Da sabato 14 marzo, Palazzo Strozzi ospita una delle retrospettive più ambiziose mai dedicate al maestro dell'astrazione americana. Un dialogo tra colore e Rinascimento che la città attendeva da molti anni.
C’è qualcosa di inevitabile, quasi di predestinato, nel fatto che le tele di Mark Rothko approdino finalmente a Firenze. Non come un omaggio postumo alla biografia di un pittore, ma come il compimento di un’affinità elettiva che l’artista stesso riconobbe e coltivò per tutta la vita. Quando nel 1950 Rothko visitò l’Italia con la moglie Mell, il suo sguardo si posò sugli affreschi dei maestri toscani - Giotto, Beato Angelico, Michelangelo - con la stessa intensità con cui i suoi occhi si sarebbero più tardi posati sulle proprie tele: cercando non la forma, ma la presenza. Non la rappresentazione, ma l'atmosfera.
È in questa continuità ideale, sostenuta dal passaggio di testimone tra la splendida mostra sul frate domenicano e il nuovo testimone di un fuoco spirituale che brucia nel profondo di ogni essere umano, che sembra ardere la visione rothkiana dell’arte: a un certo punto, nel video che accompagna l’installazione museale, il pittore sembra accordarci il permesso di entrare nei suoi quadri, di farci vicino, di poterli toccare come se quelle superfici fossero le problematiche soglie di un trapasso senza uscita, quello verso l’eternità.
Un ingresso, una relazione, un contatto emotivo. E qui non si tratta nemmeno di materialità della pennellata o di tecniche particolarmente ricercate: Rothko dipinge per sottrarre il superfluo dallo sguardo dell’osservatore del XX secolo, quello spettatore che stava per essere travolto da stimoli visivi eccezionalmente inediti, per quantità e qualità.

Dal 14 marzo al 23 agosto 2026, la Fondazione Palazzo Strozzi presenta una delle più importanti mostre mai dedicate a Rothko, con un progetto espositivo che è, a tutti gli effetti, un atto di restituzione. A cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna, l'esposizione è stata concepita appositamente per Palazzo Strozzi, pensata fin nelle sue articolazioni per dialogare con la città, non soltanto per abitarla. L'idea è in cantiere da cinque anni, al 2021 risale la prima scintilla scoccata tra Arturo Galansino e la curatrice Guena, e la lunga gestazione non ha fatto che affinarne il disegno.
L'architettura come destino
Il percorso espositivo permette di ripercorrere l'intera carriera di Rothko con oltre settanta opere provenienti da prestigiose collezioni private e dai più importanti musei internazionali, tra cui il MoMA e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra e il Centre Pompidou di Parigi. Ma ciò che distingue questa mostra da qualsiasi altra retrospettiva è la scelta di portare il lavoro dell'artista oltre le mura del palazzo, verso una Firenze più intima e silenziosa.
Al Museo di San Marco, le tele di Rothko saranno esposte accanto agli affreschi di Beato Angelico, il cui uso del colore e la gestione dello spazio sacro Rothko studiò attentamente. L'accostamento è deliberato: un tentativo di mostrare come un astrattista del Novecento e un pittore-frate del Quattrocento possano tendere verso fini simili. Non si tratta di una provocazione storiografica, ma di una constatazione silenziosa: entrambi dipingono soglie, spazi di transizione tra il visibile e l'indicibile.
Inoltre, testimoniata dallo stesso Christopher Rothko, la relazione dell’artista americano con il Rinascimento è profonda e antica, risale ai tempi di studio da autodidatta che Rothko seguì in gioventù: non serve troppa fantasia per immaginarsi il giovane artista passare le sue ore nelle sale delle public library americane, immerso tra le pagine illustrate in bianco e nero con le opere del classicismo rinascimentale.
Ancora più suggestivo, forse, è il terzo luogo scelto per la mostra. Nel vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, Rothko studiò come Michelangelo riuscisse a fare sembrare uno spazio piccolo incredibilmente vasto, trasmettendo al tempo stesso un senso di spazio compresso - esattamente l'effetto che i grandi campi cromatici delle sue tele producono sullo spettatore. Non è un caso che proprio lì vengano esposti alcuni studi per le celebri tele Seagram, quella commissione monumentale nata - e poi ricusata con sdegno da uno che si rifiutava di spendere più di cinque dollari per un pasto! - per un ristorante di lusso a New York: per il Seagram Building, Rothko avrebbe dovuto dipingere cinque quadri, ma ne dipinse trentatré, cercando di catturare ciò che Michelangelo cattura nello spazio della Laurenziana. Nove di quelle tele, appunto mai installate, furono donate dall’artista alla Tate e furono consegnate a Londra proprio il 25 febbraio 1970, il giorno esatto in cui Rothko, a New York, aveva deciso di porre fine ai suoi giorni.

Il colore come teologia
Markus Yakovlevich Rothkowitz era nato nel 1903 a Dvinsk, nell'impero russo, in una famiglia ebrea di formazione colta e osservante. A dieci anni era già negli Stati Uniti; a quaranta stava reinventando la pittura. Il suo percorso verso le grandi campiture astratte non fu una fuga dalla figurazione, ma una sua radicalizzazione: abbandonò i corpi per cercare ciò che i corpi cercano.
Il percorso espositivo esplora l'evoluzione dell'arte di Rothko, dalle prime opere figurative, in dialogo con l'Espressionismo e il Surrealismo, alle celebri tele astratte degli anni Cinquanta e Sessanta. Le tele di quegli anni si distinguono per ampie campiture cromatiche capaci di coinvolgere profondamente lo spettatore attraverso un linguaggio fatto di spiritualità e poesia. Chiunque abbia sostato a lungo davanti a un grande Rothko sa che questa non è metafora: quei rettangoli di arancio, di olivo grigiastro, di verde, di maroon e di nero non chiedono di essere guardati, chiedono di essere abitati. Non descrivono un'emozione: la convocano.
L'arte di Rothko si configura come un percorso immersivo nelle emozioni più profonde, da affrontare con apertura, lasciando che lo sguardo colga non tanto le dimensioni e la geometria, quanto piuttosto le tensioni interiori. Per chi sa aspettare, davanti a quelle tele, il colore comincia a muoversi. I bordi sfumano. La tela respira.
In questo silenzio, rotto solo dal sereno fluire emotivo di chi si mette davanti ad una di queste tele, sembra risolversi il mistero di questa ricerca artistica: fare del dipinto non un’immagine da leggere ma un’esperienza da vivere, quasi un sentimento.

Un progetto di famiglia
Che la mostra sia curata da Christopher Rothko, figlio dell'artista, aggiunge una dimensione ulteriore al progetto - non soltanto biografica, ma quasi etica. Christopher Rothko dichiara che suo padre sarebbe stato entusiasta, davvero emozionato di questa esposizione fiorentina, e che l'idea di mettere le sue opere in dialogo con San Marco e la Laurenziana risponde a un sogno che Rothko stesso aveva coltivato: quello di dipingere piccole cappelle laiche, luoghi dove il colore potesse svolgere la funzione che nelle chiese medievali svolgeva l'affresco - preparare l'animo al silenzio.
Il catalogo della mostra, pubblicato da Marsilio Arte, raccoglie saggi dei curatori e contributi di David Breslin, Gerhard Wolf e Marco Cianchi, lo studioso fiorentino che per primo guidò Christopher Rothko tra i luoghi della città che il padre aveva amato. Un volume che è già, di per sé, un atto critico di rilievo.
Perché Firenze, perché ora
Sarebbe riduttivo leggere questa mostra come il semplice approdo di un grande nome americano in una città d'arte italiana. È piuttosto la verifica di un'ipotesi: che certe esperienze pittoriche, al di là dei secoli e degli stili, parlino la stessa lingua. Che Beato Angelico e Rothko, il frate e l’emigrante, il pittore di angeli e quello dei rettangoli, abbiano cercato la stessa cosa con mezzi diversi - una pittura che non raffiguri il sacro, ma lo produca.
Firenze, città che ha imparato da Giotto a guardare la luce, è il luogo giusto per mettere alla prova questa tesi. Palazzo Strozzi, con la sua pietra forte e i suoi cortili silenziosi, è l'involucro giusto. Resta solo da sapere se noi spettatori saremo all'altezza dell'incontro - se sapremo, per una volta, smettere di leggere e cominciare semplicemente a vedere.
Così, togliendo il superfluo, togliendo le domande e togliendo ancora tutto il possibile, si arriva all’ultimo spazio dell’esposizione. Quella sala 10 che, nella sua stessa forma, appena abbozza ma senza dubbio richiama alla mente l’ottagonale Rothko Chapel di Houston e nella quale lo spettatore si trova ad aver compiuto lo stesso percorso dell’artista, almeno in metafora: le tonalità si fanno più sfumate, l’atmosfera prende la dimensione di una intimissima, definitiva pacificazione. Sono opere di dimensioni medie - quasi domestiche, quotidiane - su carta vergata, nelle quali Rothko sembra aver compiuto la sua formidabile sintesi: dove finisce tutta quella luce, dopo aver bruciato senza nemmeno un crepitio?

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crediti fotografici: copyright 1998 e 2025 by Kate Rothko Prizel and Christopher Rothko / Artist Rights Society (ARS), New York / SIAE Roma
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