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5 broken cameras

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5 broken cameras

Un film di  Emad Burnat e Guy Davidi



 

“Se non si racconta non si esiste”…

Questo è il fatto cruciale da dove prende spunto il realizzarsi di un film, un documentario, pezzi della vita vera messi insieme. Questa volta non è un film pensato già da prima, da un regista che trova le storie e le mette nella sua cornice artistica per presentare la sua bravura a un’ audience. Questa volta si tratta dei fatti reali, ripresi con la voglia di mostrare al mondo come una voce debole chiede i suoi diritti. I diritti fondamentali dell’ essere umano. L’esistenza e la sopravvivenza. “5 broken cameras”- Cinque telecamere rotte, gli sono costate all’ iniziatore di questo film Emad Burnat, per riprendere tutti i movimenti, gli scontri e i confronti che si sono sviluppati durante un periodo di 5 anni in un piccolo villaggio palestinese, una terra sorprendentemente occupata dai soldati israeliani che costruiscono lì una barriera. Barriera che per gli abitanti diventa il limite della loro libertà.

Inizialmente Burnat compra una telecamera per creare dei ricordi, riprendendo il nuovo arrivato in famiglia, il quarto figlio Gibreel. Una nascita che corrisponde con l’occupazione da parte degli israeliani. Ed è proprio con la crescita di Gibreel che si sviluppa tutta la storia assurda, con degli scontri di terrore, che tolgono la vita a tanti abitanti indignati dopo aver visto la loro terra presa davanti agli occhi. E sono gli occhi innocenti del ragazzino che sono costretti a vedere tutto quello che accade.

Questo film si divide in 5 parti, dove in ogni parte c’è una vittima, sempre una telecamera, che in qualche caso è diventato anche lo scudo per il regista al quale ha salvato la vita, intercettando la pallottola prima di lui. Pero Burnat facendo le sue riprese ha sofferto anche altri danni materiali nel suo corpo, e anche psicologici, vedendo ogni giorno un amico morto o un fratello arrestato, sempre con il suo occhio che ormai è diventato la telecamera. L’idea di mettere questi pezzi insieme e di creare proprio un film dal real life , arriva dopo l’incontro con Guy Davidi, per l’ironia della sorte un regista israeliano. Davidi crea una chiusura del film e aiuta nel montaggio delle riprese mettendo anche con la sua bravura il pizzico artistico di un film, e per questo riceve anche gli applausi lunghi e meritati delle persone in sala al cinema Odeon. Anche se quando si esce dal cinema non si è certi di aver visto un film, un documentario o di aver sentito una voce che vuole presentare la sua esistenza sofferta  al mondo. Davidi è Burnat anche senza il film, assieme diventano un messaggio per il mondo aggressivo in quale vivono, che l’arte non conosce confini fisici, come li conosce questo conflitto tra i due paesi iniziato da anni, e vedendo sempre vittime i palestinesi.

La bravura a tutti e due va nel creare la storia, creare i personaggi, i quali conducono il film ma senza recitare, e infine si sacrificano per i loro diritti. Come succede a Phil, amico carismatico che conduce sempre le manifestazioni, e trova la morte mentre urla per la libertà. L’unica soddisfazione alla fine  per Burnat che si sentiva sicuro con la sua telecamera, e gli altri abitanti viene solo dopo 5 anni di resistenza, quando mezza parte della terra viene restituita.

È qua che il contadino ormai diventato regista ci crede alla potenza del racconto, la potenza dei media di diventare una voce ascoltata . E quindi: “Se si racconta si esiste”…

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