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Realtà o burla? L'Enrico IV al teatro della Pergola

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Al teatro della Pergola di Firenze, la regia di Franco Branciaroli firma la trama drammaturgica pirandelliana dell'Enrico IV. L'avvio della messinscena é in medias res: lo spettatore si ritrova cosi catapultato in una galleria di dipinti affollata da servi abbigliati alla cavallerizza maniera, in una scenografia gremita, angusta, allestita a scaglioni. Lo spazio scenico si estende nel momento in cui compare Enrico IV di Franconia, protagonista e centro nevralgico della trama. Tale personaggio regale è interpretato magistralmente dallo stesso Franco Branciaroli, che sa ben sintetizzare vari livelli di atteggiamenti e emozioni sintetizzati nella follia consapevole e non di un personaggio che si espone gradualmente, rivelandosi.

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L'anacronistico tentativo di vivere una regalità che non ci appartiene, una temporalità e una spazialità promiscue, di ornarci di mantelli grinzosi e corone scintillanti, è una scelta individuale che deve continuamente far i conti con un'invadente struttura sociale, pronta a dettare le sue regole, i suoi tailleur, le sue acconciature, lasciando un margine inesistente allo sviluppo autonomo delle potenzialità dell'io. L'unica scelta che sembra rimanerci è umoristica e suscettibile al riso, alla compassione o peggio alla presunzione di chi ci circonda, attori pronti a ergersi giudici e dottori per valutare e risolvere ciò che a detta loro ci affligge, un negativo che è tale in quanto non conforme alle aspettative altrui. Lo stile dello spettacolo è surreale, come richiesto dai topoi pirandelliani, in bilico tra la realtà e la finzione, la mascherata, lo spettacolo; ed è pure tremendamente moderno, nel suo andamento cavalleresco. L'intensità del testo, nella sua incommensurabile pregiatezza, appare tuttavia in alcuni tratti delle due ore e venticinque minuti di spettacolo difficile da seguire (me lo suggeriscono gli sbadigli di chi mi sta di fianco!). Non ci sono indizi di boriosità nel testo, ma la durata e la densità dei concetti sono impegnativi da digerire e metabolizzare, nonostante il brio e la tecnica della recitazione in scena. Lo spettatore assiste a un serrato dialogo dei personaggi, atto a definire l'identità di ciascuno, nel riconoscimento, nell'approvazione e la stima degli altri.

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E nelle innumerevoli sfaccettature della nostra personalità, davanti agli altri risulteremo ogni volta uno nessuno e centomila. In questa sopraffazione, rischiamo di perdere noi stessi, attenti a ciò che risultiamo dallo sguardo degli altri più che da ciò che vogliamo essere. Melania Giglio interpreta quella che nello schema della follia rappresentativa dell'Enrico IV è Matilda di Toscana, una marchesa che va su e giù per gli scalini che danno volume allo spazio scenografico ancheggiando, ammiccando coi fianchi e adagiandosi in pose enfatizzate dalla sua femminilità. Il punto è capire che tutti recitiamo una parte, ma c'è chi lo fa sul serio e chi ne ride, avendo coscienza di questa mascherata esistenziale che siamo in qualche modo costretti a portar avanti. L'abito fa il monaco, eccome! Il gioco tra finzione e realtà si chiarisce nel rapportarsi degli attori in scena, fino a che i ritratti dei personaggi adagiati in primo piano appariranno senza veli e tuttavia esporranno l'inganno del doppio, tramato dagli amici dello pseudo Enrico IV per la sua guarigione. Guarire in questo contesto significa vivere in un tempo non scomposto, in logiche sistematiche che ci aggrappano “al bel concetto di noi stessi”, fuorviandoci nel riconoscimento dell'immagine di noi stessi, di quel travestimento di cui dobbiamo ridere. Piuttosto, la terapia che sembra offrirci l'intensità del dramma è morire per rinascere, come fu per il Mattia Pascal. Gli altri, davanti alla follia di Enrico IV, al suo tono solenne e spietato, sono spaventati, paventano il rischio di essere smascherati, di risultare trasparenti, nudi di arrangiamenti sociali.

Essere pazzo vuol dire rinunciare alla scienza e risplendere della luce del lanternino; significa non accodarsi, andare controcorrente, sperimentarsi in nuove pose, in nuovi abbigliamenti. Se è come vera, non è una burla la verità, recita Enrico IV dando le spalle alla luna piena all'orizzonte. Il punto è vivere con coscienza la realtà di una vera pazzia; il problema sorge quando viviamo questa condizione esistenziale in modo inavvertito, accovacciati, rannicchiati nelle nostre convinzioni, nel nostro saldo amour proprie, scriverebbe Rousseau. Siamo qui tutti insieme, per sempre, chiosa il protagonista in scena, nell'ineluttabile destino di maschera che rincorre l'essere umano.

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 30 Settembre 2015 09:50 )  

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