Traduzione dal francese di Luigi Toni
Venerdì 21 giugno 2024.
Sabato scorso, sono iniziati gli esami di maturità in Palestina, o almeno diciamo, in linea di massima, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Quest’anno, però, non ci saranno esami a Gaza. Stiamo parlando di 39.000 studenti che non potranno sostenere l’esame, quindi perderanno un anno di scuola, ma soprattutto non sanno se sarà così anche l’anno prossimo. Tra queste 39.000 speranze sospese, c’è anche quella di Ayate, la nipote di mia moglie Sabah. Ayate sognava il giorno dell’esame, per potersi iscriversi all’università e realizzare il suo sogno, che è quello di diventare giornalista. Il suo idolo è la giornalista Shireen Abu Akleh, la reporter di Al-Jazeera uccisa dagli israeliani a Jenin l’11 maggio 2022. Shireen era molto conosciuta e amata da tutti perché aveva seguito e raccontato tutte le guerre e i raid israeliani in Palestina. Il suo volto e il suo dolce tono di voce erano una presenza quotidiana nella vita di ogni palestinese. Ayate vuole essere proprio come lei, e fare lo stesso lavoro.
Fare il giornalista nella Striscia di Gaza è un mestiere molto pericoloso. Sono oltre 100 i giornalisti uccisi dall’esercito israeliano dall’inizio della guerra, spesso in omicidi mirati. Eppure, i reporter continuano a fare il loro lavoro, e ciò rende ancora più irritanti le tesi che si sentono regolarmente sui media occidentali secondo le quali “è difficile sapere cosa sta succedendo a Gaza perché i giornalisti occidentali non possono entrare nella Striscia”. È un irritante pregiudizio di stampo colonialista: come se non si potesse essere palestinesi e giornalisti. Le principali agenzie internazionali, AFP e Reuters, sono molto ben presenti qui, e sono rappresentate da giornalisti locali, cioè da reporter palestinesi!
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