"Attualmente nel mondo occidentale, il suicidio è un atto conscio di auto-annientamento, meglio definibile come uno stato di malessere generalizzato in un individuo bisognoso che, alle prese con un problema, considera il suicidio come la migliore soluzione" diceva Shneidman, padre della cosiddetta suicidiologia.
Il suicidio nella nostra società è spesso un po’ un tabù un po’ un’azione incomprensibile. Togliersi la vita è un atto troppo grande, per la religione è andare contro alle leggi di Dio, per mole persone è una scelta troppo intima e difficile da capire, dettata forse da una disperazione tale da sembrare l’unica opzione.
Il suicidio è un argomento scomodo che ci costringe al confronto tra noi e la società in cui viviamo, perché in realtà la morte volontaria difficilmente è solo un problema del singolo, spesso coinvolge tutta la sfera affetiva, e con i suoi limiti anche pienamente sia tutta la comunità alla quale appartiene che a ciò conduce.
Si è soliti collegare la disperazione e il suicidio ad una fascia adulta della popolazione, a quelle persone che magari hanno perso il lavoro o una persona cara non si sentono più in grado di andare avanti. In realtà uno studio di Maurizio Pompili, del centro per la prevenzione suicidi dell'ospedale S. Andrea di Roma rileva come dal 1970 sino al 2002, sono stati 3069 i decessi volontari di ragazzi dall'età compresa tra i 15 e i 19 anni. Fra questi 2173 ragazzi e 896 ragazze.
Ci stupisce che ragazzi giovanissimi come questi già non vedano speranze al punto di arrivare togliersi la vita è una tragedia reale che non dovrebbe restare ai margini ma essere piuttosto base di una riflessione profonda: se la nostra situazione è così grave da portare anche ragazzi tanto giovani a uccidersi, evidentemente molto deve cambiare.
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