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"Desir d'amore" e poesia: il Decamerone alla Pergola

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Il topazio è un minerale incolore, che si presenta in natura con sfumature cromatiche differenti. È così che gli attori del Nuovo Teatro (prodotti da Marco Balsamo) in coproduzione con la Fondazione del teatro della Pergola si giostrano le novelle del Boccaccio, tradito solo nella misura in cui è tradotto nello spirito dell'autore stesso. Capitanati da un carismatico maestro di scena come Stefano Accorsi, questi topazi sfuggenti, cangianti, raccontano e interpretano storie erotiche, nella cornice viziosa dell'umanità: vanità, “fatal morbo, mala pianta della gelosia”, vendetta, cristian promesse smarrite.

Un Medioevo riscoperto come la culla della nostra civiltà. Una sorta di setta dei poeti estinti, una compagnia di attori che ricorda la commedia dell'arte del XVII secolo trasposta nell'era dell'omologazione, del mare piatto delle emozioni. Una sfida raccolta da questo gruppo di aedi abbigliati alla bizantina maniera, con sfavillanti decorazioni color oro e rattoppamenti di rustici arrangiamenti. Cantastorie che vivon d'arte e di poesia, che narrano e interpretano storie. E queste storie non possono essere contestualizzate, perchè parlano appunto d'amore, del “desir d'amore” e di poesia, di quel sentimento e di quell'espressione del sentimento che continuano a tener in vita la razza umana. “Finchè racconteremo storie, vorrà dire che siamo vivi”: la narrazione, la creazione, l'immaginazione di scenari poco plausibili alla ragione, quindi, come sintomo di vita, che è mutamento, evoluzione e adattamento. La novella come cantuccio in cui abbarbicarsi quando la Fortuna invia scenari sciagurati. Anche se l'uso dei dialetti italiani suggerisce una limitazione spaziale delle storie, tuttavia la spersonalizzazione che ne fa l'arte le riconduce a una condivisione su larga scala; certo, ci sono tre fratelli bigotti siciliani che pretendono di tener in castità la sorella, ma il patriarcato e la differenza di genere sono in realtà forse, ahimè, le uniche costanti, gli unici universalismi delle differenze di cultura del nostro secolo.

Una narrazione, quella umana, una scintilla di eternità, che tesse un invisibile filo intorno a cui tutti gli eventi sono poi ricamati. Una novella lunga quanto la quantità di energia dei buchi neri dello spazio, un'alchimia di parole incarnate, di gesti condivisi che ci diverte, ci emoziona, ci rabbuia, ci fa riflettere. In questa marmaglia di colori e suoni, in questa meraviglia di onirica prospettiva, col Trecento fiorentino di Boccaccio ci sono il gatto e la volpe di Collodi, c'è il viaggio del capitan Fracassa di Scola e Troisi, c'è l'armata Brancaleone di Monicelli e il “decamerotico” Decameron di Pier Paolo Pasolini. Insomma, c'è una trama di tradizioni, di modelli e idee da cui non si può prescindere e da cui però ci si può distanziare.

L'amore, “atto a fomentare speranza, a irrobustir lo spirito”, è il leit motif della sceneggiata messa a punto dal regista Marco Baliani, bagaglio di immaginazione che vuol resistere ai “tagli dei governi all'arte” con questa sintesi (letteraria e antropologica) molto ben riuscita. La compagnia in strada, bivaccata intorno a un camper a macchie cromatiche che funge da essenziale scenografia, resiste alla “pestilonza amara”, a questo morbo apparentemente inestricabile che non è l'ebola. Questo gene esiziale, che non è il ratto venuto dall'Oriente, ma una baldanzosa scala di valori, di dati di fatto che ci attanagliano alla logica per cui “tutto è in vendita”, tutto si misura in base a criteri di efficienza. Ma la natura, l'uomo sono eccedenza, avventura; non li si può contenere, non si possono quantificare questi abbracci amplettici senza rendere “mutola l'anima”.

Come scrive Irene Lucchesi in “Dolceamara invincibile fiera”, oggi anche “la pornografia è stata inglobata nel meccanismo di riproduzione seriale, perdendo il suo potenziale trasgressivo ed eccedente”. Gli equivoci, i sotterfugi, i bisogni più bestiali e più aulici dell'uomo. Bisogna tener conto di tutto questo e mettersi al riparo da una corruzione dilagante ridendoci sopra, innanzitutto. Smorzando questa serietà con una fragorosa risata. L'angoscia della morte è inibita da un gioco di parole forbite e fruibili a orecchie disabituate a espressioni di poetica tonalità. Questi girotondi di frasi ci narrano di suore, finti preti, astute donzelle e messeri dediti al piacere del corpo, al calore degli sguardi ricambiati. Una trama che ci restituisce scene di sesso ironicamente costruite e di delicato romanticismo.

“Si deve partorir parole”, recita Panfilo (Accorsi), “il sacro nutrimento devon essere le parole”. La parola narrata al centro della scena. Su questa linea d'onda, il progetto Grandi italiani (di Marco Baliani, Stefano Accorsi, Marco Balsamo) recupera i classici della letteratura italiana: l'anno scorso l'Ariosto, l'anno prossimo il Machiavelli, quest'anno il Boccaccio.

Avrei voluto applaudire gli attori per un'altra buona mezzora, richiamandoli di fronte alla platea nei loro consueti inchini. Avrei voluto ringraziarli per questa Notte dalle Mille Scheherazaede e dagli incantati sultani, per avermi immesso in pentagrammi linguistici altisonanti che si sono prolungati anche nelle mie letture successive. Ma la platea fiorentina, frettolosa, mi congela quest'entusiasmo. Voi che state leggendo, avete tempo fino a Domenica 14 Dicembre per godere di tanta bellezza e verificare le mie parole!

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 30 Settembre 2015 10:02 )  

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