C’è un momento preciso in cui Brigitte Bardot smette di essere un’attrice e diventa un’icona: il 1956, l’anno in cui Roger Vadim la porta sullo schermo in Et Dieu… créa la femme e la ragazza di Passy si trasforma nella Marianne della liberazione dei costumi, nell’incarnazione scandalosa e irripetibile di una femminilità che non chiede il permesso di esistere. Sei anni più tardi, nel 1962, è ancora Vadim a dirigerla in Le repos du guerrier - Il riposo del guerriero - film girato in parte in Toscana, tra San Gimignano e le navate scoperte dell’abbazia cistercense di San Galgano, e per il quale Bardot soggiornò a Fiesole, a Villa San Michele. È questo il film che ha inaugurato, mercoledì scorso, la diciottesima edizione di France Odéon, il festival del cinema francese contemporaneo diretto da Francesco Ranieri Martinotti, in corso fino al 1° novembre tra il Cinema La Compagnia, l’Institut français Firenze, il Teatro di Fiesole e gli spazi di The Artists’ Palace Florence.

La scelta non è sentimentale. Brigitte Bardot è scomparsa nel dicembre 2025, e l’omaggio che France Odéon le ha tributato nella serata di pre-apertura - introdotto dal critico Marco Luceri alla presenza della sindaca di Fiesole Cristina Scaletti - vale come gesto storiografico prima ancora che affettivo. Le repos du guerrier, tratto dal romanzo di Christiane Rochefort, mette in scena una meccanica del desiderio che all’epoca della sua uscita suscitò scandalo autentico: Geneviève, giovane donna borghese in viaggio a Digione per questioni ereditarie, varca per errore la soglia di una camera d’albergo e salva dal suicidio lo sconosciuto Renaud Sarti (Robert Hossein). Inizia così una traiettoria affettiva disfunzionale e travolgente, in cui la protagonista sceglie consapevolmente di legarsi a un uomo cinico e instabile. L’esplicitezza con cui il film trattava il desiderio femminile - non conciliato, non punitivo, non redento - era di per sé un atto di sovversione nei confronti dei modelli sentimentali dominanti.
Il radicamento toscano del film aggiunge alla proiezione un ulteriore strato di senso. Vadim portò le sue cineprese a San Galgano (la chiesa cistercense del XII secolo rimasta senza tetto, priva di copertura dal Settecento) rivelando al pubblico internazionale quella monumentalità silenziosa e spettrale molto prima che Andrej Tarkovskij ne immortalasse la suggestione nella scena finale di Nostalghia (1983). È uno di quei dettagli che il cinema conserva meglio di qualunque archivio: la storia di un luogo custodita nelle immagini di un film, consegnata per questa via a una circolazione che nessuna guida avrebbe garantito.

Ma il festival non si esaurisce nell’omaggio. France Odéon compie diciott’anni in un’edizione che celebra anche i quarant’anni di presenza del cinema francese a Firenze - un percorso iniziato nel 1986 con France Cinéma, che dopo ventitré edizioni ha passato il testimone all’attuale manifestazione - e lo fa con una selezione che dice qualcosa di preciso sullo stato del cinema d’autore francese contemporaneo. Sette film in concorso per la Foglia d’Oro, tre fuori concorso, una costellazione di presenze che include Vincent Lindon, Nicole Garcia, Léa Drucker, Charline Bourgeois-Tacquet, Stéphanie Pillonca e Marine Atlan.
Colpisce, scorrendo il programma, la concentrazione di sguardi femminili - tanto tra le registe quanto tra le protagoniste - che attraversa questa edizione quasi come un filo conduttore implicito. La vie d’une femme di Charline Bourgeois-Tacquet, con Léa Drucker, Mélanie Thierry e Charles Berling, esplora le stratificazioni e le contraddizioni dell’esistenza contemporanea attraverso una drammaturgia dell’intimo; Milo/7h40 ce matin-là di Nicole Garcia, con Marion Cotillard, Théodore Pellerin e Laure Calamy, porta il cinema francese a interrogarsi sulle zone di ombra della memoria e dell’identità; Les jours d’après di Stéphanie Pillonca, con Léa Drucker e Jalil Lespert, è un’altra anteprima italiana che aggiunge alla selezione una voce narrativa puntuta e rigorosa. Non si tratta di una programmazione militante, quanto di una coerenza di sensibilità: il festival sembra riconoscere che il cinema francese di questi anni trova alcune delle sue tensioni più vive proprio in questa direzione.

Fuori concorso, tre titoli di peso differente e di grande rilevanza critica. La Gradiva di Marine Atlan - Grand Prix alla Semaine de la Critique di Cannes, con Colas Quignard, Antonia Buresi e Mitia Capellier - vale anche come occasione per la consegna del Premio France Odéon Sguardi Mediterranei 2026, riconoscimento dedicato agli autori che nel proprio lavoro restituiscono le complessità culturali e umane del Mediterraneo. Notre salut di Emmanuel Marre, premiato a Cannes per la sceneggiatura, e Un bon petit soldat di Stéphane Brizé - premio per la miglior sceneggiatura all’ultima Mostra di Venezia, con Vincent Lindon e Alba Rohrwacher - segnano i due estremi di una riflessione sul sociale che il cinema francese sa ancora praticare con radicalità. Il film di Brizé verrà proiettato al Teatro di Fiesole, sabato 31 ottobre alle ore 11.00, in presenza di Lindon: un appuntamento che promette di essere tra i più attesi dell’intera rassegna. La giornata di chiusura, domenica 1° novembre, si svolgerà tutta al Cinema La Compagnia: cerimonia di premiazione alle 17.00 con a seguire la proiezione di Notre salut mentre il gran finale è affidato a Le rêve américain di Anthony Marciano (ore 20.45).

Non si può parlare di questa edizione senza ricordare la figura di Aldo Tassone, al quale giovedì 29 ottobre il festival ha dedicato un incontro speciale nella Sala Collezioni di Palazzo Bastogi. Critico cinematografico di formazione torinese, profondo conoscitore e divulgatore del cinema francese in Italia, Tassone è stato una delle figure fondative di questo rapporto tra Firenze e il cinema d’Oltralpe: la sua presenza intellettuale si è intrecciata con la storia stessa di France Cinéma prima e di France Odéon poi, e il suo lascito - le monografie, gli incontri, il lavoro instancabile di mediazione culturale - continua a orientare lo sguardo di chi si avvicina a quella cinematografia. L’omaggio di France Odéon (con la sottolineatura personale di Ranieri Martinotti, dal palco giovedì sera) ha assunto una dimensione particolarmente intensa nell’anno in cui il festival celebra la propria maggiore età: Tassone appartiene alla genealogia che rende possibile tutto questo.
Nell’orbita degli eventi collaterali, segnaliamo anche il convegno I.A. ed equo compenso, che negli spazi dell’Institut français Firenze intende mettere a fuoco, in collaborazione con la SIAE, il tema della tutela del diritto d’autore nell’epoca dei modelli generativi: un dibattito urgente che France Odéon ha scelto di ospitare come gesto di posizionamento critico, facendo seguito ad un’attenzione già rivolta al tema anche negli anni scorsi.
Come abbiamo detto, i premi verranno assegnati domenica 1° novembre dalla giuria composta da Valeria Golino, Federica Pontremoli, Ena Marchi, Marco Bechis e Salvo Bitonti. Il trofeo - la Foglia d’Oro, una sottile lamina in oro purissimo protetta tra due lastre di cristallo, realizzata dall’azienda fiorentina Giusto Manetti che da oltre quattrocento anni pratica l’arte del battiloro - sintetizza in sé la logica del festival: un dialogo tra l’artigianato della tradizione e l’inquietudine del contemporaneo, tenuti insieme da un’ostinata fedeltà alla sala cinematografica come luogo di pensiero.
crediti fotografici: France Odéon
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