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Marco Cantini: il disco su Elsa Morante

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MARCO CANTINI
“La Febbre Incendiaria”

COVER CANTINI

“Un figlio” - Official Video

Ritroviamo un disco ampiamente anticipato nei mesi precedenti. Ciò che prima di tutto sorprende è questo suono dai contorni classici e dal sapore leggero che quasi fosse una pennellata - ovviamente d’autore - impreziosisce la canzone e le liriche che non fanno pace con una design pop da strofa e ritornello sfacciati e misurati per il gusto delle radio. Insomma quello che abbiamo tra le mani è un disco davvero prezioso, di parole non sempre facili, di un suono ripreso live da Gianfilippo Boni e dagli arrangiamenti cesellati a dovere da Francesco Moneti (Modena City Ramblers) e Claudio Giovagnoli (Funk Off). Questo è il nuovo disco di Marco Cantini, cantautore toscano che torna in scena con questo lavoro dal titolo "La febbre incendiaria" composto da inediti dedicato al romanzo “La storia” di Elsa Morante: un viaggio lungo 14 canzoni e ricco di featuring in cui l’artista mette in mostra l’opera della Morante, celebre soprattutto per le contestazioni e le censure ricevute e per quel dissacrante quanto romantico modo di destrutturare la società (allora) moderna, le visioni future e i contorni politici e sociali di una guerra nata dalla forza del potere costituito e finita tra i borghi del popolo di tutti i giorni. Cantini pone il focus su momenti precisi del romanzo e li dipana in canzoni leggere, gustose, ricche di arie libere e di un arredo assai elegante e prestigioso. Un disco importante per la cultura, assolutamente lontano dalle mode indie, per niente dispiaciuto di vedersi (purtroppo) emarginato dai circuiti “sapientemente attenti" a dar voce al mercato facile di superficie. Un ascolto da fare con molta attenzione. Astenersi modaioli di poca curiosità. Bellissimo anche l’oggetto disco pubblicato dall'attentissima RadiciMusic, con queste tavole dipinte a mano dal padre dell’artista, Massimo Cantini. L’Italia è piena di bellezza. Ha forza di gridare. Basta solo evitare di voltarsi dall’altra parte con quella frenesia di entrare nei centri commerciali.

Elsa Morante. Immagino sia una domanda ricorrente. Ma perché proprio lei?
Ma soprattutto perché il desiderio di questo romanzo? Io dietro ci vedo il bisogno di un messaggio che torni alle origini…
Per ragioni che oggi più che mai sento particolarmente cogenti per il momento storico, politico e sociale che stiamo attraversando. Credo che chiunque faccia arte abbia il dovere di dare un contributo - piccolo o grande che sia - allo sviluppo di una riflessione che cerchi di smuovere le coscienze. Meditare sul ‘900 significa anche considerare ampiamente il nostro tempo, farlo con lucidità, spingendoci a comportarci ogni giorno della nostra esistenza con la responsabilità di chi si sente parte attiva e influente nel mondo.

Un suono “live” in studio. Necessità tecniche, tempo ed economia, oppure una qualche decisione artistica dietro?
Una scelta artistica nella maniera più assoluta. Ponderata e pianificata dal sottoscritto assieme a Gianfilippo Boni e Fabrizio Morganti. A vantaggio della qualità dell’intero disco.

Ritroviamo Francesco Moneti ma anche Claudio Giovagnoli dei Funk Off. Come avete retto l’equilibrio di tutti questi contributi? Chi ha contribuito a cosa?
Francesco e Claudio sono due grandi musicisti, oltre che due splendide persone. Lavorare con loro e con gli altri che hanno preso parte agli arrangiamenti è stato emozionante. Avevo le idee molto chiare sugli obiettivi, su ciò che volevo da questo album, decidendo già in fase di scrittura dei brani sia le strutture definitive che le melodie dei temi strumentali. Dopodiché la grande classe dei musicisti in sala prove, tutti al servizio unicamente delle canzoni - da veri professionisti - senza inutili leziosità, ha fatto il resto. E ci ha consentito di ritrovarci in studio di registrazione con piena consapevolezza del proprio ruolo, in un’atmosfera ideale, priva di tensioni. Ci siamo molto divertiti, e spero che questa magia venutasi a creare sia percepibile nel disco.

Ritroviamo anche le opere pittoriche. Questa volta di tuo padre, Massimo Cantini. Di nuovo il bisogno di associare immagini a parole?
Mio padre aveva curato anche gli interni del booklet nel mio precedente album “Siamo noi quelli che aspettavamo”. La differenza è che per quest'ultimo non ha dovuto realizzare niente appositamente, ma mi ha solo gentilmente concesso di utilizzare alcuni suoi dipinti (che per tematiche e stile ho trovato da subito ideali al mio scopo). Oltre a questo, il rigore compositivo, l’ordine scenico preordinato e quella silenziosa drammaticità che aleggia sempre nelle sue opere, mi restituisce sempre un forte appagamento estetico al quale anche stavolta non ho voluto rinunciare.

Dunque questi sono tutti caratteri che ritroviamo nei tuoi dischi, i disegni, Moneti, Gianfilippo Boni la letteratura... Una sorte di firma e di continuità? Anche le prossime scritture le affronterai in questo modo?
Difficile dire già da adesso cosa realizzerò in futuro. Certamente l’intenzione è quella di continuare a lavorare al meglio, privilegiando sempre la qualità che non può mai prescindere dall’anima dei bravi musicisti e dal rigore dei seri professionisti.

Cantare per narrare un romanzo, un evento politico, un personaggio della storia. Cosa porta alla canzone che diversamente non avrebbe?
Dal mio punto di vista, nelle canzoni si può parlare di tutto. L’aspetto fondamentale è il modo in cui viene fatto: ad esempio la poeticità, le trasfigurazioni e l’utilizzo di certe metafore sono ingredienti che possono fare la differenza nella bellezza di una scrittura. O magari uno straordinario senso dell’ironia e della provocazione, e penso al grandissimo Rino Gaetano. Quindi alla fine la vera differenza, più dell’argomento trattato (che da solo non basta), la fa sempre indiscutibilmente la qualità del testo.

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 28 Dicembre 2018 15:14 )  

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