UNA TRAGEDIA FIORENTINA
di FRANCO QUERCIOLI
UNA NARRAZIONE IN TRE EPISODI SU
‘L’ULTIMO PRATOLINI’
PUBBLICATA NEL 2009
SUL GIORNALE DI QUARTIERE
“INFORMA 4”
1. Una tragedia fiorentina
Girò la chiave con la mano lieve di chi torna a casa a notte fonda, ma appena fu sull’uscio di camera Mauro accese la luce. – Oggi hanno preso Sandro, è alle Murate - Così Gabriella seppe che suo fratello era stato arrestato insieme ad altri ragazzi che in Piazza Dalmazia avevano cercato di impedire un comizio del MSI. Il colpo gli arrivò violento e improvviso – Ci penserò domattina. Ora vo a dormire – rispose. La cosa era troppo grossa e lei era troppo stanca per pensare qualcosa.
Il viaggio da Torino era stato lungo e il convegno della FIOM faticoso, molto faticoso.
Era il 2 maggio del 1972 e i fascisti rialzavano la testa. Dopo la strage di Piazza Fontana di tre anni prima a Milano, la strategia della tensione aveva iniziato a tormentare l’Italia.
Gabriella aveva ventiquattro anni, due più del fratello e ora abitava in via Torcicoda proprio di faccia a piazza dei Tigli. Si era sposata qualche anno prima con Mauro e la loro casa era diventata, come spesso accadeva in quei giorni a molti di noi, un porto di mare sempre aperta agli amici e ai compagni del partito (il PCI) e del sindacato (la CGIL).
Gabri era impiegata alla Billi, faceva parte del consiglio di fabbrica e del consiglio di zona della statale ’67. Giovane, donna e sindacalista . Tre cose che andavano bene insieme in quell’Italia che sperava di cambiare il suo destino, anche se l’antifascismo militante dei giovani della sinistra estrema era vissuto come un problema. Lo scontro diretto con i fascisti esasperava la tensione ma si trattava di giovani con i quali era importante confrontarsi. Gabri questo lo sapeva ma che Sandro fosse finito alle Murate era una cosa che stentava a capire.
Quando la mattina dopo lo cercò alle Murate non riuscì a vederlo. L’avevano messo in isolamento, accusato addirittura di aver ferito un poliziotto, e poi messo con i detenuti ‘comuni’. Gli altri ragazzi l’avevano messi insieme con i ‘politici’: gli altri giovani presi alcuni giorni prima a Prato e in piazza Signoria al comizio di Giorgio Almirante. una quindicina in tutto.
- Neanche Che Guevara ce l’avrebbe fatta ad avere tutti questi capi d’accusa – disse Francesco Mori uno degli avvocati che aveva difeso i cattolici dell’Isolotto e che spesso si trovò negli anni a seguire a difendere i giovani della sinistra estrema.
Ma non bastavano gli avvocati, ci volevano le donne: madri e sorelle di quei ragazzi entrati in un gioco più grande di loro. Iniziò così lo sciopero della fame per tre giorni e tre notti sotto la loggia dell’Orcagna, in piazza Signoria.
Fu così che Gabri conobbe Annamaria Mantini la sorella di Luca, uno degli arrestati e la sua mamma, una donna dimessa e taciturna più vecchia della sua età, come schiacciata dal peso insostenibile di una storia più grande di lei che gli cadeva addosso. Annamaria aveva vent’anni ed era diversa, lei con il suo faccino di brava bambina, la storia la prendeva di petto e insieme a Gabriella aveva portato queste mamme in piazza Signoria a manifestare. Erano loro due a gestire tutto. Vennero i giornalisti e i medici a controllare lo stato di salute delle donne che digiunavano. Gabriella e Annamaria fecero lega e la notte stavano attente che i fascisti non gli combinassero qualche cosa. Fortuna che era maggio e non patirono il freddo. Vennero in diversi amici e compagni ad esprimere la loro solidarietà, anche dall’Isolotto. Sandro uscì dalle Murate alla vigilia di Ferragosto, prosciolto in istruttoria. L’avvocato Mori dimostrò che quelle accuse non avevano fondamento perché il ragazzo soffriva dei postumi di una poliomelite ad una gamba, i giudici preferirono così toglierlo dal mazzo. Gli altri furono processati a Natale e si fecero nove mesi di galera.
Passarono due anni e quella mattina del 30 ottobre 1974 Gabriella si fermò come sempre, prima di andare alla Billi, all’edicola di Piazza dei Tigli a prendere il giornale. Sulla civetta un titolo “ Due terroristi uccisi durante una rapina alla Cassa di Risparmio” . Sulla prima pagina de L’Unità, che subito Gabriella aprì, lesse i nomi: Luca Mantini e Giuseppe Romeo. Luca lo riconobbe sulla foto formato tessera, il suo volto di ragazzo bruno, lo sguardo intenso.
I Nuclei Armati Proletari rivendicavano come propria l’azione del commando eseguita per finanziare l’organizzazione. Nello scontro a fuoco con la polizia, in piazza Leonbattista Alberti, erano rimasti uccisi i due giovani. Luca aveva 23 anni se Gabriella non ricordava male. Dei NAP ancora non se ne era mai sentito parlare.
In quei mesi passati alle Murate coi detenuti ‘comuni’, Luca aveva messo su il collettivo “George Jackson”, un leader delle Pantere Nere che in prigione era diventato marxista e aveva teorizzato ‘il ruolo degli ex detenuti politicizzati nella costruzione del proletariato rivoluzionario come soggetto combattente in grado di attaccare il sistema capitalistico e imperialista’. Questo era il percorso che Luca Mantini aveva intrapreso, ben oltre Lotta Continua dove fino ad allora aveva militato.
Ai suoi funerali parteciparono i compagni di Autonomia Proletaria, del Collettivo Autonomo di Santa Croce e del Collettivo Jackson come i giornali del giorno dopo riportavano. Un mondo che Gabriella non pensava neppure che esistesse. Un mondo cresciuto lontano da lei, che improvvisamente scopriva vicino, troppo vicino e per questo ancor più estraneo. Ai funarali non ci andò, ma quel ragazzo morto così gli entrò dentro e fu come un’ombra nel suo cuore di donna. Intanto Sandro si era iscritto al PCI, sezione Isolotto, in via Palazzo dei Diavoli.
Neppure due anni passarono. La mattina di quel 9 luglio 1975 prima delle otto il sole era già alto sopra gli alberi di piazza dei Tigli ma l’aria era ancora fresca quando Gabriella uscì di casa e si avviò a prendere il giornale. “ Terrorista fiorentina uccisa a Roma “ il titolo della civetta la inchiodò, la notizia che dava L’Unità le piegò le gambe.
Annamaria Mantini era stata uccisa con un colpo di pistola in faccia quando rientrava nel suo appartamento in Tor di Quinto. Gli agenti dell’antiterrorismo erano entrati in casa e l’aspettavano. Quando lei aprì la porta se li trovò davanti e dalla pistola del vicebrigadiere Antonio Tuzzolillo partì il colpo mortale. Per caso dissero i giudici al processo che condannò il carabiniere a tre anni per omicidio colposo. Una esecuzione dissero altri. Sul Manifesto Luigi Pintor ci fece l’editoriale. Gabri l’aveva comprato insieme all’Unità, come spesso facevano i comunisti del PCI che guardavano a sinistra.
‘Luisa’ era il nome di battaglia che Annamaria aveva preso quando era entrata a far parte della “Luca Mantini” la colonna toscana delle Brigate Rosse intitolata a suo fratello.
Ancora non si era spento l’eco degli spari di via Nazionale e sul marciapiede di fronte al cinema Apollo c’erano ancora le tracce del sangue che aveva lasciato Rodolfo Boschi ucciso da un poliziotto in quel tragico aprile.
Ancora non si era spento l’eco dei clacson delle auto che in quella notte del giugno 1975 invasero le strade di Firenze sventolando le bandiere rosse per la vittoria delle sinistre nelle elezioni amministrative. Dopo ventiquattro anni i comunisti tornavano al governo della città.
Gabriella ripiegò i giornali e se li mise in borsa, aprì la portiera dell’R 4 , posò la borsa sul sedile accanto alla guida e mise in moto.
2. Il silenzio di Pratolini
9 luglio 1975. Vasco uscì presto. L’aria di quella notte estiva aveva lasciato il suo odore prima di sciogliersi nel chiarore dell’alba. Passò il Ponte Milvio e Roma gli apparve di qua e di là dal Tevere tra le le sue nebbie leggere e basse, nel primo sole. L’indomani sarebbe partito con sua moglie, come tutte le estati, per la sua casa di campagna sotto al Pratomagno, prima che l’Arno svolti verso Firenze.
Si fermò all’edicola per prendere i giornali, come faceva sempre prima di sedersi al tavolino del bar di fronte. Ma il titolo sulla civetta di Paese Sera lo raggiunse il piena faccia: “Giovane terrorista uccisa”. Non si mise neppure a sedere, volle leggerlo subito l’articolo in prima pagina che dava la notizia.
La ragazza era fiorentina. Annamaria Mantini, si chiamava e aveva ventidue anni
Neppure un anno da quando le era morto Luca, il fratello, a Firenze, in uno scontro a fuoco con la polizia. Nuclei Armati Proletari. La prima azione.
Annamaria, studentessa di lettere, scrivevano. Brigate Rosse ”colonna Luca Mantini”.
E quella madre, morto il marito da giovane, li aveva cresciuti. Ora era sola, senza lacrime e senza capire perché. Perché quella follia di cambiare tutto e subito, di mettere in gioco la vita che lei gli aveva dato e la vita degli altri. Perché quei ragazzi loro amici, che a volte frequentavano la casa, facevano quei discorsi così arrabbiati con il mondo intero. Pensava fossero solo discorsi e che poi gli sarebbe passata.
Lui aveva in mente questa madre e i pensieri di lei diventavano i suoi .
Vasco Pratolini aveva da poco compiuto i sessant’anni e questi ragazzi potevano essere suoi nipoti. Firenze. Ogni tanto ci ritornava. Di che quartiere saranno stati. Una Firenze che via via si allontanava. Una Firenze in cui potevano crescere ragazzi come questi e di cui non poteva scrivere. Il tempo creava più distanza dello spazio. In fondo Roma era a due passi.
Ma nemmeno di Roma poteva scrivere, ci aveva anche provato. Scriveva solo di quello che gli era passato attraverso e l’aveva segnato nella sua età giovane. Di Firenze aveva smesso di scrivere perché non la conosceva più. Per lui conoscere aveva sempre significato entrare dentro, compenetrarsi, nel senso biblico del termine.
Per questo non scriveva più. Dieci anni prima con “Allegoria e derisione” aveva concluso ‘una storia italiana’ iniziata con “Metello” e proseguita con “Lo scialo”. La trilogia con cui aveva tentato di cogliere un senso nella storia sua, di Firenze e dell’Italia.
Parlando di Firenze e di sé parlava degli anni di prima, durante e dopo il fascismo. Sempre il fascismo, il malessere di una generazione a cui lui stesso apparteneva, ma anche il malessere dell’Italia da cui neppure con la democrazia si riusciva a sortire.
Il passato di cui Pratolini aveva parlato cercandone il senso era costantemente inseguito dal presente e da esso rimesso in discussione via via che scriveva, al punto di sfuggirgli sempre. Ma lui non si era sottratto a questa sfida.
La favola dove i gatti perdono la loro identità quando il potere vuole convincerli che sono topi e poi la recuperano, ma non per sempre, è l’allegoria non solo del fascismo, ma del potere stesso e della sua ambiguità, per cui non si vince mai. La derisione è l’ironia che rivela questa ambiguità. Ma la derisione non basta. L’ambiguità resta, anzi. L’antifascismo e la Resistenza non sono bastati, questa democrazia è fragile e si può perdere ancora.
Con questo tentativo di romanzo Pratolini aveva rotto l’equilibrio del suo mondo, quello narrato nei suoi capolavori: Il quartiere, Cronaca familiare, Cronache di poveri amanti. I libri dove generazioni di fiorentini si erano riconosciuti e per cui Pratolini era diventato famoso nel mondo.
La poesia della memoria collettiva aveva dato il senso della Firenze di allora in cui ‘miele e fiele’ si mescolavano realizzando una singolare armonia stilistica.
Ma questo non gli era bastato più, cercava le ragioni di quella storia. Una storia italiana di cui non veniva a capo. Il suo era un non-romanzo che subiva la disarmonia della realtà, la narrazione si spezzava in tempi diversi e l’ambiguità generava modalità più complesse e oscure, stilisticamente non risolte. La critica lo aveva attaccato, il pubblico non lo aveva apprezzato, ma lui aveva chiuso i conti con se stesso e la sua generazione. Lasciando tutto aperto.
Da allora il suo silenzio parlava più della sua scrittura.
Vennero il sessantotto e il dopo, gli studenti e gli operai, le stragi di stato e le BR, il referendum sul divorzio e la vittoria delle sinistre nella amministrative del ‘75. A giugno bandiere rosse anche a Firenze e a Roma. E a luglio questa ragazza uccisa così.
3. Pratolini: l’ultimo libro
Dopo l’estate del ’75 Vasco era tornato a Roma Nelle interviste con Lietta Tornabuoni e poi con Oreste del Buono aveva detto che la tragedia di questa ragazza fiorentina lo aveva spinto a tentare una storia che parlasse di questa generazione, quella dei suoi nipoti. Ma non ce la faceva.
Doveva arrivare il ’77 con la rabbia giovanile contro il PCI, la P38 nei cortei, l’assalto a Lama nell’università di Roma, il pianto per le vittime del terrorismo rosso e nero, il compromesso storico di Moro e Berlinguer, e poi il ’78 delle BR con il sequestro e l’assassinio di Moro. ‘Il golpe di via Fani’, lo chiamano alcuni.
Pratolini ora sapeva che la democrazia era colpita a morte, che il suo Partito Comunista era stato messo alle corde, che la sconfitta era storica. Così il suo silenzio non poteva continuare.
E’ allora che decide di scrivere, a costo di non riuscire. La verità conta più dello stile.
Lui sa che uno scrittore è prigioniero del suo tempo narrativo che forma il suo stile. Il punto più alto si raggiunge una volta sola. Dopo ci sono solo tentativi. Spesso sfortunati.
Lui può solo scrivere della sua Firenze, ripensare il passato con il tormento del presente. E ci prova.
Nel marzo del ’78 fa partire la sua nuova storia. L’ultima.
E’ la storia di una ragazza della sua città, la nipote 22enne di Natascia che negli anni ’30 era la sua ragazza. La nipote proprio in quel marzo gli porta un pacchetto di fogli scritti. Sono le poesie che lui consegnò alla nonna di lei prima che si lasciassero.
“Il mannello di Natascia” è il titolo del libro.
Pratolini inseguito dal presente cerca ancora una volta di ripensare il passato.
Parte dalle sue poesie degli anni ’30, passa atttraverso la Firenze del ’44 e poi del ’66. Sempre scrivendo in versi. Nella seconda parte, si confronta con un’amica più giovane di lui che ha un figlio che si droga e con la nipote di Natascia, che milita nella sinistra estrema, la generazione dei ragazzi del ’77.
Sono dialoghi intrecciati con due generazioni di donne.
La giovane estremista del ’77 contesta gli intellettuali come lui, di sinistra e del PCI.
Non hanno più nulla da dire, ora che sono omologati al potere. Lui le rimprovera la sua violenza infantile e assurda. Lei racconta della sua splendida nonna e di Maria Grazia la sua compagna di scuola, la sua amica del cuore. L’ultima volta che l’ha vista è stato a Firenze durante il funerale del fratello Berto, ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia. Da allora Maria Grazia diventerà clandestina. Senza sparare un colpo, non ne avrà il tempo. Sarà uccisa prima, una sera mentre rientra a casa. Finirà in uno ‘scontro a fuoco’, anche la storia della nipote di Natascia:Viola, il nome di battaglia che si era scelto.
‘Era l’allodola venuta a posarsi sul gattice infido, così è morta.’
Con queste parole si conclude l’ultimo capitolo ”Ora che s’è fatto silenzio”. E’ il dialogo tra Natascia e Buonalana, (così lei chiamava lo scrittore quando era la sua ragazza).
‘… una persona che non abbiamo conosciuto e che ci chiede solo pietà. Pietà e amore.’
‘Ha preso la via del deserto incontro alla sua fata morgana. Quanto ne siamo estranei, mi chiedo.’
Una tragedia assurda. Una sconfitta totale. Nessuno ne è estraneo.
Ma silenzio sarà davvero. L’ultimo libro di Pratolini esce nel 1980 su una rivista, nel 1985 è edito da Mondadori nella collana della Medusa.
Passa quasi inosservato. Poche le critiche, tutte negative. Poi più nessuno ne parlerà. Quegli anni di piombo saranno rimossi e quel libro sparirà, finchè due giovani fiorentini andranno a cercarne le tracce e scopriranno che Maria Grazia e suo fratello sono Annamaria e Luca Mantini.
Anch’io l’ho letto questo libro, dopo vent’anni. Sono andato a cercarlo in biblioteca e ne ho fatta una copia. Pratolini aveva ragione ad averne paura. E’ un’opera stilisticamente non risolta, faticosa a leggersi, pesa come il piombo e a volte patetica. Un Pratolini che ti viene voglia di respingere. Una disperazione scritta male, la sua.
A rompere il suo silenzio ci voleva il suo coraggio.
Ma il suo grido non ha bucato la cortina impenetrabile che noi abbiato steso sopra la nostra paura. Una paura storica.
Il gattice era infido. E le allodole erano le vittime, tutte le vittime. Come è potuto accadere. Senza rispondere non c’è futuro, almeno per chi vuole cambiare lo stato delle cose presenti.
Pratolini dopo non ha scritto più nulla. E’ morto nel gennaio del 1991. Aveva 77 anni. E’ sepolto nel cimitero di Monte alle Croci.
Solo qualche anno fa hanno dato il suo nome a quel pezzo di viale tra Piazza Tasso e viale Aleardi.
Ai confini del Quartiere 4.
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