Ho ritrovato insieme a vecchi articoli, una mia intervista ad Hasan Atyia al- Nassar che doveva servire per una nuova pubblicazione.
Cosa ricordi della tua infanzia?
Tanta polvere, tanto vento e un clima orrendo (umido e spesso secco) ma soprattutto la mancanza di scarpe....chissà perché non vendevano scarpe. Mia madre aveva tanti figli e mio padre ne aveva anche di altre donne. Nel nostro villaggio c'erano sciiti, sunniti, aq nostra famiglia era di orgine kurde. Mia madre diceva che sono nato a Nassiria sulle rive dell'eufrate vicino alle rovine di Ur, la città dei Caldei a sud di Baghdad. Mi ricordo di tante tombe e di tanti piccoli villaggi.
Ricordi la tua casa?
No, ho rimosso. Ricordo il nostro villaggio, era umile e c'erano tante persone, erano tutti agricoltori nei periodi di buona, ma c'era sempre siccità e mia mamma si disperava perché non avevamo abbastanza verdura nell'orto, poi altri vicini di casa erano costruttori di mattoni. Ma i giovani appena potevano scappavano per non essere arruolati.
Cosa ti affascinava?
La cosa che mi affascinava di più era la Ziqqurat di Samarra e anche di Ur e il Palazzo Abbaside che ci portò a vedere il maestro. E poi amavo i fiumi: il Tigri e l'Eufrate. A scuola ci parlano della dinastia sumera e di re Sargon, io mi inorgoglivo pensando di appartenere a quelle culture. Altri racconti che a scuola ci lasciavano a bocca aperta era il periodo Gemedet-Nasr, degli Akkadi e dei babilonesi. Mentre quello che ci chiedevamo era perché la mancanza dell'acqua, dell'Eufrate lontano e il ricordo del diluvio sumerico avvenuto chissà quando. Queste cose ci aprivano le nostre menti, ci portava a discutere e così la curiosità era il mattone della nostra creatività. Quando sono arrivato a Bagdad ho scoperto il Teatro, l'Orchestra (con arpe e lire) e i musei. Poi anche il cuneiforme mi affascinava. C'era una vecchia usanza di lasciare nei mattoni simboli strani spesso cementati insieme al bitume o scritte su marmo nero che dicevano venissero dagli inferi, noi ragazzi cercavamo di decifrarli ma avevamo tanta paura di morire dannati, come ci insegnava la scuola coranica. Una volta ho trovato un piccolo cilindro, per me era il segno di un destino che doveva venire, ma che buttai via perché avevo paura della maledizione.
Perché sei scappato?
La fine degli anni settanta ci fu un periodo di rappresaglie e di epurazioni delle nuove idee e così mio fratello venne ucciso. Decisi che era venuto il momento di andare via....credo che avevo 24 anni. Non c'era ancora Saddam.
Parlami delle tue sorelle
Scherzavamo sempre e Nanna era il soprannome di una mia sorella, Puabi e Inanna delle altre due, ne avevo tante di sorelle tutte belle e più piccole di me.Poco tempo fa mi è arrivata la notizia che sono state uccise e attualmente non ho notizie di un mio nipote.
Perché tutte le tue poesie parlano di morte e distruzione?
Non lo so. Forse scrivo per la rabbia che ho dentro.
Perché sei diventato poeta?
Per raqccontrare e raccontarmi. Come esule mi sentivo vicino a Dante e poi anche noi iracheni avevamo un poema degli inferi così ho iniziato a decantare parole e frasi strane fin dall'infanzia. Componevo storie fantastiche e quando ho potuto ho iniziato a mettere sul foglio i miei ricordi, scrivevo tutto quello che mi passava per la mente. Quando Silvana ha iniziato a battere i miei appunti che poi ha continuato la ragazza di Rignano e dopo anche Giulio Gori, ho iniziato a dar valore ai fogli bisunti che avevo raccolto. Ho sempre sognato tanto e al risveglio non mi ricordavo molto bene le cose ma poi ho imparato...
al- Nasar forse viene da Nasr mi piaceva anche il suono delle parole come Uruk e anche il mio nome "Hasan" gridato da mia madre. Ho iniziato a scrivere per fermare il mio pensiero oppure per scappare dalla paura non lo so. Kesed, Era, inferi, lamenti e guerra sono ricordi di parole che mi sembravano poetiche. Sono sempre scappato e per calmare la mia ansia ho iniziato a bere e così per non essere più rincorso mi sono dato un nome e ho iniziato a scrivere.
Mi ricordo bene la paura e la fame, mi si leggono ancora negli occhi, ma ora sono contento di essere a Firenze
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