È possibile considerare una mostra d’arte come se fosse un oggetto? Come una di quelle cose che ci attraversano la quotidianità e alle quali nemmeno facciamo più caso? O che, al massimo, maneggiamo solo in funzione di un utilizzo pratico, come se fossero degli arnesi? E se si tratta di qualcosa di così comune, normale, del tutto ordinario, che senso ha continuare a collezionarle?
Perché questo accade, è accaduto, e non soltanto al sottoscritto ma anche alle altre persone con cui mi trovavo, nel visitare la tanto acclamata mostra di Palazzo Reale a Milano, «Cézanne / Renoir. Capolavori dal Musée de l’Orangerie e dal Musée d’Orsay», quella che in pochi giorni dall’apertura delle prevendite aveva macinato (e probabilmente continuerà a macinare) migliaia di biglietti.
Perché l’industria culturale dei nostri tempi sembra voler utilizzare spazi enormi, come appunto il palazzo milanese, e renderli uno snodo, il crocevia rumoroso e impersonale per gli scaffali dove le merci artistiche brillano e, quasi, ci vengono addosso.
A questa forma di estrattivismo talvolta corrisponde un’idea di fruizione piuttosto povera che considera l’arte non più strumento di crescita culturale di una società ma l’ennesima occasione di fare incassi trattando peraltro una materia stimolante e complessa come se fosse intrattenimento puro, spettacolo, edutainment di bassa lega. Un’industria dello spettacolo che, in questa declinazione, fa a meno di qualsiasi apparato scientifico (in passato, capitava spesso che da grandi mostre personali nascessero delle revisioni critiche oppure delle monografie vere e proprie in grado poi di affermarsi come pietre miliari della critica d’arte; pubblicazioni che segnavano un prima e un dopo, un autentico spartiacque) per concentrarsi invece su particolari secondari, vicende biografiche insignificanti, aspetti vagamente pettegoli. Si solletica il sentimento, l’emotività, il sentire la produzione artistica come se fosse un profumo, un giro di giostra, una leccata di zucchero filato. Si considera forse il pubblico incapace di capire e destinato solo allo svago/svacco? Chissà…

Più in generale, di fronte a certe operazioni tanto ardite, si ha talvolta persino l’impressione di capitare in una Disneyland qualsiasi: mostre che prevedono installazioni artificiose, ricostruzioni posticce e volgari di non si sa quali ambienti d’epoca, apparati tecnologici fini a sé stessi che finiscono per agghindare invece che spiegare o, ancora, l’iperkitsch immersivo che trasforma un’opera d’arte in una specie di, simbolicamente parlando, adesivo da parabrezza.
Tornando invece a concentrarsi sulla mostra milanese, vanno segnalate sinceramente didascalie povere e un po’ sempliciottesche e tutto sommato una sensazione generale di tono minore: simpatiche illustrazioni, pezzi secondari che non restituiscono molto delle complesse parabole artistiche dei due maestri e che anzi lasciano l’impressione di aver percorso un retrobottega, un magazzino di promesse non mantenute; l’impressionismo visto da qui sembra un trastullo velleitario, una corrente artistica che non ce l’ha fatta.
Al contrario - era il 14 aprile 1874 quando si aprì nello studio parigino del celebre fotografo Nadar la prima mostra degli artisti indipendenti – i suoi 150 anni l’impressionismo se li porta benissimo, intanto perché continuiamo a riconoscergli un’eredità fondamentale negli sviluppi della pittura da lì in avanti e poi perché la capacità di rompere vecchie rigidità e aprire nuovi spazi espressivi è stata davvero una rivoluzione, un atto di coraggio capace di leggere il proprio tempo e le sue trasformazioni.

Sappiamo anche che un’eredità del genere è difficile da maneggiare proprio a causa della sua aura: “impressionismo” è oggi un marchio di fabbrica internazionale (per questa importante ricorrenza decine sono state le iniziative espositive in giro per il mondo…), una griffe modaiola, un logo che oscilla tra mondi diversi, tra storia dell’arte, marketing spinto e turismo di massa che sposta orde di visitatori ma lo fa talvolta come se fossero bimbi al luna park: bocche spalancate e sguardi persi nel vuoto delle lucine rutilanti.
Alla fine, tenere insieme tutto diventa pericoloso e, invece di uscire arricchiti, se ne viene fuori più poveri, più stanchi, più infastiditi: tutto è - e ancor di più? - merce e l’arte come portato culturale perde di spessore e di significato. Così, quando quello spessore si assottiglia troppo, rischi di trovarti davanti ad un foglio di carta velina: talmente sottile da poterci guardare attraverso…
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