto per mangiare tradizionale e appartato, avevamo incontrato un motociclista turco che ci accompagnò per il tragitto dei giorni successivi e, per colpa nostra, fu anche brutalmente interrogato nella città di Batman mentre eravamo a dormire.
Hasankeyf, come tutti gli altri luoghi visitati fanno parte della nostra esperienza meravigliosa anche per l’atmosfera e il “genius loci” che ci ha riempito l’anima, la seconda volta non ho ritrovato il verde prato che cercavo ma il suo fascino era ancora uguale. La terza volta l’ho vista come un cumulo di pietre, desolata ma con un ponte nuovo. A fianco del nuovo ponte sul Tigri, i resti di quello eretto nel 1116 dal sultano artuqide Fahrettin Karaaslan rendono l'idea dell'importanza che la città rivestiva tanto tempo fa.
Ebbene! Oggi questa cittadina è una 'dead city walking', infatti da più di un decennio, come è successo a tante altre e da noi verificato dalle carte geografiche, è in attesa di essere invasa. Ora vive sotto la minaccia della diga di Ilisu: un progetto faraonico che quando sarà completato manderà sott'acqua l'intero borgo e i suoi monumenti, risparmiando forse solo la punta del minareto della moschea di El Rizk, che risale al 1400 e, si dice, conservi le iscrizioni di tutti i 99 modi con cui viene chiamato Allah.
Il paese ha ancora un’aria mistica dove si percepiscono le tracce delle dominazioni precedenti (dagli Ittiti ai romani, dagli ottomani ai selgiuchidi….) e un tempo era utile come via carovaniera per i traffici lungo la via della seta. Tra il Tigri e l’Eufrate ancora vagano i Kirsh (nomadi pastori beduini) che hanno come culto l’angelo caduto dal cielo.
L’aspetto del paesaggio è scenografico, la vecchia cittadella si adagia su una vertiginosa e spettacolare gola di roccia e mi dicono che non è più visibile (pericolosa e pericolante). Il Tigri la taglia a metà (da un lato gli arabi, dall'altro i curdi) e i nomadi la attraversano. Immerso in questo scenario e avvolti dalla fioca luce riflessa da questa terra brulla e arida, resistono a fatica gli altri monumenti: le cave, abitate come in Cappadocia fino a pochi decenni fa, il mausoleo di Zeynel Bey, attorno al quale pascolano capre e pecore a caccia di un po' di ombra, la tomba di Abdullah Imam e il minareto della moschea del sultano ayyubbide Suleimano.
Tutto è destinato a finire sott'acqua: date certe non ce ne sono, ma il progetto della diga, finanziato inizialmente anche da aziende italiane, dopo un primo stop nel 2008 è ripartito ed oggi è completato per l'80%. L'acqua, in questa zona dell'Anatolia, è fondamentale. Un centinaio di chilometri più a ovest, la diga di Ataturk ha radicalmente modificato le condizioni economiche e naturali dell'area intorno a Urfa, la città di Abramo: i contadini che un tempo vivevano nelle capanne e d'estate dormivano all'aperto su baldacchini azzurri per confondere gli scorpioni, oggi si possono permettere moderne abitazioni con l'aria condizionata. Il problema è che l'ecosistema è andato in tilt ed è comparsa persino la malaria. Negli ultimi anni, Hasankeyf (ma sono oltre 200 i siti archeologici minacciati dalla diga di Ilisu) ha attirato l'attenzione di organizzazioni e associazioni. Questo mi rattrista perché i suoi abitanti dignitosamente e in silenzio, continuano a svolgere la loro vita di tutti i giorni anche se le zone verranno allagate e molti luoghi non avranno più né una storia né un futuro, ma la gente del luogo incurante ancora costruisce e altri restaurano. In quelle zone, alcune strade, tracciate in vecchie carte terminano già in laghi che durante il nostro primo viaggio non esistevano.
La Turchia ha distrutto anche colline e montagne per costruire palazzoni a schiera. Ci hanno raccontato che il governo turco ha provato ad offrire questi costosissimi e nuovi appartamenti sulla collina poco distante ma molti hanno rifiutato. Per chi è nato e cresciuto ad Hasankeyf non crede che ciò avverrà ma altri hanno accettaco con rassegnazione e dato l'aumento del turismo interno (come l'ultima visita ad un condannato a morte) sta cercando di sfruttare la popolarità specialente del vecchio ponte sospeso. I tavolini dei ristoranti improvvisati sono stati metti fino sotto il fiume con tante bancarelle di souvenir. Negli occhi della sua gente ho visto dignità ma anche rassegnazione e in molti per sopravvivere hanno già accettato di lavorare per la diga che sommergerà il proprio paese. Che tristezza l'uccisione geoambientale.
Ciò che non è riuscito il tempo che scorre con guerre, saccheggi e dominazioni riuscirà, dopo diecimila anni di storia, a farlo il nuovo "Dio capitale". Addio Hasankeyf , le petizioni non riusciranno a salvarti!
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