La città di Ferrara nella sua enorme storia ha da sempre prestato attenzione ai suoi figli. In particolare Michelangelo Antonioni ha avuto con la sua città un rapporto d'amore e di separazione. Quasi un attaccamento non facile. La sua poesia cinematografica ha sempre sorpreso per quella cura quasi maniacale di ogni narrazione. Ovvero in ogni narrazione Antonioni guarda con occhio attento quello che succede sulla scena, ovvero quello che costruisce di volta in volta. D'altronde il suo è un cinema unico al mondo, la sua incredibile duttilità fantastica e quel distacco emozionale apparente. I suoi film, quelli del periodo della rivoluzione, portano in sè proprio quella intima ricerca di affinati accordi. Non si sa per quale ragione, ma Antonioni non fece mai un film simile all'altro. Con una enorme fatica nel creare nuove trame. E' il caso di Professione Reporter, un documentario apparente con Jack Nicholson come protagonista, in una visionaria realtà dell'altro mondo. Con paesaggi infiniti e suoni infiniti. Questa è una storia che apparentemente è tale. Invero Antonioni narra quello che più gli urge, la solitudine del protagonista. Perchè la vita è fatta da protagonisti e da non protagonisti. Qui Nicholson è un vero uomo che vuole vivere, Insomma oggi tutto questo non esiste, spesso il cinema che viviamo non ha protagonisti. Con le dovute eccezioni. Ebbene il Comune di Ferrara nel suo sistema museale ha creato una bellissima struttura, Spazio Antonioni, luogo nel quale confluiscono i lasciti del regista. Una bellissima idea e presenza. In questo contenitore che già in sé evoca bellezza e passione, vi è appunto la mostra fotografica di Professione Reporter, ovvero le foto di scena, sceneggiature e altro materiale. Ma quello che è importante è la saggia e meticolosa messa in opera. Nicholson riappare poco fantasma e molto presenza. Assieme a Maria Schneider, il filo del tempo passa come se ci fosse una clessidra che scorre. Ma al contrario. Dunque la mostra è da vedere ed è visitabile fino al 12 aprile.