AdriaCo
“Collezione di arretrati”
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Vi lasciamo raccontare da vicino il raffinato mondo di AdriaCo, quello del suo primo disco di inediti dal titolo “Collezione di arretrati”: una produzione moderna e assai accattivante, che forse manca ancora di quel ritornello efficace per rapire il consenso di tutti (visto che parliamo di pop)... ma in fondo è di un cantautore la pelle, in fondo è la vita e quel suo certo modo di starci dentro il cuore pulsante e l'unico centro che importa veramente...
Qual è il vero punto di forza di questo disco secondo te?
Preferisco sempre che siano gli altri a darmi i loro pareri su quello che ascoltano, perché un cantautore pur volendo non sarà mai davvero obiettivo. Le nostre canzoni sono sempre le nostre creaturine. Credo, che un vero punto di forza possa essere la sincerità. Ma lo dico solo provando a mettermi nei panni di chi non mi conosce e ascolta per la prima volta. E anche pensando a quello che mi piace sentire negli album degli altri. Mi sembra un disco molto diretto, che può parlare alle persone, che racconti qualcosa di autobiografico ma svincolandosi da un vissuto troppo personale, potendo così risuonare ad altre persone. Credo che il punto di forza sia proprio nelle parole, sì.
E quale il suo neo più grande? Test di sincerità…
Ne ha diversi, a seconda dei punti di vista. In primis per chi cerca musica più commerciale, le canzoni sono lunghe e poco "pop" nel senso italiano del termine. Non è un neo per me, ma nel 2026 lo è per molti ascoltatori. Sto decidendo se farmene una ragione e adattarmi o fregarmene e continuare a scrivere come mi viene. Però allo stesso tempo non è nemmeno dichiaratamente alternativo, non ha un'estetica e un linguaggio collocabile a pieno nel rock e questo lo rende poco interessante per altri ascoltatori. Infine per chi ama il cantautorato e la centralità della parola, è vero che do peso ai testi, ma carico anche molto la cornice sonora e questo è poco apprezzato da chi ama il cantautore "old style". Per cui in sintesi, forse è un disco che somiglia a tante cose ma a nessuna in particolare.
La copertina come nel video di “Dire”: parlaci di questa collaborazione sul piano grafico e visivo…
Ne vado molto fiero, mi piace mescolare le arti e avvalermi di collaboratori che sanno cosa stanno facendo, ciascuno nella propria disciplina. In questo caso Matteo Lucibello che ha realizzato le copertine per ciascuna canzone. La sua idea era quella di creare un inventario di mostri, qualcosa di rassicurante come un cartone animato ma allo stesso grottesco e inquietante, un po' come certi ricordi d'infanzia che emergono in analisi. Ha dato la sua visione, si è lasciato ispirare. Non tutti hanno apprezzato, c'è stato anche chi ha detto che non c'entrano nulla con le canzoni o che avrebbero preferito una mia foto. Io penso che invece siano un valore aggiunto. E mi hanno dato modo anche di svilupparle in modi inaspettati, per esempio quando ho commissionato le animazioni a degli ormai ex-studenti del Rossellini di Roma. L'idea è che le grafiche potessero diventare parte integrante di videoclip (come in Dire), o che possano essere proiettate durante i concerti.
La fanciullezza, per restare in qualche modo sul tema, è segno indelebile anche del suono di questo disco o sbaglio?
Direi di sì, al di là dei temi "familiari", è stata una scelta quella di "svecchiare" gli arretrati ma non troppo, essere fedeli al sound di quando le ho scritte. Io lo sento molto e in qualche punto mi disturba quasi, perché mi viene da pensare "certo per questa cosa potevamo trovare un suono più interessante", o sento quasi l'esigenza di remix più contemporanei. Però poi penso che davvero è stato tutto voluto, nel vortice di persone coinvolte c'è stato un filo conduttore, il richiamo all'infanzia, gli strumenti giocattolo, ma anche all'adolescenza, almeno alla mia, a quello che ascoltavo. Alcuni omaggi sono quasi dichiarati (avevamo tracce di chitarre nel disco chiamate Fix You, per dirne una, potete trovarle abbastanza facilmente). Per cui ha senso e sono felice che si percepisca.
E quindi che rapporto hai col passato?
Ora migliore. Sto accettando di avere ormai quasi doppiato la maggiore età. Ci sono cose che si capiscono davvero solo crescendo, quella sensazione strana di aver vissuto mille vite, che restano tutte lì e in qualche modo puoi ritornarci quanto rincontri qualcuno, ritorni in un luogo. Per chi scrive canzoni, cantarne una scritta tanti anni prima è come riaprire una finestra su quella versione di noi, quel momento specifico. Questa nostalgia, questa malinconia, fa parte di me da sempre, ma può essere bella se messa a frutto, se non diventa tutto un "aaah i bei tempi andati". Per me è vitale mantenere un rapporto col passato, "non butto niente" come dico in Mercato. L'importante è non lasciarsi fagocitare dagli arretrati della vita, che siano canzoni non pubblicate, progetti non realizzati. Non lasciare insomma che il tempo che passa diventi una gabbia per chi si è veramente.
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